Quarto conto energia: ecco il decreto

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Finalmente Paolo Romani e Stefania Prestigiacomo hanno trovato l’accordo e firmato il decreto per il Quarto conto energia. La buona notizia è che si tratta di un compromesso abbastanza ragionevole. La cattiva notizia è che, pur intervenendo su alcuni aspetti patologici del settore (e delle prime versione del decreto stesso), non ne cura i problemi fisiologici.

Anzitutto, i contenuti: il decreto impone una riduzione molto rapida degli incentivi, particolarmente acuta per gli impianti di grande taglia, che – in funzione del momento in cui sono allacciati alla rete – crolleranno dalla bonanza attuale a meno di 20 centesimi / kWh alla fine del 2011, meno di 15 l’anno prossimo, per poi convergere verso un valore omnicomprensivo (anch’esso gradualmente in calo) a partire dal 2013. Viene pure messo un tetto alla potenza incentivabile anno per anno, come riferisce Quotidiano energia:

Per il periodo 1° giugno 2011-2° semestre 2012 gli incentivi attesi sono pari a circa 580 milioni di euro (erano pari a 820) mentre la potenza installabile è prevista in2.690 MW (3.100). Tra il 2013 ed il 2016 il costo passa a 1.361 milioni di euro, la potenza a 9.770 MW (entrambi invariati). Nel complesso, tra giugno 2011 e la scadenza 2016 il Mse si attende un impegno di incentivazione del settore per poco più di 1.941 milioni di euro per un limite di potenza al livello di 12.460 MW.

La ghigliottina del nuovo decreto scatterà a decorrere dal 31 agosto (una scelta ancora troppo dura, secondo me, data la durata del ciclo d’investimento nel fotovoltaico, ma in qualche maniera necessaria). Una novità importante è che, nel caso l’impresa scivoli in uno scaglione di incentivo meno favorevole a causa di ritardi nell’allacciamento alla rete, l’Autorità per l’energia dovrà intervenire per risarcirla. E’ un procedimento un po’ macchinoso ma, se non altro, ha un fondo di ragionevolezza.

A questo punto, quali sono le ragioni di soddisfazione e quali quelle di perplessità? Una prima e generale impressione è che il governo si sia reso conto che l’intervento era troppo drastico non tanto nella sua entità (che infatti si è fatta più severa) quanto nella tempistica. Aveva effetti nella pratica retroattivi e soprattutto creava una grande alea riguardo al valore degli incentivi che il nuovo impianto percepirà, rendendoli dipendenti dal mese di ingresso in funzione. Questo tipo di problema, pur rimanendo, è stato comunque tamponato. Probabilmente sarebbe stato meglio scegliere, come data del discrimine, quella dell’autorizzazione, o almeno tener conto anche del momento in cui l’autorizzazione è stata rilasciata. Lo stesso vale, naturalmente, per il “periodo di grazia” garantito a quelli che si trovano nel limbo. Sarà divertente vedere cosa succederà nell’ultimo paio di settimane di agosto, comunque.

Una seconda ragione di soddisfazione è il rapido decremento delle tariffe una volta che il decreto sarà andato “a regime”. Se davvero, come dicono le imprese del settore, i costi si sono ridotti del 40 per cento negli ultimi due o tre anni, e se davvero arriveremo alla grid parity (o oltre) nel 2017, allora bisogna tenerne conto. La stessa decisione di contingentare la potenza incentivata è assolutamente condivisibile (anzi, noi ci eravamo spinti molto oltre): è vero che gli obiettivi (europei e nazionali) non sono dei tetti, ma è anche vero che l’esecutivo non vieta a nessuno di installare capacità rinnovabile senza percepire incentivi.

Le perplessità sorgono invece altrove. Sorgono soprattutto in relazione alla scelta di assoggettare gli impianti all’iscrizione a un apposito registro presso il Gse. Questo avrà due effetti: in primo luogo creerà una massa di lavoro burocratico al Gse (già impegnato nella verifica della congruità delle informazioni ricevute), e secondariamente rappresenta un ostacolo all’ingresso sul mercato. Ora, per limitare (si fa per dire, visto che stiamo comunque parlando di qualche miliardata di euro all’anno) l’onere per i consumatori è corretto porre un tetto alla capacità incentivabile: non lo è porre un tettuccio nascosto e intessuto di carte bollate. Infatti, la complicazione e l’incertezza normative stanno a monte, e non a valle, dei costi italiani relativamente più alti e quindi (almeno in parte) dell’eccessiva generosità degli incentivi.

In generale, il paese non ha dato una bella immagine di sé in questi mesi. Il governo ha cambiato idea n volte; le associazioni di categoria erano talvolta difficilmente distinguibili da un pollaio e, sebbene alcune si siano distinte per pragmatismo, altre hanno dato la sensazione di confondere il proprio mestiere con quello degli arruffapopolo. Strappare applausi scrocianti da una platea di imprenditori arrabbiati, come è accaduto ieri a Solarexpo, è abbastanza facile, ma è controproducente: il ministro pro tempore potrà non piacere, ma è e resta l’interlocutore istituzionale, nonché la persona col potere di firma sui decreti rilevanti. Ha fatto non bene, benissimo, quindi, ieri il direttore scientifico di Solarexpo, Luca Zingale, a invitare alla calma e al rispetto. Rispetto che, naturalmente, è sovente mancato da entrambi i lati.

Sia come sia, arriviamo oggi a un punto provvisoriamente fermo. Dico “provvisoriamente” perché il settore delle rinnovabili resta malato di nanismo industriale e di dipendenza da rendimenti eccessivi, e non sarà facile guarire. Il decreto allontana le tentazioni, ma non fornisce la virtù necessaria. Per quella, dovremo aspettare ulteriori riforme.

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