Sintesi del 2010: poveri e tartassati

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Lo scorso primo marzo l’Istat ha comunicato i dati ufficiali sul Pil del 2010 e un preconsuntivo dei dati di finanza pubblica. In attesa del conto consolidato della P.A. per il IV trimestre 2010 e per l’intero anno, che sarà pubblicato lunedì 4 aprile, è tuttavia utile commentare due dati del 2010 i quali appaiono positivi a un primo esame e assai meno  dal secondo in avanti.  Uno di essi è la crescita del Pil reale: se è vero che il +1,3% dell’Italia è comunque distante dall’1,7% dell’euroarea, dall’1,8% dell’UE27 e dal 2,8% degli USA, esso è pur sempre maggiore di qualche decimo di punto di quanto ci aspettavamo sino a pochi mesi fa. La seconda notizia positiva è la riduzione della pressione fiscale: secondo l’Istat si sarebbe infatti attestata nel 2010 al 42,6%, mezzo punto al di sotto dell’anno prima.

Sin qui le buone notizie ma se leggiamo con attenzione il comunicato del primo marzo scopriamo subito che l’Istat ha rivisto al ribasso il Pil del 2009: non sarebbe stato pari a 1520,9 mld., come abbiamo sempre creduto, ma a 1519,7, quindi 1,2 mld. in meno. Questo implica che la caduta del Pil reale, avvenuta nel 2009, è stata del 5,2% e non del 5,0%, come ci era stato detto un anno fa. Alla fine  della fiera la maggior crescita nel 2010 rispetto alle previsioni è esattamente controbilanciata dal maggior calo dell’anno prima e il Pil nominale 2010, pari a 1548,8 mld., è ancora 19 mld. al di sotto del Pil nominale 2008 che fu du 1567,8 mld.

Quanto alla pressione fiscale dobbiamo rallegrarci della riduzione 2010, conseguenza del venir meno dell’effetto al rialzo una tantum prodotto dallo scudo fiscale nel 2009, oppure rattristarci degli elevati livelli ai quali continua a collocarsi? Lo scorso dicembre l’Ocse ha idealmente assegnato al ministro Tremonti la medaglia di bronzo della più alta pressione fiscale tra i paesi industrializzati (e quindi del pianeta intero): solo Danimarca e Svezia nel 2009 hanno fatto meglio dell’Italia  (peggio, ovviamente, secondo il nostro punto di vista), rispettivamente con il 48,2 e 46,4% del Pil. Si tratta di un risultato notevole per il nostro paese, conseguito in poco tempo, se si considera che solo nel 2005, quattro anni prima, i paesi Ocse con pressione fiscale superiore all’Italia erano addirittura sette: oltre a Danimarca e Svezia anche Belgio, Finlandia, Austria, Francia e Norvegia. Da allora tuttavia la pressione fiscale si è ridotta in ognuno di essi, compresi Danimarca e Svezia, mentre solo in Italia si è accresciuta.

Sin qui i dati ufficiali, tuttavia non dobbiamo scordarci che la pressione fiscale viene misurata mettendo a rapporto il gettito fiscale effettivo col Pil nominale, il quale rappresenta l’insieme degli imponibili delle differenti imposte. Ed è qui che casca il nostro asinello: il Pil nominale è lo somma di due componenti, il Pil emerso e il Pil sommerso, quest’ultimo derivante da attività economiche lecite ma che sfuggono all’ufficialità presumibilmente per non non dover pagare le tasse e non per la timidezza di carattere di chi le realizza. La pressione fiscale effettiva è dunque, correttamente, il rapporto tra gettito fiscale e Pil emerso: per il 2005 è il rapporto tra il 40,8%, pressione fiscale ufficiale secondo l’Ocse, e l’82,5%, corrispondente alla quota di Pil emerso in quell’anno secondo le stime dell’Istat. Il risultato è una pressione fiscale effettiva al 49,6% nel 2005 che già poneva l’Italia al secondo posto al mondo dopo il 50,4 della Danimarca e prima del 48,9 della Svezia. Per il 2009 non vi sono stime ufficiali sul peso del sommerso ma nello scorso autunno il Centro Studi Confindustria ha stimato che sia pervenuto al 20% del Pil totale, quota che porterebbe la pressione fiscale effettiva, calcolata secondo il metodo precedente, al 54%, sei punti sopra la Danimarca e sette sopra la Svezia! Il grafico sottostante evidenzia il riposizionamento dell’Italia nella hit parade della pressione fiscale: ITALY riporta i dati ufficiali Ocse, ITALY(*) quelli corretti per il sommerso  (che ci danno diritto alla medaglia d’oro della più alta pressione fiscale planetaria).

Come possa crescere un sistema economico con questa pressione fiscale è un autentico mistero. E infatti, in attesa che qualche maghetto riesca a svelarlo, l’economia italiana non cresce proprio, come mostra il grafico sottostante nel quale è rappresenta l’evoluzione in termini reali del Pil in Italia e nell’UE a 27 paesi dal 1996 ad oggi. Posto  per entrambi uguale a 100 il dato del 1996, nel 2007, anno precedente la recessione, esso si attestava a 134 per l’UE-27 e solo a 119 per l’Italia; nel 2010 il dato UE-27 è a 131, quello italiano solo a 113, appena un punto in più del 112 già raggiunto nel lontano 2001.

I dati precedenti testimoniano come la torta complessiva a disposizione degli italiani non sia cresciuta nel periodo compreso tra il 2001 e il 2010. Nel decennio i commensali sono tuttavia aumentati di  numero e in conseguenza la fetta di torta a disposizione di ognuno si è ristretta. Il grafico sottostante evidenzia il Pil reale procapite dell’Italia nel periodo 2001-2010. Ponendo uguale a 100 il dato del 2001 si può osservare una sostanziale stazionarietà della grandezza già prima della recente recessione: nel 2005 il dato era a 99,9 e nel 2008, a recessione iniziata, ancora a 100. In sostanza la crisi ha travolto un’economia già immobile. Nel 2010 il Pil reale pro capite è stimabile a 95, il 5% in meno rispetto all’inizio del decennio.

Morale della favola: l’Italia soffre di un problema duale di eccessiva pressione fiscale e di assenza di crescita. Davvero pensiamo di uscirne assemblando imprenditori di stato per salvare compagnie di bandiera decotte, creando nuove banche di stato a mezzogiorno e nazionalizzando mucche a mezzanotte?

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