Separazione Snam. Un coitus sempre più interruptus

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Can che abbia non morde. La montagna partorì il topolino. Restare con un pugno di mosche. Scegliete voi l’espressione più banale per commentare il risultato più banale e prevedibile. Dopo tanto discutere sulla possibile aggregazione tra Terna, la società indipendente che gestisce la rete di trasmissione elettrica, e Snam Rete Gas, la sussidiaria dell’Eni che ha in pancia i tubi del gas, il progetto è saltato. Nulla di nuovo sul fronte occidentale (per restare in clima di cliché), visto che da anni si cerca di implementare una vera concorrenza nel mercato del metano, senza riuscire a strappare dalle mani del monopolista lo strumento del monopolio.

Intendiamoci: non sono un fan sfegatato dell’aggregazione tra Snam e Terna. Nel senso che la cosa ha un senso limitato, non sembrano esserci enormi economie di scala. Al tempo stesso, non ci sono (che io sappia) particolari controindicazioni. Quindi, se l’aggregazione con Terna è lo strumento per recidere il conflitto di interessi Eni-Snam, ben venga. Ma sia chiaro quale è l’obiettivo, e quale il mezzo. Le ragioni per cui scorporare Snam da Eni sarebbe un passaggio fondamentale a rilanciare la concorrenza nel settore (anche se non necessariamente sarebbe sufficiente) le abbiamo spiegate, con Federico Testa, in questo paper, ribadite su Management delle utilities (in un articolo ripreso anche da Qdr Magazine), e confrontate con le obiezioni di Leonardo Bellodi e Mario Sechi in un forum su Formiche. Che la separazione proprietaria della rete possa essere una soluzione win-win – cioè tale da favorire il mercato senza necessariamente danneggiare l’Eni, anzi favorendone un’evoluzione positiva come del resto ha sperimentato Enel – lo ha ribadito anche Federico Rendina sul Sole 24 Ore di oggi.

Dunque, perché non si riesce ad andare avanti? Per rispondere, bisogna anzitutto concentrarsi per un attimo sul dito anziché sulla luna. Come spiega Laura Galvagni, le motivazioni che hanno frenato il progetto sono, in ultima analisi e incredibilmente, di finanza pubblica:

Complice il verdetto della Borsa che, sulla carta, sancisce di fatto la supremazia “numerica” di Snam su Terna considerato che il gruppo guidato da Carlo Malacarne capitalizza il doppio rispetto a quello di Flavio Cattaneo: 15 miliardi a fronte di 7 miliardi. Il che, in caso di nozze, avrebbe impedito alla società di trasmissione di fare la parte del leone. Di qui l’idea di uno snellimento del perimetro di Snam, magari con la cessione di Italgas, e del contemporaneo rafforzamento di Terna attraverso un aumento di capitale. Come è noto, Terna è controllata al 36% dal Governo, attraverso Cassa Depositi e Prestiti e il ministero dell’Economia e delle Finanze. Un simile progetto, di conseguenza, doveva per forza passare prima al vaglio del ministro Giulio Tremonti, che di fronte all’ipotesi di dover partecipare direttamente o indirettamente a un aumento di capitale ha subito fatto intendere che questo non è il momento adatto: non ci sono né i denari né le condizioni per poter dar seguito a un simile progetto.

Questo tipo di ostacoli può essere aggirato a vari livelli. Un primo livello è quello, brutalmente, finanziario. Non c’è dubbio, infatti, che Snam capitalizzi circa il doppio di Terna, e che questo renda complicato un’incorporazione della prima nella seconda (anziché il contrario, che però è per ovvie ragioni improponibile, allo stato dell’arte). Nessuno vieta, peraltro, di seguire la via opposta: cedere Snam al mercato e perseguire, poi, l’acquisto di Terna da parte di Snam. Ma questo è politicamente impossibile (e forse non del tutto sensato, perché Terna ha maturato un’esperienza di indipendenza che Snam non ha e quindi, dal punto di vista del sentiment interno, è ragionevole stare fermi sull’ipotesi originaria). Quindi facciamo finta di niente.

Per ragionare di numeri, i numeri bisogna guardarli. Qui il bilancio 2010 di Terna, qui quello di Snam. Terna ha avuto ricavi per circa 1,6 miliardi di euro, mentre Snam ha raggiunto circa 3,5 miliardi, con un utile operativo di 1,3 miliardi, quasi pari a tutte le entrate della società della rete elettrica. Ma stiamo davvero confrontando oggetti simili? La risposta è no, come suggerisce anche Galvagni. Snam Rete Gas, infatti, non è solo Snam Rete Gas: è un gruppo – che ha raggiunto la sua struttura attuale meno di due anni fa – che raccoglie, oltre alla rete di trasporto nazionale del gas, anche le altre società del gruppo Eni che gestiscono business regolati, cioè Gnl Italia (che gestisce il rigassificatore di Panigaglia), Stogit (gli stoccaggi) e Italgas (la rete di distribuzione locale del gas). Terna, al contrario, ha il suo core business nella sola trasmissione nazionale dell’energia elettrica. Va da sé che l’integrazione ha senso, se ha senso, tra la rete di trasmissione nazionale dell’elettricità e la rete di trasporto nazionale del gas, la quale ha ricavi per 1,9 miliardi di euro. Questa è la grandezza su cui concentrarsi, ed è dello stesso ordine di grandezza di Terna: non stiamo, dunque, parlando di grandezze incommensurabili.

