Il buco nell’acqua / Speciale weekend 1

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Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Costanza Gallo.

In Cile nei primi anni ’80 il governo diede agli agricoltori, alle imprese e agli enti locali la possibilità di avere diritti di proprietà sull’acqua delle aree in cui erano insediati. Fino ad allora nelle zone rurali solo il 27% della popolazione aveva accesso all’acqua potabile, oggi ad essere connesso alla rete idrica è il 94%. Fredrik Segerfeldt in “Acqua in vendita? Come non sprecare le risorse idriche” (IBL Libri) illustra con estrema schiettezza questo ed altri esempi di esperienze di “privatizzazione” dell’acqua nei paesi in via di sviluppo.Ancora oggi nel mondo 1,1 miliardi di persone è senz’acqua potabile, con tutti i problemi di salute, economici e ambientali che ne derivano. La priorità dovrebbe essere espandere la rete idrica. I dati citati da Segerfeldt mostrano che il privato ha avuto risultati largamente migliori dello Stato, sia in termini di qualità, che di numero di persone servite, che di costo per litro.

Allora perché il dibattito sull’acqua resta infuocato? Segerfeldt prova a dare un quadro chiaro di quali sono le opportunità e i pericoli della privatizzazione dell’acqua, dai possibili conflitti all’ipotizzato e temuto rincaro dei prezzi. Analizza anche le varie ideologie e i movimenti politici che stanno dietro ai movimenti anti-privatizzazione, a partire dallo slogan “si beve acqua e non soldi”. La pronta risposta di Segerfeldt è che “si beve acqua, non diritti o dichiarazioni”, e statistiche  alla mano, è il privato che ottiene i risultati migliori. Quando l’acqua è pubblica viene spesso sovvenzionata da sussidi statali, sussidi che vengono saldati, tramite le tasse, da tutti i cittadini. A beneficiarne però sono solo coloro che possono permettersi l’allacciamento alla rete idrica, vale a dire dal ceto medio in su. I più poveri, invece, sono costretti ad acquistare altrove acqua di scarsa qualità, sovente lontana da qualunque criterio igienico-sanitario, pagandola mediamente 12 volte il prezzo di mercato. Il sistema statale in pratica ruba ai più poveri per dare ai meno sfortunati. Nelle proteste contro la privatizzazione, è spesso proprio il “ceto medio riflessivo” a mobilitarsi, mentre i poveri sono favorevoli – anche perché per loro l’alternativa concreta è approvvigionarsi presso autobotti che offrono un servizio non controllato, discontinuo e costoso.

Quanti condannano il possibile ingresso dei privati nell’ambito dei servizi idrici  talora obiettano che spesso i risultati sono stati inferiori alle aspettative. Gli oppositori però non tengono conto di due fattori: in prima battuta, in più di un caso vi sono stati problemi contingenti, che sarebbe assurdo ricondurre a una questione di “identità” del gestore della rete, e il fatto che con la privatizzazione, anche se non si è riusciti a raggiungere il risultato sperato, il numero di poveri allacciati al sistema idrico è tuttavia aumentato considerevolmente. Nelle Filippine, a Manila, dopo la privatizzazione a favore di due società, il numero delle persone connesse alla rete idrica è passato da 7,3 a 10 milioni. Ciò nonostante le difficoltà incontrate: El Niño, siccità, crisi finanziaria asiatica. Una delle due società, che aveva anche “ereditato” 800 milioni di dollari di debito dalla precedente gestione, chiese di poter aumentare il prezzo dell’acqua (come da contratto), per poter far fronte alle spese. A innalzare le bandiere dell’ideologia furono paradossalmente quanti già avevano accesso alla rete idrica, mentre i poverissimi erano favorevoli, perché in questo modo si sarebbe potuto finanziare un ampliamento degli impianti e sarebbero stati allacciati anche loro. Oltre a raggiungere un numero maggiore di persone, la privatizzazione fece sì che il prezzo dell’acqua, per i poveri che dovevano acquistarla dal pozzo dei vicini, passò da 100 pesos al metro cubo a 15 pesos.

La prefazione di Oscar Giannino riporta il problema ad una dimensione più vicina a noi: la cosiddetta “privatizzazione” dell’acqua in Italia e il relativo referendum.
Il 12-13 giugno gli italiani dovranno rispondere a due quesiti sull’affidamento in gestione dei servizi idrici. Una corretta informazione, che sia lontana dalle demagogie e dagli inganni che hanno portato 1,4 milioni di italiani, tra cui la sottoscritta, a firmare per il referendum, è fondamentale per votare con coscienza. Secondo la propaganda, il referendum manterrà l’acqua pubblica, mentre se esso non passerà l’acqua andrà in mani private e diventerà più cara, al punto che solo pochi ricchi potrebbero permettersela. Nulla di più falso. Il referendum non vuole impedire la privatizzazione dell’acqua (che è e resterà pubblica). Il primo quesito intende abrogare un articolo sulle modalità per l’affidamento e la gestione dei servizi pubblici di rilevanza economica. L’acqua e le reti restano pubbliche, la gestione dei servizi può essere affidata a privati tramite concorso pubblico. Il secondo quesito ambisce ad abrogare la parte “dell’adeguatezza della remunerazione del capitale investito” per la determinazione della tariffa del servizio idrico. In sostanza, il capitale investito, non potendo essere remunerato in tariffa, dovrà esserlo a carico della fiscalità generale, oppure tramite indebitamento degli enti locali. È chiaro che, dati gli attuali livelli di pressione fiscale e i vincoli di finanza pubblica, questo equivale a bloccare qualunqaue investimento. Inoltre rammentiamoci che nei paesi in cui sono state introdotte norme di privatizzazione simili o più radicali, come nei casi del Cile e delle Filippine, oltre ad essere migliorato il servizio, è diminuito lo spreco dovuto a infrastrutture vecchie e non adeguate.

L’acqua è un bene vitale, pertanto è bene non farsi influenzare dall’ideologia e dal populismo distillati in facili slogan. “A chi oggi non ha l’acqua non servono dogmi o manifestazioni di piazza. Serve solo l’acqua”.

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