Bad company Italia

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Intervengo ancora sul tema del debito pubblico, dopo l’ottimo post di Oscar, segnalando il mio stupore per le numerose personalità che hanno in maniera superficiale avvalorato l’idea che un’imposta patrimoniale consistente sia soluzione praticabile e consigliabile per aggredire il problema del debito. Ritengo infatti che non sia praticabile e che in ogni caso sia sconsigliabile per una molteplicità di motivi. Quello principale consiste nel fatto che il problema non è lo stock del debito, il cui ammontare leggiamo sul tassametro qui in alto a destra. Pur  consistente in valore assoluto (il terzo al mondo a pari merito con la Germania) e in percentuale del Pil, non è il debito il problema bensì il fatto che esso continui a crescere nel tempo.

Poichè il suo gradino annuale di crescita è il fabbisogno (i pagamenti della PA  che non possono  essere finanziati dagli incassi), è proprio il fabbisogno (principalmente determinato dal disavanzo di bilancio della PA) il vero problema. Ma anche il fabbisogno non sarebbe un gran problema se il Pil (non quello con la U finale che va tanto di moda in questo periodo) crescesse a velocità adeguata. Invece il fabbisogno annuo è un multiplo della crescita (in valore assoluto) del Pil nominale, 2,3 volte nel 2010, prevedibilmente 2,0 nel 2011. In tal modo il rapporto debito/pil risulta in continua crescita e sta ritornando al 120% della prima metà degli anni ’90. Per arrestarne la crescita il rapporto fabbisogno/pil dovrebbe stare al di sotto del 120% e per avviarne la convergenza al 60% richiesto da Maastricht dovrebbe stare non al di sopra del 60%.

In sintesi si può sostenere che la finanza pubblica italiana soffra di un grandissimo problema e che questo problema si chiami (mancata) crescita. Per risolvere il problema di finanza pubblica occorrerebbero quindi maxi  riforme  pro mercato, non maxi patrimoniali, ad esempio liberalizzare (anche) i mercati (non solo i costumi). In attesa che si risvegli la crescita del Pil bisogna tuttavia rallentare la crescita del  debito. I governi degli anni ’90 usarono come strumento le politiche di privatizzazione: vendere asset pubblici, non asset privati, per evitare debito pubblico. Purtroppo anche il termine privatizzazione sembra essere stato depennato dal vocabolario economico dell’Italia contemporanea. Qualsiasi soggetto eccessivamente indebitato cercherà di ridurre i propri debiti cedendo asset patrimoniali suoi, solo gli stati sono in grado di espropriare allo scopo asset altrui (*).  E’ il gioco delle due tasche della giacca, citate da Tremonti all’Ecofin di inizio autunno: nell’una c’è il debito pubblico, nell’altra la ricchezza, quella privata, però.

[(*) Immaginiamo questo dialogo surreale di fronte a un funzionario di banca al quale stiamo chiedendo un prestito: (Domanda) Quali asset può dare in garanzia? (Risposta) L’appartamento del mio vicino. Tradotto in lingua statalista diventa così: (Domanda al ministro del Tesoro da parte dei mercati finanziari) Quali asset può dare in garanzia dell’elevato debito pubblico? (Risposta) Gli appartamenti dei miei contribuenti.]

La metafora delle due tasche della giacca suggerisce che la seconda tasca garantisce la prima e che, in caso di necessità, si possono sempre effettuare travasi (che vanno sotto il nome di patrimoniali). Nessuno ricorda invece la terza tasca, quella nascosta di Tremonti che contiene gli asset pubblici e che funziona solo in entrata, mai in uscita (ultimamente c’é entrata una banca). Nessuno sostiene che l’impresa pubblica semplicemente non ce la possiamo più permettere, che i politici che si dilettano a fare gli imprenditori con i soldi dei cittadini non sono più ammissibili, che contribuenti e consumatori starebbero molto meglio se la mano invisibile di Adam Smith (il mercato di concorrenza) fosse in grado di svuotare la tasca invisibile dove sono gelosamente celate imprese pubbliche senza efficienza.

