Servizi pubblici locali: così va il mondo. Di M. Repetti

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Riceviamo da Matteo Repetti e volentieri pubblichiamo.

Con il primo quesito referendario si chiede l’abrogazione dell’art. 23 bis, D. L. n. 112 del 2008, che prevede due modalità di affidamento dei servizi pubblici locali, ovvero dei servizi forniti all’intera collettività dei cittadini quali il trasporto pubblico, la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti, la fornitura di elettricità e di gas, ecc.: quindi, non corrisponde affatto al vero che si tratti di un quesito relativo specificamente al servizio idrico.

Men che meno è in gioco la supposta “privatizzazione” dell’acqua, che per il nostro ordinamento è e resta necessariamente bene pubblico e pertanto di tutti, trattandosi invece unicamente del servizio di fornitura dell’acqua.

Ciò premesso, la disposizione in esame prevede ora, come detto, due modalità di affidamento: quella “ordinaria” (comma 2), ovvero a favore di imprenditori o di società in qualunque forma costituite individuati tramite procedure di gara; e quella “in deroga” (comma 3), ovvero a favore di società interamente partecipate e controllate da parte dell’ente locale quando, al ricorrere di eccezionali situazioni di carattere economico, sociale, ambientale e geomorfologico del contesto territoriale di riferimento (si pensi al collegamento tramite pullmini di piccole frazioni di montagna del tutto isolate rispetto al capoluogo), non è permesso un efficace e utile ricorso al mercato.

Se vincono i sì, le disposizioni riportate verrebbero abrogate: cosa cambia?

Gli affidamenti dei servizi pubblici locali dovranno comunque essere improntati al rispetto dei principi comunitari, che prevedono il necessario ricorso alle procedure di gara ed al mercato; si riamplierebbe, tuttavia, la possibilità di fare ricorso a società interamente partecipate e controllate da parte dell’ente locale – le cd. società in house – anche al di fuori delle particolari ed eccezionali situazioni sopra menzionate. Non pare che ciò rappresenti un passo in avanti, considerato come le società in house difficilmente costituiscono esempi di efficienza, collocandosi, di fatto, al di fuori della concorrenza, ed essendo spesso vittime di gestioni clientelari.

Ma non è tutto.

Siccome spesso il diavolo sta nei dettagli, l’abrogazione del citato art. 23 bis determinerebbe il venir meno del particolare regime transitorio ivi previsto (comma 8): in soldoni, gli affidamenti realizzati in difformità rispetto alle modalità previste dai commi 2 e 3 di cui si è detto sopra – per i quali è oggi previsto che debbano per lo più cessare per la fine del 2011 o del 2012 – continuerebbero fino alla loro naturale scadenza, in spregio a qualunque principio di concorrenza e di efficienza, e pertanto, a danno dei cittadini. Tanto per fare un esempio, l’affidamento effettuato da parte del Comune di Genova a favore di ASTER S.p.A. – la sua azienda multiservice che dovrebbe occuparsi della manutenzione delle strade, del verde pubblico, ecc. – scade addirittura nel 2034!

Con il secondo quesito sull’acqua, poi, si vorrebbe evitare che la determinazione della tariffa del servizio idrico avvenga, come sembrerebbe naturale, anche in base all’adeguata remunerazione del capitale investito per la realizzazione ed il potenziamento degli impianti e della rete di distribuzione dell’acqua (di cui c’è maledettamente bisogno nel nostro Paese): la posizione – del tutto ideologica e fuori della realtà – dei comitati referendari è invece che il servizio di fornitura dell’acqua potabile deve essere considerato – apoditticamente – privo di rilevanza economica (quando invece tutti sanno che per costruire gli impianti e le reti di distribuzioni e per la loro manutenzione e tenuta in efficienza ci vogliono notevoli risorse e specifiche competenze, che i Comuni non possiedono).

In tal modo, si otterrebbero due – purtroppo prevedibili – risultati: la nostra rete di distribuzione continuerà a perdere acqua; ed i costi del servizio verranno sopportati dalla fiscalità generale (anziché da chi ne usufruisce).

Così va il mondo.

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