Quindi, la mia proposta è: se dobbiamo parlare di aggregazione, benissimo, ma facciamolo mettendo assieme i simili, e mettendo da parte il “non simile”. Si tratta di un killeraggio della “SuperSnam”? No, no e no. Infatti, la Supersnam venne costituita nel 2009 con un obiettivo dichiarato (e solo parzialmente valido) e, secondo me che sono malizioso, un obiettivo (o almeno un effetto) non dichiarato. L’obiettivo dichiarato era quello di razionalizzare la struttura del gruppo Eni mettendo le attività regolate in una “scatola” unica e distinta da quelle non regolate. L’obiettivo che i maliziosi come me ritengono non dichiarato è quello, sorpresa sorpresa, di rendere più complessa la procedura di separazione proprietaria, attraverso la costituzione di un’azienda più grande (quindi meno scalabile) e soprattutto mischiando attività che devono essere separate (come le reti) con attività che non c’è particolare ragione di togliere a Eni (il rigassificatore). Mi perdonerete l’ineleganza se auto-cito quello che scrivevo (su Quotidiano energia) nel giorno in cui l’operazione di “Supersnam” venne annunciata, il 13 febbraio 2009:

L’aggregazione delle attività regolate, infatti, avrà due conseguenze. Da un lato, le strategie di Supersnam saranno ancora più opache, e sarà più complesso distinguere i comportamenti – e gli investimenti – opportunistici da quelli corretti. Questo determinerà una minore efficacia della regolazione e, di riflesso, una sua facilmente prevedibile intensificazione. Dall’altra parte, la massa critica della compagnia crescerà, rendendo più complesse (anche dal punto di vista politico) forzature nel senso della separazione proprietaria delle infrastrutture essenziali dall’ex monopolista.

Quindi, a meno di due anni di distanza, credo di poter dire che il mio sospetto non era del tutto infondato. Ne segue che il first best sarebbe, oggi, il passo indietro: tornare alla struttura originaria, cedendo Snam a Terna (o a chiunque diverso dall’Eni), Italgas a chi la vuole, Stogit al mercato (magari facendone spezzatino), e lasciando Panigaglia a Piazzale Mattei (se lo desidera).

Ma c’è un second best. Supponiamo che sia troppo tardi per tornare indietro, o che ci siano buone ragioni industriali per non farlo. Supponiamo, quindi, che resti valido il progetto Snam-Terna (anche se non capisco che se ne facciano degli stoccaggi), e che l’unico modo per farlo sia di passare attraverso un aumento di capitale di Terna. Per quale ragione al mondo questo dovrebbe costituire un ostacolo? Se serve una ricapitalizzazione, e se il Tesoro non ha i soldi per farla, e se la Cdp non può partecipare perché altrimenti verrebbe meno il presunto effetto pro-competitivo dello scambio azionario operato tempo fa (anche qui con qualche perplessità che avevo sollevato sulla Staffetta quotidiana), dove mai sta il problema nel diluire la quota pubblica in Terna-Snam? C’è una qualche, pur remota, ragione di interesse generale nel preservare la quota pubblica al livello del 30 per cento? Se c’è, non si vede: infatti le reti sono comunque regolate, e comunque lo Stato manterrebbe una quota sufficiente a condizionare la gestione a tutela di un qualche fumoso “interesse pubblico” che peraltro non si capisce perché non possa essere garantito da una buona regolazione e dall’auto-interesse del gestore a fare profitti.

Comunque ci si giri intorno, non c’è ragione né industriale, né finanziaria, né tantomeno regolatoria per impedire che Terna si pigli Snam, se vuole. Può esserci un problema di tempistica e di strumenti e di prezzo, ma queste sono tecnicalità che si possono risolvere, se si vuole. C’è, piuttosto, un problema di volontà politica, che ha almeno due corni: da un lato il Tesoro (azionista di riferimento dell’Eni) non ha alcuna intenzione di mollare la presa, perché ritiene così (presumibilmente) di proteggere quella bizzarra entrata parafiscale che convenzionalmente chiamiamo “dividendi”. Dall’altro lato, al ministero dello Sviluppo economico (di cui l’Eni è, passatemi l’ossimoro, azionista di riferimento) non si muove foglia che San Donato non voglia, e questa è per me la più clamorosa dimostrazione della necessità e urgenza della separazione proprietaria di Snam e, per spingerci un po’ più in là, della privatizzazione dell’Eni.

Le obiezioni tecniche possono trovare risposte tecniche. Sono gli ostacoli politici a non poter essere aggirati.

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