Nucleare. Incapaci

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L’Italia del passato ha una storia nucleare sofferta e gloriosa. L’Italia del presente ci ha riprovato, ma l’illusione è durata un battito di ciglia. Forse avevano ragione quelli che dicevano che il nostro paese non è capace di gestire sistemi complessi. Fatto sta che l’odierna decisione di soffocare l’atomo è una esemplare testimonianza di pressapochismo politico ed elettorale.

Il primo ciclo del nucleare civile e commerciale iniziò negli anni in cui l’atomo era la frontiera più esaltante della tecnologia energetica, e finì sigillato nel sarcofago di Chernobyl. La costruzione del primo reattore commerciale, quello di Borgo Sabotino, iniziò l’11 gennaio 1958. L’impianto, della potenza di 153 MWe, raggiunse la criticità il 27 dicembre 1962, venne connesso alla rete circa un anno dopo, e continuò a produrre energia fino allo spegnimento, qualche mese prima del referendum del 1987.

Gli ultimi reattori a essere portati in “shutdown” furono quelli di Caorso e Trino Vercellese, mandati in pensione lo stesso giorno, il 7 gennaio 1990. Quindi, sull’immaginaria lapide di Mr Nucleare Italiano Sr, dovrebbero stare scolpite le date: 11 gennaio 1958-7 gennaio 1990, e la scritta: nato da madre privata e allevato da patrigno statale. Invece, Nucleare Italiano Junior non avrà mai una lapide. Nucleare Italiano Junior, concepito durante una sveltina con gli elettori nel 2008, è morto di aborto (quasi) spontaneo. L’anestesista Giulio Tremonti e l’ostetrica Silvio Berlusconi non hanno saputo, potuto o voluto salvare il feto.

Il Consiglio dei ministri ha approvato un emendamento che abroga tutte le norme approvate nell’ambito del percorso di ritorno al nucleare che era stato uno dei punti qualificanti del programma elettorale del Pdl (PDF). La prima conseguenza di questa decisione è quella di far saltare il referendum previsto per il 12-13 giugno. Presa singolarmente, questa è una buona notizia. Non solo perché, come ho già spiegato, tenere un referendum su una tecnologia è una bestialità intellettuale, ma anche perché il modo in cui il governo ha gestito la faccenda – già prima di Fukushima, ma soprattutto da Fukushima in poi – è stato talmente imbarazzante da rendere il paese del tutto privo di attrattività per chiunque abbia intenzione di scommettere finanziariamente sul nucleare. L’ottimista potrebbe commentare, insomma, che in fin dei conti grazie a questa decisione eviteremo che sia l’orgia referendaria a sancire una rinuncia che è scritta nei fatti.

La seconda conseguenza, però, non è altrettanto spensierata. Rinnegando le decisioni prese negli ultimi due anni, il governo contribuisce ad acuire la percezione dell’Italia come un paese inaffidabile, lunatico e confusionario. A ciò contribuiscono almeno due fatti. Il primo è che, secondo persone vicine al dossier, a monte del colpo di spugna sta un colpo di mano: a giugno gli italiani dovranno pronunciarsi su quattro quesiti, uno sull’atomo, due sull’acqua (di cui temo parleremo a breve), e uno sul legittimo impedimento. Temendo che Fukushima avrebbe spinto alle urne un numero troppo alto di italiani, l’esecutivo avrebbe scelto di sacrificare il nucleare (e vedremo l’acqua) sull’altare del legittimo impedimento. Personalmente non ho una posizione sul tema, e non sono un accanito osservatore di quel che accade nel letto del premier. Trovo però che passare dalle leggi (presunte) ad personam alle abrogazioni para culum sia un deciso salto di qualità. In tutto questo si inserisce la partita di potere che Tremonti sta giocando, nella quale la freddezza con cui il ministro parla dell’atomo (incluse le ripetute contraddizioni sul “debito atomico”) non è altro che il suo modo di mandare segnali più o meno obliqui (nella sua testa, nucleare è sinonimo di Francia, e Francia significa Parmalat ed Edison). Vedere in modo strumentale gli investimenti ad alta intensità di capitale – investimenti di cui il nostro paese ha dannatamente bisogno, e non solo nel nucleare – è il modo migliore per scoraggiare gli investitori e mettere in fuga i capitali.

Se poi dietro all’operazione c’è la tentazione di consumare la furbata – far saltare il referendum per poi riproporre le stesse norme appena abrogate – si sappia che questo non è solo politicamente sconcio, ma anche tecnicamente patetico. I mercati hanno ricevuto forte e chiaro il codice Morse emanato da Palazzo Chigi, e questa sequenza di punti e linee dice una sola cosa: questo non è un paese serio.

Come per la radioattività di Fukushima, le conseguenze di questa incredibile decisione del governo arriveranno molto lontano, nello spazio e nel tempo. Forse il governo salverà il legittimo impedimento, forse Tremonti ha lanciato l’ennesimo segnale ad antenne in grado di captarlo, ma noi che non siamo legittimamente impediti e che abbiamo antenne più rozze in tutto questo vediamo solo la testimonianza di un ceto politico allo sbando. Un ceto politico senza idee e senza la forza di difendere le idee che dice di avere. Un ceto politico senza progettualità, senza capacità e senza credibilità. Per gli italiani, farsi governare da questo ceto politico non è impossibile: è inutile.

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