Le cause della crisi finanziaria

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Si sente spesso dire che la crisi finanziaria è colpa del “libero mercato”, in quanto si ritiene che l’eccesso di liberalizzazioni abbia liberato gli “animal spirits” fino a portare alla crisi subprime nel 2007 e allo sfacelo che ne è seguito. Questa ricostruzione è erronea: la crisi è la naturale ed inevitabile conseguenza di anni e anni di interventi pubblici sul mercato.

Per spiegare il perché in termini più semplici possibili partirò da tre assunti.

1. Il mercato è un sistema complesso in cui milioni di “agenti” si coordinano tra loro grazie al calcolo dei profitti e delle perdite: dove ci sono profitti arrivano più risorse, dove ci sono perdite le risorse fuggono alla ricerca di impieghi migliori. Il mercato è così complesso da non essere gestibile in maniera burocratica e “politica”, e non esistono alternative al sistema dei profitti e delle perdite per consentirne il funzionamento.

2. La complessità del mercato è tale che eventuali problemi possano accumularsi nel tempo, ingigantirsi, e diventare evidenti solo dopo molti anni: ad esempio, se si assume troppo debito perché si sottostima il rischio che gli investimenti vadano male, non si subiscono immediatamente perdite, perché queste saranno evidenti solo dopo che gli investimenti si saranno rivelati erronei, e non mentre si accumulava debito, quando al contrario i nuovi investimenti stimolavano la domanda e tutti pensavano di essere più ricchi di quello che erano effettivamente.

3. Esistono numerose politiche che rimuovono temporaneamente le perdite e dunque falsano il meccanismo di mercato che ne consente il coordinamento, generando problemi che si accumulano nel tempo, e alla fine generano una crisi che, se le distorsioni accumulatesi sono gravi, può essere lunga e profonda: nessuna di queste politiche può essere considerata di “libero mercato”. Queste politiche sono: la politica monetaria discrezionale anticiclica, i bailout governativi, le garanzie governative sui debiti, e le garanzie governative sui depositi. Sfido chiunque a dire che non abbiano caratterizzato la storia macroeconomica degli ultimi due o tre decenni.

Considererò come esempio particolare la politica monetaria americana: a partire dal 1987 è intervenuta a sostegno dei mercati una mezza dozzina di volte: nel 1987, nel 1991, nel 1999, nel 2001, e nel 2007. Supponiamo che un’azienda si indebiti a tre mesi per finanziare un investimento della durata di dieci anni, e dopo due anni ci sia un’improvvisa scarsità di capitali che impedisce all’azienda di rinegoziare il debito. Cosa succederebbe se lo Stato intervenisse per creare credito e aiutare l’impresa? L’impresa non avrebbe più motivo di preoccuparsi per i propri debiti, e anzi, aumenterebbe gli investimenti ulteriormente confidando che non ci saranno problemi con i debiti. Ma una volta che tutti ragionano così, il mercato crolla perché tutti si ritroverebbero incredibilmente indebitati e non sarebbe più possibile soddisfare la domanda di credito tramite ulteriori interventi statali.

Un discorso simile si può fare con Fannie Mae e Freddie Mac, che garantivano il 50% del debito immobiliare americano, ed erano (non ufficialmente, ma era un segreto di Pulcinella) protette dal Tesoro americano e dalla Fed in caso di crisi. Lo stesso si potrebbe dire di qualunque banca così grande da essere certa di essere salvata in caso di crisi: perché temere per il suo fallimento se alla fine dietro si sa che c’è il contribuente? In sostanza, basta l’aspettativa di essere salvati per essere spinti ad agire in modo da creare la necessità di essere salvati.

Il mercato è un sistema basato sui profitti e sulle perdite. Se si eliminano le seconde, non funziona più nulla, anche se nel breve termine sono tutti contenti. L’attuale crisi è la prova del disastro che può causare lo Stato quando interviene sul mercato in maniera incompatibile con le leggi economiche, e col buonsenso.

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