Nucleare: un referendum che non s’ha da fare

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Il prossimo 12 giugno gli italiani sono chiamati a votare un referendum contro l’introduzione del nucleare nel nostro mix energetico. Qui il testo (incomprensibile) del quesito. In questo post intendo spiegare perché, per ragioni specifiche e per ragioni generali, quel referendum sarebbe meglio non si svolgesse. Ma prima un po’ di cronaca.

Il consiglio dei ministri di ieri ha approvato una moratoria di un anno sul nucleare. La moratoria è una risposta tardiva e parziale all’incidente di Fukushima, che fa seguito a una serie di reazioni disordinate e, a tratti, imbarazzanti. Di fatto, la moratoria di per sé non avrà enormi impatti sulla tempistica del ritorno al nucleare: rispetto alla tabella di marcia iniziale, i ritardi sono tali e tanti che un anno in più o in meno non fa grande differenza. La differenza, naturalmente, sta nel fatto che la moratoria potrebbe tradursi in uno stop definitivo, il che sarebbe grave perché si tratterebbe, ancora una volta, di una decisione presa sulla scia dell’irrazionalità. Al tempo stesso, l’idea di sospendere il percorso è ragionevole e potenzialmente positiva, se prelude a un approfondimento dei fatti giapponesi, e soprattutto se è accompagnata da una decisa accelerazione – accelerazione di serietà, anzitutto – nel rafforzamento delle istituzioni preposte a regolamentare l’atomo, prima tra tutte l’agenzia di sicurezza (istituita dalla legge 99/2009, insediata col decreto 105/2010, ma ancora priva di una sede fisica e persino di un sito internet, oltre che del personale). Un’agenzia ben funzionante è essenziale sia che si voglia procedere, sia che si decida di non farlo, perché comunque resta da risolvere l’annoso problema delle scorie. In ogni caso, l’aspetto importante da cogliere è che la moratoria segna una importante battuta d’arresto, che fa saltare in aria qualunque timeline e riapre molti giochi. Pur con qualche dubbio sulle reali intenzioni, credo che il governo abbia fatto bene a battere questa strada, che invece è stata giudicata – per esempio da alcuni politici e intellettuali – un “attacco al referendum”. Non lo è, se non altro perché non c’è alcun legame diretto tra le due cose.

La mia tesi è, invece, che dovrebbe esserlo. Maggioranza e opposizione dovrebbero mettersi d’accordo per sospendere, o rinviare, il referendum sul nucleare. Quel referendum è inutile e dannoso, in teoria e nella pratica.

E’ inutile e dannoso, anzitutto, per ragioni specifiche. Tenere un referendum all’indomani dell’incidente di Fukushima è come agitare il drappo rosso di fronte al toro dell’indignazione popolare, senza alcuna possibilità che le sue conseguenze vengano valutate razionalmente. E ciò a dispetto del fatto che, come ha notato fin da subito Oscar Giannino (qui e qui) e come altri hanno evidenziato ora che i fatti iniziano a essere chiari, se messo nel contesto del terremoto che ha devastato il Giappone, quello atomico non è certo il più grave dei problemi (per inciso: trovo moralmente insostenibile usare il termine apocalisse”, come hanno fatto Gunther Oettinger e Angela Merkel, in relazione a Fukushima, fottendosene bellamente delle 12.000? 15.000? 18.000? vittime del disastro naturale). Ci siamo già scottati con un referendum del genere, e non è il caso di ripetere l’esperienza. Anche perché, allora come ora, come ha scritto Alberto Clò,

un’ulteriore, forse ancora più grave, conseguenza fu la definitiva delegittimazione nel nostro paese di ogni approccio, sapere, competenza in campo energetico, sia nel dibattito sul ‘che fare’ che negli organismi deputati a fare… Una delegittimazione che avrebbe interessato tutte le ottiche disciplinari da cui l’energia, ma lo stesso poteva dirsi per l’ambiente, poteva analizzarsi. Non colpiva, al riguardo, tanto il fatto che le ragioni del calcolo politico avessero la meglio su quelle della scienza o dell’economia, ma piuttosto che le si volesse suffragare attraverso una totale deformazione della scienza o del calcolo economico. Quel che sarebbe accaduto, ad esempio, quando le conclusioni della Commissione presieduta da Luigi Spaventa… vennero disordinatamente attaccate da coloro che, come ebbe a dire lo stesso Spaventa, ‘si arrampicano sugli specchi per cercare in quale ipotesi due possa essere maggiore di tre’… Morale: la delegittimazione del sapere avrebbe dato piena legittimità a un potere di veto di tutti su tutto, che consentiva a ciascuno di impedire agli altri di fare, senza che nulla venisse fatto.

Ecco: il mio timore, e la mia impressione, è che la storia si stia ripetendo esattamente come allora. Ne segue che qualunque cosa possa essere fatta per invertire non già la scelta sul nucleare, ma la delegittimazione ulteriore del sapere, va fatta. Anche perché, rispetto al 1987, ci sono almeno tre macroscopiche differenze: (1) l’incidente di Fukushima non è paragonabile, né per la sua gravità né per le lezioni che possiamo trarne, a quello di Chernobyl; (2) allora l’Italia aveva diverse centrali in esercizio, oggi no; (3) a oggi non esiste alcun progetto depositato per nuove centrali, ma solo un faticoso, farraginoso, e in parte fallimentare (già prima di Fukushima) tentativo di costruire un quadro giuridico di riferimento. Insomma: sebbene le condizioni al contorno siano le stesse, a differenza di allora l’assassino referendario rischia di accanirsi su un cadavere. Tanto vale risparmiarsi la scena: perché ne conosciamo già l’esito (e non mi appassiona neanche un po’ la discussione sul quorum), e perché gli stessi promotori del nucleare si sono dimostrati gli uni disposti ad aspettare per capire (e attendere eventuali e probabilmente auspicabili interventi comunitari), gli altri incapaci di offendere. Questo referendum è inutile rispetto al nucleare, dannoso rispetto alla qualità del dibattito sull’energia in generale.

Ma, come dicevo, non sarei onesto se mi fermassi qui. Sono convinto che i fatti degli ultimi giorni rendano particolarmente nocivo il referendum nucleare, ma già prima ero convinto che fosse sbagliato celebrare questa specie di messa nera. La ragione è semplice: è inutile, dannoso e stupido chiedere alla gente di votare “sì” o “no” su una tecnologia. Il problema è solo in minima parte che ben pochi di quelli che voteranno avranno le nozioni per capire di cosa stanno parlando. Il problema è più ampio. Una tecnologia non è né buona né cattiva. E, soprattutto, una tecnologia non è una scelta politica: è un’opzione economica e (scusate la ripetizione) tecnologica, i cui costi e benefici possono e devono essere attentamente valutati e che, in un mercato concorrenziale, spetta agli attori del mercato valutare, e agli attori pubblici regolamentare. Non ha il minimo senso rispondere sì o no. Io stesso, pur avendo le idee piuttosto chiare sul problema, farei fatica a rispondere alla domanda se sono favorevole o contrario al nucleare, e quando mi viene rivolta cerco sempre di sottrarmi, perché ritengo che il mio punto di vista come individuo sia del tutto irrilevante.

E poi c’è un aspetto ancora più generale. Se accettiamo il principio per cui la gente può votare sì o no contro il nucleare, perché mai non dovremmo accettare il principio per cui la gente può votare sì o no contro il carbone? E contro il gas? E contro il petrolio? E contro l’idroelettrico? E contro l’eolico? E contro il fotovoltaico? E via via, lasciando ogni volta a una minoranza di ideologi, demagoghi e interessi organizzati il diritto di aizzare una maggioranza di disinformati contro il nemico di turno. La democrazia non può essere il diritto di tutti a decidere su tutto; deve esserci un limite al diritto di Pietro di disporre liberamente di Paolo.

Per tutte queste ragioni, penso che il referendum sul nucleare sia sbagliato in pratica e sbagliato in teoria, sbagliato oggi e sbagliato ieri. In fondo, bisogna riconoscere a Ugo Mattei – tra i promotori del referendum sull’acqua – di aver scritto qualcosa di molto onesto, quando ha sostenuto che “la battaglia per l’acqua bene comune e quelle contro il nucleare e la guerra sono parte di un solo grande movimento”. Il movimento secondo cui la volontà collettiva deve e può imporsi sui diritti individuali, la dignità del sapere, e la speranza di sconfiggere il buio della superstizione con la luce della ragione.

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