La bruciante sconfitta è di chi legifera e sparisce

1 Star2 Stars3 Stars4 Stars5 Stars (27 voti, media: 4,63 su 5)
Loading...

Non ho sbagliato il pronostico sul referendum, come non l’avevo sbagliato da mesi sulle amministrative.  Gli evidenti segni di crisi di consenso nelPaese al governo Berlusconi hanno portato prima alla sconfitta in città simbolo come Milano, Napoli, Trieste, Cagliari, Novara e via continuando, e ora hanno riportato dopo 26 anni il quorum referendario di molto oltre il 50%. Non aver capito da mesi e mesi che questa era l’aria che tirava nel Paese verso il governo e il suo leader, oppure – ciò che è peggio – averlo capito ma non esser riusciti ad articolare un minimo di reazione politica per timore delle sue reazioni, è il segno ormai conclamato di una gravissima crisi politica del centrodestra e innanzitutto del suo leader. Per conto mio, qualunque sia la – ovvia – volontà di sopravvivenza del governo,  mi riesce assai difficile immaginare atti politici di portata tale da invertire il segno e risalire la china. Vedremo la Lega che deciderà, vista la protesta da mesi montante nella sua base. Di fatto, la mia sintesi a oggi è questa: Berlusconi è politicamente ferito a morte perché privo di reazione, e al suo fianco – come si vede dai quesiti e come si è visto nella campagna referendaria – la sinistra riformista di governo è politicamente sconfitta.  Il principio delle gare di evidenza pubblica nell’affidamento dei servizi locali – il primo quesito sull’acqua indebitamente e vergognosamente gabellato per privatizzazione – è entrato nella legislazione e nel dibattito italiano grazie ai riformisti del Pd, fin dai tempi di Giorgio Napolitano ministro dell’Interno. Ma il Pd su questo – come sul ripensamento in materia di no al nucleare che aveva avviato in primis lo stesso Bersani – è stato letteralmente travolto.  In nome del no a un  Berlusconi minaccia per la democrazia e soprattutto ridotto – autoridotto, verrebbe da dire – a barzelletta di sesso-dipendenza, e alla semplifgicazione radicale e antagonista di ogni scelta concreta, sintetizzata in parola d’ordine ideologica.E’ vero, Berlusconi in 17 anni ci ha abituato a resurrezioni successive a ogni sconfitta politica.    Ma questa volta la vedo molto dura. Non è una sconfitta alle elezioni politiche come quelle del 1996 e del 2006, non è la mare riproposizione alla lunga di azioni giudizioarie intentate nei suoi confronti a raffica. Da un anno e più a questa parte, è una ferita divenuta emorragia mai cauterizzata della sua figura personale, della sua capacità di leadership, del suo immaginario di italiano di pancia anomalo dalle ingessature politiche, ma al contempo capace di portare a casa qualcosa che alla pancia degli italiani piace.

Quanto alla sinistra di govcerno, vedremo. Della crisi profonda del riformismo molto mi dolgo, e temo che l’ondata radicalizzante resterà il segno predominante, delle alleanze alle politiche come delle scelte programmatiche concrete, dalla patrimoniale al no a ogni forma di flessibilità di mercato del lavoro come vuole la Fiom.

Qando al Pdl, o il suo dibattito interno si distingue nettamente dalla crisi di Berlusconi e del berlusconismo, oppure continuerà a vivere di luce riflessa, una luce che attualmente è quella delle prime ore di una serata estiva. Aver deciso di sparire del tutto davanti al Paese, invece di difendere nel referendum le leggi che il centrodestra aveva approvato su nucleare e servizi locali, è stata una vera e propria capitolazione, in termini di credibilità di governo e di capacità di interpretazione dello stato d’animo politico degli italiani. Hanno davvero pensato che il quorum non ci fosse. E allora o sono scemi – non ci credo – oppure non hanno coraggio di dire al leader la verità. Alcuni o molti di loro, hanno deciso in questi mesi di lasciare evidentemente che la crisi del berlusconimso avvenga, per poi decidere quale via politica e personale sia più conveniente intraprendere per il futuro.

La cosa non riguarda noi, però, la minoritarissima e intrepida pattuglia liberal-mercatista che – al di fuori di ogni appartenenza partitica e politica – si è battuta coerentemente alle proprie convinzioni nei referendum per il no sul nuclerare e per i no sull’acqua, perché scelte di questo impatto economico e civile in un Paese serio si dibattono e si assumono con serietà e non piegandosi alle semplificazioni demagogiche alle quali abbiamo assistito nei referendum.

La visibilità che abbiamo ottenuto e l’esperienza che abbiamo naturato in questi referendum – per dire, il nostro Chicago blog è diventato il punto di riferimento inn poche settimane di tutti coloro che volevano controinformazione antiddemagogica  basata su numeri e fatti, in materia referendaria – ci devono convincere che anche magari nostro malgrado abbiamo un ruolo crescente ed evidente. Un ruolo innanzitutto culturale, non penso a un ruolo partititico per la cui scelta ciascuno è giudice. Il grande compito di affidare a letture e scrittura, riflessioni  e confronti, la difesa  più energica e determinata della prospettiva liberale e di mercato: seccamente antistatalista in materia fiscale e di iniziativa economica; fortemente personalista in termini di diritto naturale, contro ogni riemergere nostalgico di collettivismo statuale; radicalmente garantista e non giustizialista in materia di ordinamento e procedura giudiziaria; per la sussidiarietà dal basso contro ogni  centralismo dirigista; per la flessibilità liberamente contrattata contro ogni ingessatura del mercato del lavoro come dei servizi e delle professioni.

Se dopo 17 anni il centrodestra italiano appare liberale e di mercato solo nelle promesse che non mantiene, spetta a chi la pensa come noi tenere alta la bandiera di chi non confonde la lezione politica ed economica del Novecento e dell’ultima grande crisi con la difesa di posizioni personali.

Commenti [168]

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *