Patrimoniale straordinaria, la prognosi è infausta

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La migliore definizione di cosa è una patrimoniale straordinaria l’ha fornita il professor Ugo Arrigo, proprio dai pixel di Chicago Blog, con una immagine terribilmente vivida:

Una persona si reca in banca per chiedere un fido. L’impiegato gli domanda: “Quali asset può dare in garanzia? L’appartamento del mio vicino

La proliferazione di proposte di manovre di finanza pubblica straordinaria sembra riflettere la presa di coscienza dell’esigenza di una discontinuità nella gestione dei conti pubblici.

Dal vizietto di Giuliano Amato, antico specialista di prelievi notturni, che oggi ha scoperto che, tosando gli italiani si potrebbe niente di meno che portare il rapporto debito-Pil dal 120 all’80 per cento (che resterebbe più alto di quello attuale della tanto vituperata Spagna), ai progetti per definizione “alti e nobili” di Walter Veltroni, passando per le tecnicalità equitative della super-Invim del professor Pellegrino Capaldo, si tratta in realtà della riproposizione, sotto differente prosa, di manovre emergenziali che il paese ha già vissuto nei momenti più bui.

Ma appare difficile, malgrado le rassicurazioni del contrario fornite dal diretto interessato, evitare di attribuire la primogenitura intellettuale (almeno per questo ciclo della storia, che in Italia ripete ossessivamente se stessa) della proposta a questa frase del professor Marco Fortis, contenuta in un editoriale di alcune settimane fa, apparso sul Sole 24 Ore:

«Se anche volesse, la Grecia oggi non potrebbe nemmeno introdurre un’imposta patrimoniale per risanare i propri conti statali perché il patrimonio dei greci si è semplicemente dissolto e non c’è più nulla da tassare ma solo spesa pubblica da tagliare. L’Italia ha invece il più alto rapporto tra ricchezza finanziaria netta delle famiglie e Pil in Europa, di gran lunga davanti a Francia e Germania. Ma molti (anche in Italia) lo ignorano»

Anche quest’altra considerazione, dello stesso autore, appare non meno inquietante:

«L’unico cavaliere bianco che in ultima istanza può venire in soccorso ai governi è il sopracitato stock di ricchezza finanziaria netta delle famiglie»

Qualcuno può realisticamente invocare il travisamento, di fronte a quello che sembra un tentativo di suggerire la compensazione tra attivo e passivo? E peraltro, anche volendo riconoscere le migliori intenzioni, la realtà ci dice che i sottoscrittori non residenti posseggono circa la metà dello stock del nostro debito pubblico; e quindi se entrassero in sciopero, la robustezza della patrimonializzazione delle famiglie italiane sarebbe incapiente alla bisogna, almeno ragionando su base volontaria. L’Italia non è il Giappone, dove i residenti possiedono il 95 per cento dello stock di debito, mettiamoci il cuore in pace.

La fallacia di questa e di simili posizioni è nota: si tratta di un approccio patrimonialista e non reddituale, cioè fondato sulla crescita, come invece dovrebbe essere. Per avviare un circolo virtuoso in grado di piegare il rapporto debito-Pil servono avanzi primari strutturali (cioè la differenza tra entrate e spese al netto degli interessi) sorretti tuttavia dalla conditio sine qua non di un innalzamento del la crescita potenziale ed effettiva.

Sfortunatamente l’Italia, come dimostrano anche le ultime proiezioni del Fondo Monetario Internazionale, non riesce a schiodarsi da una non-crescita che si situa intorno all’1 per cento reale, ed indicativamente a circa il 2,5 – 3 per cento nominale. Sapendo che il costo medio nominale dello stock di debito pubblico del nostro paese è oggi vicino al 4,5 per cento, è evidente che siamo in presenza delle condizioni per una spirale di debito molto pericolosa. In queste circostanze, infatti, il saldo primario tende a diventare negativo, e deve essere riportato in attivo solo attraverso strette fiscali che deprimono ulteriormente la crescita, nella perdurante (e testata soprattutto nell’ultimo decennio) incapacità dei governi italiani a piegare la tendenza ascendente nel rapporto spesa pubblica-Pil.

Oggi, nel momento in cui la Banca centrale europea appare molto vicina ad avviare un ciclo restrittivo di politica monetaria, il nostro paese rischia di pagare a caro prezzo un aumento del costo al quale il nostro debito viene sottoscritto. E, data la nostra debole crescita, un aumento del costo del denaro appare destinato ad allargare il differenziale con il debito sovrano tedesco, in una spirale di rischio di credito che si autoalimenta.

Ecco perché, proseguendo su questa traiettoria fatta di non-crescita ed autocompiacimento quasi ideologico per il “modello Italia” (rappresentato dalla mistica del “noi ne usciremo meglio di altri”), la nostra impressione è che la prognosi resti infausta, e che nel nostro futuro vi sia effettivamente una patrimoniale straordinaria. A pensar male si fa peccato, ma in Italia ci si azzecca.

(Post basato sul mio intervento al convegno di Chicago-blog su “10 buoni motivi per dire no alla patrimoniale“)

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