Abbattere il debito senza aumentare le tasse si può

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Daniel J. Mitchell (Cato Institute) è stato ospite dell’Istituto Bruno Leoni in un seminario tenuto il 31 gennaio a Milano, sul tema “Meno deficit e meno tasse: è possibile?”. Questo articolo è stato pubblicato, in forma leggermente ridotta, su Il Foglio del 1 febbraio 2011.

Nella maggior parte dei paesi, i politici affermano che l’aumento della tassazione è imprescindibile in quanto il deficit e l’indebitamento sono troppo alti. Negli Stati Uniti il presidente Obama vuole scatenare una guerra di classe contro i ricchi. In Italia addirittura si sta prendendo in esame una sorta di imposta patrimoniale straordinaria e temporanea.Poiché spesso queste persone sono le stesse che hanno causato l’attuale crisi fiscale, le loro dichiarazioni sul deficit e il debito probabilmente non sono del tutto sincere. Tuttavia, non è detto che l’ipocrisia vada sempre di pari passo con la mancanza di precisione; proviamo quindi a vedere se è possibile ridurre le voci in rosso senza aumentare le imposte.

Negli Stati Uniti, la spesa del governo federale per quest’anno ammonta a circa 3.700 miliardi di dollari, mentre si stima che il gettito fiscale si attesterà a circa 2.200 miliardi di dollari con una previsione di deficit pari a 1.500 miliardi di dollari. Ma come fa l’America a far quadrare il bilancio con un buco fiscale di queste proporzioni? È una semplice questione matematica. Il Congressional Budget Office (CBO) stima che nei prossimi dieci anni le entrate fiscali aumenteranno in media del 7 per cento annuo.

Ridurre il deficit di bilancio è facile, almeno finché i politici lasceranno incrementare la spesa generale di un importo minore rispetto al gettito fiscale atteso. E con l’inflazione media prevista per lo stesso periodo pari a circa il 2 per cento, ci troviamo nelle condizioni ideali per un rigore fiscale atteso ormai da tempo. Congelando il tetto massimo della spesa al livello attuale, entro il 2017 il bilancio potrebbe essere praticamente in pareggio. Lo stesso risultato sarebbe possibile entro il 2019 limitando l’aumento della spesa all’1 per cento annuo. E se ammettiamo una crescita della spesa pari al 2 per cento annuo (ossia, tenendo il passo con l’inflazione), il pareggio arriverà nel 2021.

Anche per l’Italia le cifre dimostrano che per liberarsi del deficit di bilancio basta un po’ di rigore fiscale. Il bilancio per quest’anno e pari a circa 22 miliardi di euro, mentre si prevedono entrate per circa 752 miliardi di euro. Tuttavia, poiché le previsioni stimano un aumento del gettito pari al 3,5 per cento annuo, il bilancio potrebbe essere pareggiato relativamente in fretta, subordinatamente al livello di contenimento della spesa. Congelando il bilancio ai livelli attuali, nel giro di tre anni il disavanzo scomparirebbe. Aumentando la spesa dell’1 per cento annuo, il risultato di pareggio si avrebbe nel 2015. Se invece ammettessimo una crescita della spesa di appena il 2 per cento all’anno, nel 2017 avremmo persino un attivo di bilancio. Il mantenimento del rigore fiscale anche negli anni successivi consentirebbe di ridurre il debito pubblico.

E il nocciolo della questione è proprio questo: far quadrare il bilancio è semplice. L’eliminazione delle voci in rosso dal bilancio è possibile con un discreto rigore fiscale. Lo stesso principio vale per la riduzione dell’indebitamento. Alla fine del Secondo conflitto mondiale, il debito pubblico degli Stati Uniti era paragonabile a quello attuale dell’Italia: circa il 120 percento del pil. Tuttavia, entro la fine del secolo scorso il fardello del debito si era ridotto a meno del 40 per cento della produzione economica. Tale riduzione non ha avuto luogo perché l’America abbia saldato i propri debiti, ma grazie al fatto che il settore privato è cresciuto più velocemente del pubblico.

