Riflessioni sul referendum per la politica nucleare

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Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Pier Paolo Signorelli.

In questi ultimi settimane, sull’onda ansiogena per quanto è avvenuto in Giappone, si sono rincorsi in un tourbillon di latrati, dichiarazioni apocalittiche di ambientalisti, funamboliche contro-prese di posizione di ministri,  sdegno pubblico sui mass media; insomma l’intera gamma di reazione emotiva dello squallido teatrino mediatico che a noi italiani tanto piace.Ad accendere ancor di più gli animi si aggiunge l’appuntamento (assai travagliato) dell’imminente referendum e su cui, invero, gli oppositori al nucleare sperano di assestare un duro colpo al Governo. Premesso che il progetto nuclearista di quest’ultimo appare avventato, perché privo del necessario coordinamento con l’attuale parco centrali a gas, ed assai superficiale perché non è stato  capace di strutturare la nuova offerta di energia nel numero e la potenza degli impianti senza preventivamente tracciare una via della crescita economica ed industriale del Paese per i prossimi decenni, resta il fatto però che, su un tema tanto importante, le factiones politiche non siano riuscite ad impostare una seria riflessione scientifica, non populista, affrontando la tematica con spirito analitico e propositivo, e non solo polemico – ideologico, trascinandoci tutti quanti a decidere, al posto loro,  secondo una situazione antinomica: sì o no.

Per misteriose ragioni, la proverbiale virtù conciliatrice italiana viene meno e si assumono invece posizioni estremamente intransigenti, quasi da fanatici. Si ripropone, mutatis mutandis, quella spaccatura degli anni ’70 apertasi coi referendum sul divorzio e l’aborto. In quel caso, il Vaticano premeva per una radicalizzazione delle posizioni, impedendo una qualunque possibile sintesi e/o conciliazione: se si è per la famiglia non si può accettare l’opzione del divorzio e dell’aborto!

Eppure a distanza di anni si è ampiamente constatato che dichiararsi aperti a simile eventualità, non comporta l’automatica adozione di tali rimedi. Significa piuttosto che nell’eventualità in cui si presentassero gli estremi di opportunità e necessità, quelle opzioni si possono adottare. Egualmente – riteniamo –  nel caso del nucleare: l’apertura, innanzitutto culturale ed intellettuale, verso tale fonte non comporta l’automatica adozione di un progetto di installazione atomica. Perché ciò possa avvenire, devono prima verificarsi tutta una serie di condizioni, in primis la sicurezza e l’economicità, senza le quali la centrale in esame non si costruisce. Si tratta cioè di una disamina molto attenta ed analitica su singoli progetti. E forse non è avventato credere che nel corso dello sviluppo tecnologico sia più facilmente  raggiungibile la prima condizione piuttosto che la seconda, soprattutto nella ristagnante economia italiana.

Infatti, se la domanda energetica nazionale non crescerà significativamente nei prossimi decenni, come effetto di un autentico rilancio economico, non si potranno mai sostenere gli onerosissimi costi di costruzione, risultando il prezzo del kW nucleare non conveniente. Per l’appunto, vanno analizzati e vagliati singoli progetti e specifici contesti, piuttosto che fare di tutta l’erba un fascio e scegliere acriticamente ed in modo aprioristico.

In tutta questa complessa vicenda, il ricorso al referendum per simili tematiche, appare del errata, sia perché il referendum è per sua stessa natura strumento molto semplice, quasi rozzo, che   risolve tutto in un “sì” od un “no”. Sia perché l’eventuale bocciatura impedirebbe di costruire una centrale atomica “a prescindere”, indipendentemente cioè dal tipo di contesto futuro che si andrà poi a delineare, dalla prossima tecnologia disponibile e dallo scenario geo-politico generale. Di poi, l’uso referendario è politicamente molto delicato, spesso non appropriato, poiché una qualunque parte politica ricorrendo a tale strumento sull’onda emotiva del momento, priva il Parlamento del suo proprio ruolo decisionale e del relativo fardello di responsabilità politica che dovrebbe sempre sapersi  assumersi, soprattutto su un temi tanto importanti.  Infine, va riconosciuto che ai votanti va richiesto di esprimersi su tematiche dove è necessaria una competenza tecnica di cui la quasi totalità dell’elettorato è sprovvisto.

