L’avvelenata liberista: no al Fondo sovrano, no alle tasse

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Viviamo tempi tumultuosi. Ma volte mi sembra che il sovvrapporsi degli eventi, dal 2008 a oggi, ci impedisca di tenere l’occhio fermo su alcune coordinate di fondo, del nostro Paese, della sua economia, e della condizione delle imprese e del lavoro. Mi limito a fare quattro numeri. Ma prima vado dritto al punto. Anche per questi quattro numeri, sono as-so-lu-ta-men-te contrario a due novità di giornata.

La prima è la notizia pubblicata dal Sole 24 Ore, secondo la quale al Tesoro si è determinati a realizzare un fondo sovrano tramite la Cassa Depositi e Prestiti, sul modello di analogo fondo istituito da Sarkozy, il cui fine sarebbe di investire in imrpese strategiche: una sorta di cannone armato alle frontiere, di fronte al quale ogni capitale straniero che volesse investire in Italia dovrebbe porsi il problema, per evitare grane, di andare a fare toc toc preventivamente alla porta del governo in carica. Io sono e resto contrario al fatto che la politica stili luiste di settori strategici dai quali bandire lo straniero e tanto più si riservi capitale pubblico per intervenire discrezionalmente dove vuole. La golden share nelle aziende pubbliche e le norme europee sono più che sufficienti a tutelare quel minimo di produzioni che hanno a che fare con difesa e sicurezza. L’inno allo statalismo francese serve invece solo a mascherare il nostro capitalismo asfittico e gli interessi delle banche che ne sono – tranne rarissime eccezioni – le vere padrone. Ed è per questo che i peana alle difese dell’italianità vengono proprio dai grandi giornaloni che dalle banche sono controllati, a cominciare dal Corriere della sera. Sono state le banche italiane a chiamare Edf in Edison, organizzando loro anni fa un portage filofrancese tramite Fiat anni fa, tranne ora inneggiare al niet del Tesoro, visto che in Edison la parte pubblica “locale”  (la somma municipalizzata di Milano e  Brescia) di A2a non ha saputo opporre nulla di altrettanto efficiente. E sono le banche italiane – una in particolare, l’azionista di Granarolo – ad aver lasciato molte impronte digitali nell’ascesa di Lactalis in Parmalat, nella speranza non troppo vana che la politica si smuovesse in nome della strategicità di un latte italico che grazie alla parcellizzazione delle microimprese di filiera ci costa industrialmente tra il 20 e il 30% in più che in Francia e Germania. In altre parole, il miliardo e mezzo di liquidità imputato a Enrico Bondi di non esser stato colpevolmente investito per la crescita dell’azienda nel mondo, dovrebbe servire invece ad accollarsi Granarolo e a risolvere i debiti che Lactalis Italia ha nei confronti di Lactalis Francia. La seconda notizia che mi ha lasciato senza parole è apprendere che il governatore Luca Zaia del Veneto, per appianare un deficit di circa 60 milioni di euro nella sanità veneta, penserebbe a un’addizionale Irpef invece che a tagli: sulla spesa sanitaria veneta di 8,4 miliardi di euro, 60 milioni rappresentano lo 0,7%. Se i campioni da 17 anni della promessa elettorale di ridurre lo Stato, tagliare la spesa publica e ridurre le tasse, pensano di onorare tali impegni con fondi sovrani pubblici e alzando le tasse, dando alla politica discrezione di entrare nelle imprese e diffidare i capitali esteri di cui abbiamo bisogno più di altri, allora la mia modesta opinione di illuso e disilluso è che ci sia qualcosa da rimettere al suo posto, con tutta la durezza e chiarezza polemica del caso. A costo di sembrare mosche bianche liberiste, fuori dai grandi giornali e dal plauso dei circoli che contano. Che cosa contano poi? I loro debiti che vogliono fare pagare a noi: pubblici e privati. E ora, i quattro numeri per rinfrescarsi la memoria.

Il primo numero riguarda l’industria italiana, la produzione industriale. Con marzo, il recupero dai minimi toccati nel marzo 2009 è salito all’11,5%, ma ricordiamoci bene che siamo ancora a un -17,2% rispetto al picco precrisi, dell’aprile 2008. Siamo ancora molto indietro, malgrado l’ottima prova dell’export manifatturiero.

Il secondo numero riguarda gli italiani, il loro Pil pro capite. I dati Eurostat ci dicono che, in termini di Pil procapite a parità di potere d’acquisto, elaborato su prezzi costanti riferiti al 2000, gli italiani nel 1995 erano a quota 20mila euro, superati solo dai tedeschi a 21.700, mentre i francesi erano a 18.800 e gli spagnoli a 15.400. Nel 2001, abbiamo quasi raggiunto la Germania a quota 22mila, ma ci ha raggiunto la Francia, che da allora ci ha scavalcato. Nel 2005 cui ha raggiunto anche la Spagna. Oggi i tedeschi stanno a quota 25mila euro, i francesi a 23.200, noi a 21.800. Dal 1996 al 2010, in soli 5 anni il Pil procapite a prezzi costanti degli italiani è cresciuto più della media franco-tedesca, e mai più dello 0,5% annuo: nel ’96, nel ’97, nel triennio 2000-2002. In tutti gli altri 10 anni, abbiamo perso ogni anno tra l’1% e il 2% rispetto alla media di crescita franco-tedesca. Nel quindicennio, la crescita complessiva del Pil procapite degli italiani è stata così del 16% inferiore a quella franco-tedesca. E’ un dato che ci dice due cose. Quanta produttività complessiva abbiamo perso, quanto reddito disponibile in meno ci sia per gli italiani rispetto ai due maggiori paesi continentali.

Il terzo numero riguarda lo Stato, la spesa pubblica. Era al 30% del Pil nel 1960, al 42% nel 1980, al 53,4% nel 1990, è scesa al 46,2% nel 2000, è risalita al 48,3% nel 2005, ed è risalita ancora al 52,4% nel 2010. In Canada sta al 45%, in Germania al 49%, in Svizzera al 37%. Abbiamo fatto meno deficit degli altri i questi ultimi tre anni di crisi, ma lo Stato da noi resta pesantissimo e mostruiosamente inefficiente. Bisogna risdurlo, non estenderlo: chi dice che è ideologia, la nostra, mente per la gola e serve interessi indifendibili, siano essi della politica arraffatrice, del sindacato che sogna 200mila precari della scuola e 500mila del pubblicom impiego assunti a tempo indeterminato per ordine di giudici del lavoro, oppure di debiti e fallimenti privati da addossare al contribuente

Il quarto numero il petrolio. Abbiamo aperto l’anno col WTI a 89 dollari e il Brent a 94, oggi siamo stabilmente da settimane a quota 106 per il primo e 116 per il secondo, con un aumento secco nell’ordine del 25%, un aumento che rischia di stabilizzarsi nel tempo per gli effetti dello tsunami in Giappone e della crisi in Nordafrica e Medioriente. Un aumento che colpirà l’Italia in maniera più pesante dei nostri concorrenti, perché siamo dipendenti per l’85% del nostro fabbisogno energetico complessivo, soprattutto da petrolio e gas.

Ecco, queste quattro cifre rappresentano da sole un quadrilatero che definirei MOLTO PREOCCUPANTE.

Chi pensa in buona fede che lo Stato sia la soluzione e non il problema, mi offra ragionamenti e non insulti, ve lo chiedo per favore.

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