In altre parole, la limitazione della spesa nel Dopoguerra ha fatto sì che l’indebitamento nazionale diminuisse sempre più in proporzione all’economia generale. Non è stato necessario mettere le mani sulla ricchezza del popolo americano imponendo una tassa invalidante sul patrimonio. La risposta alla maggior parte dei problemi fiscali sta nel contenimento dell’aumento della spesa pubblica.

Tuttavia, il solo fatto che una cosa sia giusta, non significa che attuarla sia semplice. Il disastro fiscale di Italia, Stati Uniti e altri paesi esiste perché gli esponenti politici sono tentati di comprare voti spendendo denaro pubblico e perché potenti gruppi di interesse hanno imparato a manipolare il sistema politico al fine di guadagnare ricchezze immeritate.

È possibile, in una democrazia matura, che le elites politiche facciano la cosa giusta? Per fortuna la risposta è affermativa. Vi sono svariati esempi, che illustrerò utilizzando dati desunti dalla Economist Intelligence Unit.

Tra gli anni 80 e l’inizio degli anni 90 il Canada versava in una grave situazione fiscale. Circa 15 anni fa i politici hanno deciso di fare la cosa giusta e porre un freno alla spesa. Tra il 1992 e il 1997, il bilancio canadese è cresciuto passando da 374 a 391 miliardi, con un aumento medio di meno dell’un per cento su base annua. Contestualmente il bilancio fiscale è passato da un disavanzo del 9,1 per cento rispetto al pil a un avanzo dello 0,2 per cento del PIL.

Verso la metà degli anni Ottanta l’Irlanda era in caduta libera. La spesa pubblica era schizzata ad oltre il 50 per cento del PIL e il debito pubblico era diventato imponente. I dirigenti politici irlandesi capirono di dover alleggerire gli oneri causati dalla spesa pubblica e, di conseguenza, congelarono il bilancio statale, che tra il 1985 e il 1989 rimase al livello di 14.7 miliardi di euro. Questo congelamento quadriennale produsse una riduzione del deficit, che passò dal 12,1 per cento del PIL al 2,7 per cento.

La Slovacchia, come molti altri paesi usciti dal crollo dell’impero sovietico, doveva sobbarcarsi un settore pubblico enormemente gonfiato. Nel periodo 2000-2003, tuttavia, il bilancio statale slovacco passò da 11,5 miliardi a 11,8 miliardi di euro, realizzando una crescita annuale media pari ad appena l‘1,3 per cento. Contestualmente il disavanzo si ridusse dall‘8,7 al 2,0 per cento del PIL.

Diamo infine un’occhiata alla Nuova Zelanda. Negli anni 80 si era giunti a una situazione in cui il settore pubblico assorbiva più della metà della produzione economica. I neozelandesi hanno messo in atto un’inversione di tendenza, dando inizio a un periodo di rigore fiscale. Tra il 1990 e il 1995 il bilancio della Nuova Zelanda è passato da 39,3 miliardi a 38,8 miliardi e il paese è passato da un deficit del 4,5 per cento a un avanzo pari al 2,8 per cento del PIL.

Il concetto chiave da capire è che non è necessario aumentare le tasse. I politici possono far quadrare il bilancio e ridurre il fardello del debito contenendo la crescita della spesa pubblica. Al contrario, l’esperienza europea dimostra che una pressione fiscale eccessiva non rappresenta la panacea per il bilancio fiscale. Aveva ragione Milton Friedman quando, molti anni fa, ammonì che “a lungo andare il governo spenderà tutto quello che il sistema delle imposte sarà in grado di raccogliere più tutto quello che riuscirà ad accaparrarsi”. È per questo che il contenimento delle uscite è l’unico strumento efficace per scongiurare la crisi fiscale e, indubbiamente, è l’unico metodo che consenta la crescita. (traduzione Studio Brindani)

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