Ma bad policy (patrimoniale) e good policy (privatizzazioni di imprese pubbliche e di immobili non utili per le attività pubbliche) sono comunque provvedimenti  non necessari e non sufficienti per risolvere il problema  della finanza pubblica. L’unico risolutivo è il pareggio di bilancio (è tollerabile in realtà un disavanzo sino all’1% del Pil), grazie al quale il rapporto debito/pil risulterebbe continuamente in diminuzione nel corso del tempo. Senza il pareggio di bilancio tanto la maxipatrimoniale quanto maxi privatizzazioni non risulterebbero risolutive, dato che dopo di esse il debito riprenderebbe a salire come prima (e forse anche di più). Con pareggio di bilancio permanente e privatizzazioni potremmo invece far diminuire non solo il rapporto debito/pil ma anche lo stock del debito, realizzando un notevole riordino della finanza pubblica.

Un bilancio pubblico stabilmente in pareggio (come si è vincolata a realizzare la Germania attraverso norma costituzionale) avrebbe l’effetto di mettere in quarantena il problema del debito pubblico elevato e di non rendere necessario alcun drastico intervento su di esso. Non si può tuttavia realizzare aumentando di cinque punti la pressione fiscale (*), bisogna metter mano con provvedimenti strutturali alla spesa pubblica, cosa che non è avvenuta neppure nei momenti più critici della nostra finanza pubblica (la crisi del 1992-93 e l’esame di ammissione a Maastricht del 1996-97).

[(*) La pressione fiscale italiana effettiva, calcolata come rapporto tra il gettito fiscale e il Pil emerso, è già la più alta dell’universo, salvo che vi sia vita sul pianeta di recente scoperta Gliese 581d e una pressione superiore al 54% attuata dal collega extragalattico di Tremonti, oppure che vi sia una consistente economia sommersa in Danimarca, che è il paese al secondo posto al mondo per pressione fiscale (prima di correggere anch’essa per il sommerso). C’é del nero in Danimarca? Molto difficile credere che sia tale da scalzare l’Italia dal primo posto nella classifica mondiale della pressione fiscale effettiva.]

Come si fa a intervenire in maniera strutturale sulla spesa pubblica (superando l’approccio finanziario e il metodo dei tagli che nulla risolve)? E’ realtà molto semplice. Basta rovesciare l’attuale modello organizzativo pubblico, consistente in una molteplicità di organizzazioni, agenzie, uffici per i quali il sistema delle tasse garantisce che possano pagare i fattori produttivi che usano. Queste organizzazioni, agenzie e uffici, pur restando pubblici, possono essere resi autonomi, separati tra di loro e da chi li finanzia, messi in concorrenza e pagati per i servizi che effettivamente producono anzichè per i fattori produttivi che consumano. Si tratterebbe in sostanza di prendere dall’economia di mercato due dei tre elementi chiave che la caratterizzano: l’uso del sistema dei prezzi e la concorrenza, senza necessità di adottare anche il terzo, la proprietà privata. Organizzazioni pubbliche in concorrenza tra di loro, finanziate sulla base della quantità e qualità di quello che producono, sarebbero indirizzate sulla via dell’efficienza e poste di fronte al rischio di procedure di fallimento/liquidazione/accorpamento in caso di performance non adeguate. Nel caso dei servizi pubblici a domanda individuale, che sono circa i due terzi del totale, l’ideale è che sia il cittadino-consumatore a pagare direttamente il prezzo utilizzando un’equivalente riduzione delle tasse e, in caso d’incapienza, trasferimenti pubblici ad hoc o vouchers.

Questa riforma avrebbe il vantaggio di sottrarre cospicue risorse a chi sinora ha effettuato scelte inefficienti senza subirne conseguenze (classe politica e dirigenza pubblica ad essa sottoposta) e di ridarle ai cittadini i quali hanno un forte incentivo, l’interesse personale, a usarle in maniera corretta e a non sprecarle. I sostenitori della patrimoniale vanno invece nella direzione opposta, la ‘ricapitalizzazione’ di una classe politica impreparata e inefficente (*). Probabilmente senza rendersene conto stanno proponendo una ‘soluzione Alitalia’ da applicarsi a tutto lo stato attraverso la creazione di una ‘bad company’ che verrebbe spalmata sui contribuenti attraverso la maxipatrimoniale e in una ‘good company’ che verrebbe riaffidata alla stessa classe politica di prima. Non è difficile prevedere che l’aggettivo good sarebbe destinato a evaporare in pochissimo tempo. Basta guardare agli effetti delle ricapitalizzazioni Alitalia attuate nel decennio 2000: dopo ognuna di esse la compagnia ha regolarmente aumentato le perdite di esercizio.

(*) E’ come ricapitalizzare il figliol prodigo pensando che possa essere un viatico sulla strada della frugalità.

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