Il voto e il problema economico

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Restiamo qui fedeli all’impostazione del nostro blog,  evitare analisi e commenti solo politici, che lasciamo alle libere preferenze e orientamenti dei lettori. Ad altri il compito di commentare il senso generale del primo turno amministrativo, e che cosa esso implichi per Berlusconi e la Lega, per il centrosinistra e il centro. Pongo un’altra questione, diretta non solo a voi lettori ma anche a tutti coloro che hanno a cuore l’economia italiana e la crescita del Paese. Dalla Confindustria, che la settimana prossima tiene la sua Assemblea annuale, a tutte le altre associazioni d’impresa, del commercio e dell’artigianato, ai sindacati. Alla Banca d’Italia che a fine mese vedrà le ultime considerazioni annuali del governatore Mario Draghi, chiamato a guidare la BCE con un successo che non è solo personale e da lui più che giustamente meritato per quanto ha fatto in questi ani a Via Nazionale e nella sua vita intera, ma anche un successo prestigioso per il Paese intero.La domanda è questa. Avete l’impressione che il quadro politico che si affaccia nel futuro del Paese, come delineato al primo turno amministrativo, sia un passo avanti incoraggiante verso tutto ciò che occorre per rafforzare la crescita economica italiana? In un mondo che è drasticamente cambiato in questi anni, in cui l’Asia tira e tirerà, l’America è carica di debito e di disoccupati, e l’Europa è divisa in quattro cerchi litigiosi, il nucleo tedesco-baltico ad alta crescita ed elevata diffidenza, la Francia che se la cavicchia ma è in crisi di leadership, l’Italia che ha tenuto i conti ma cresce meno degli altri, e i disperati greco-portoghesi-irlandesi le cui prospettive sono tra il grigio e il nero.

Temo che non sarà questo, purtroppo, il criterio in base al quale leggere il voto. E per tanti versi lo capisco. Da 17 anni di berlusconismo all’ultimo anno su Rubygate e giustizia a Milano, dalle tasse alte alla crescita bassa, dall’oltranzismo in campagna elettorale al mutismo del Pdl in quanto partito, dal Pd riformista che sempre più dpende dalle estreme, di spunti puramente politici ce n’è giustamente a iosa. Ma il tema di fondo, del Paese di medio-lungo periodo, resta in realtà quello economico.

Nei 17 anni alle nostre spalle, le promesse di superare l’oppressione fiscale e burocratica da parte del centrodestra, e di una crescita comunque più intensa ma solidale da parte del centrosinistra, si sono puntualmente arenate per le divisioni e le incompatibilità interne a ciascuno dei due schieramenti, in ogni alterna legislatura in cui guidavano il Paese. Ma in realtà sappiamo bene quel che andrebbe fatto. Cambiare il mercato del lavoro in duplice senso, con più flessibilità in entrata ma anche in uscita e insieme più tutele al lavoratore nell’intero suo arco di vita, ma non più a difesa del posto di lavoro com’era e dov’era. Molta meno spesa pubblica e meno tasse, concentrando gli incentivi su famiglia e lavoro che oggi sono entrambi enormemente penalizzati rispetto a tutti gli altri Paesi nostri concorrenti. Più concorrenza a tutti i livelli, dalle libere professioni ai servizi pubblici locali. Più infrastrutture con capitale privato, il che significa cambio del Titolo Quinto e abbattimento dei costi lievitanti con le opere compensative. E tanto altro di cui – ripeto – le ricette sono però note, è la concreta attuazione che manca.

L’opposizione fa un salto avanti a Milano con Giuliano Pisapia, che alle primarie ha battuto il candidato Pd, Boeri. Senza gli antagonisti della Cgil e Vendola, Pisapia non sarebbe lì. A Napoli, si afferma De Magistris e l’ala giustizialista ultradipietrista. I grillini mietono altri successi. E’ noto che cosa queste componenti politiche propongano, in economia. Più rigidità ancora, nel mercato del lavoro. Più spesa pubblica e più tasse. Meno concorrenza, in nome del dirigismo pubblico. Per chi ha a cuore crescita e mercato, il passato è stato deludente perché non si è andati abbastanza avanti. Ma il futuro rischia di essere fosco, perché il rischio è di andare un bel pezzo indietro. Questa almeno è la mia impressione, ma mi auguro che il dibattito si apra. Perché – ripeto – capisco anche chi pensa che 17 anni vanno comunque superati. Ma dove sono, i riformisti di mercato all’opera per candidarsi a far meglio, a destra e a sinistra?

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