Tutto considerato, allora, appare più prudente tenersi aperta la porta, non decidendo in modo preventivo, superficiale e definitivo.  Conservando come disponibile l’opzione nucleare, qualora ne ricorrano le necessità economiche e/o politiche, il Paese un domani potrà  avvalersi di una tale alternativa. E questa evenienza, che si distribuisce su  di un’ottica di lungo periodo, all’incirca un 40 – 50 anni, cioè il tempo di vita di una centrale, non è remota, soprattutto nel secolo della Globalizzazione, che vede il risveglio dei giganti asiatici e dei paesi loro partner, cioè quasi metà della popolazione mondiale. In simile scenario,  il problema dell’accaparramento delle risorse, prime fra tutte quelle energetiche, è tutt’altro che peregrino; anzi, non è difficile ipotizzare future tensioni internazionali e consequenziali conflitti locali, quale sfogo di scala medio – piccola, per accaparrarsi lo sfruttamento dei siti migliori. Prova ne sia che, ad oggi, non c’è mai stato, non solo un secolo, ma neanche un decennio senza sanguinosi conflitti per l’acquisizione delle risorse, e la prima decade  del XXI° secolo è stata contraddistinta proprio da un diffuso confronto bellico. Rebus sic stantibus, non è saggio per un paese povero di risorse energetiche e minerarie affrontare il secolo della Globalizzazione rinunciando preventivamente alla tecnologia nucleare, nonché  alla relativa ricerca e competenze tecniche che nel frattempo si potrebbero acquisire strada facendo. A tal proposito, si rammenti che una volta che si è fuori da una filiera tecnologica-industriale è poi quasi impossibile recuperare il terreno perduto, specie con il livello di concorrenza asfissiante che  si è oggi andato strutturando nel mondo.

In realtà riteniamo che questo del referendum sia stato un “grimaldello” populista per battere l’altro populismo, quello di destra, facendo leva sulle paure storiche e le angosce recenti che il fantasma nucleare esercita sugli italiani. E come fin troppo spesso accade, il controllo sull’innesco sfugge, e s’innesta – ironia della sorte – una razione a catena di ben altre proporzioni. Perché quello del referendum risulterà essere non già una semplice e democratica consultazione popolare, ma “un pubblico lavacro assolutorio” che vada a giustificare, innanzitutto moralmente, la debolezza culturale e politica del modello italiano. Cioè, ciò che si sta chiedendo –  e su cui gli italiani  come tanti folli lemming accorrono a certificare – è una giustificazione, una assoluzione di massa di fronte alla nostra incapacità tecnica ed organizzativa di risolvere il problema del nucleare. In altre parole, poiché lo temiamo – evidentemente troppo – lo rifuggiamo anziché ricercare strade risolutive.

Si tratta del più evidente sintomo del declino di un paese, incapace di accettare le sfide di lungo raggio. Pare ravvisare, recuperando la visione di Spelgler nella “Decadenza dell’Occidente”, la cristallizzazione della crescita, delle forze, in  favore di un più quieto, ma inesorabile, ripiegamento su se stessi. Riconosciamo in una simile processo l’atteggiamento di una società senile, spaventata ed incerta, che si sente disturbata nel suo placido e mediocre vivere quotidiano dal fragore di simili impegni.

Si rifletta sull’impietoso confronto fra la situazione descritta con la società occidentale di appena 40 anni fa, quando l’Uomo andava sulla Luna, si costruivano le Twin Towers (enormemente innovative per quell’epoca e per  i successivi 30 anni i più alti grattacieli al mondo) o si inaugurava il volo supersonico per linee civili con il Concorde.

È volutamente mancata la risoluzione di una responsabile posizione di convergenza che da una parte riconoscesse le eventuali problematiche delle scelte nucleari e dall’altra sprigionasse la volontà di superarle, di venirne a capo. Al contrario, da entrambi gli schieramenti si è fatto un chiaro gioco strumentale, e per dirla alla romana “l’hanno buttata in caciara”, con sempiterna pace per la ricerca tecnologica.

Con evidente probabilità il referendum sul nucleare riuscirà pienamente, ed il nucleare da fissione verrà sepolto sotto una pesantissima pietra tombale. Temiamo che  sarà una scelta che  ci potrà costare molto cara se nel corso dei prossimi decenni si verificherà una crisi energetica internazionale di fronte alla quale non si abbia approntato, anni prima, un piano di risposta, che – si badi bene – non deve necessariamente includere il nucleare, sebbene questo possa essere un’opzione di cui tener conto nel lungo periodo.

Non ci si illuda sull’aleatorietà di un simile scenario, poiché la sfida della Globalizzazione è appena agli inizi, e non attiene solo alle  complesse problematiche energetiche, ma a tutto il nostro sistema Paese, a cominciare dall’industria che sta’ perdendo un pezzo dopo l’altro, alle infrastrutture che dopo decenni continuano a mancare,  al mancato recupero e rilancio del patrimonio artistico più grande del mondo. Siamo un Paese immobile al quale, effettivamente, non servono le potenti energie del nucleare, almeno fino a quando il mondo gli consentirà di vegetare…

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