Sarkò tenterà a G8 e G20 un colpo di Stato

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A Deauville il 26 e 27 maggio per il G8 e a Cannes a novembre per il G20, la presidenza francese dei due maggiori fori di coordinamento della politica economica mondiale si preannuncia coi fuochi artificiali. Fuochi statalisti, e non solo perché dai tempi di Luigi XIV e di Versailles la grande pirotecnica si è sviluppata per secoli solo perché erano le corti coi soldi dei contribuenti, a poter largheggiare in spese. Fatto è che le presidenziali francesi sono tra 13 mesi, e Sarkozy ha tutte le intenzioni di giocarsi i sei mesi di grande visibilità internazionale per risalire nel gradimento degli elettori, visto che oggi sta sotto la quota per lui molto preoccupante del 30%, una ventina di punti sotto Berlusconi da noi. E per risalire nei cuori dei francesi la parola d’ordine sarkozista è una sola: Stato, Stato, Stato.

Sui giornali italiani non siamo abituati a leggere e commentare gli interventi politici d’Oltralpe, ma negli ultimi due mesi il presidente non fa altro che indicare la necessità di rimettere lo Stato al centro di tutto. Eco come si spiega la sua triplice offensiva sulle proposte da sempre care a chi diffida del mercato. Il mercato è colpevole di troppa finanza. Il mercato è colpevole di troppa volatilità. Il mercato è colpevole di non saper valutare i cambi tra le valute. Di conseguenza, Stato, Stato, Stato è la risposta francesi ai tre problemi.

Contro gli eccessi della finanza, Sarkozy rilancia la cosiddetta Tobin tax, poi denegata dallo stesso economista al quale continua ad essere attribuita. Si tratta di una tassazione poco più che simbolica – alcun cents – sulle transazioni finanziarie. E naturalmente il presidente francese propone di destinarne i proventi – vista la quantità di transazioni, comunque un pacco di miliardi – ai paesi meno sviluppati, i grandi esclusi dalla crescita planetaria  trainata da Asia e Bric e con i Paesi avanzati a tener faticosamente dietro. Inutile dire che da decenni la letteratura accumulata contro la tassa sui mercati finanziari mostra chiaramente che si tratta di un’idea irrealizzabile, visto che basterebbe che una sola grande piazza finanziaria mondiale ne restasse fuori, per orientare verso di essa flussi tali che a tutti passerebbe istantaneamente la voglia. All’Eliseo interessa di più mettersi alla testa di una grande coalizione internazionale che prema contro i Paesi “mercatisti”.

Idem dicasi per la seconda proposta, volta ad abbattere l’eccesso di speculazione sui mercati delle commodities, e in particolare di quelli alimentari. Qui Sarkozy lancia direttamente un’offa alle rivolte del pane che stanno sanguinando le piazze della sponda sud del Mediterraneo, laddove l’eredità coloniale francese non ha lasciato certo un ottimo ricordo. Anche in questo caso, oggi come oggi sulle maggiori piazze mondiali è possibile in tempo pressoché reale sapere sul totale degli operatori che investono sui futures quanti sono commerciali – cioè aziende del settore o della filiera – e quanti invece puramente finanziari. Ma credere che in tutto il mondo si sia pronti ad adottare la stessa misura per colpire i secondi è del tutto illusorio, al di là del fatto che sarebbe ingiustificabile colpire alla cieca immaginando che chi scommette su un prezzo lo faccia per affamare.

Diversa e meno ragionevole la terza proposta, sul terreno monetario. Sarkozy propone che i Diritti speciali di prelievo del Fondo Monetario Internazionale si aprano anche a comprendere lo yuan tra le valute di riferimento, in modo da svincolare la valuta cinese dalla fluttuazione a parole adottata verso il dollaro a fine 2008, ma che ha condotto a una mera rivalutazione del 3% della divisa pechinese su quella americana. E’ un progetto meno inutilmente unilaterale della richiesta americana sin qui respinta con durezza dalla Cina, di lasciare pressoché libero lo yuan di rivalutarsi fino al 20 o 25%, misura che avrebbe conseguenze molto pesanti sull’export cinese che ancora costituisce il traino di quel 10% di crescita annua della Terra di Mezzo. Ha il pregio, inoltre, la proposta francese, di essere espressa anche qui a nome di una vasta coalizione di Paesi, e non dalla ex potenza egemone  statunitense, nemica potenziale diretta di Pechino per i controllo del Pacifico. Potrebbe dunque avere qualche chanches, a differenza delle altre due proposte. Anche perché modulabile nel tempo molto più estesamente della semplice rivalutazione controllata unilateralmente dalla Banca Centrale Cinese, e in cambio della contestuale crescita di peso di Pechino al FMI.

In ogni caso non ci si può sbagliare. Sarkozy lavora per il dirigismo di Stato. Chiunque ne diffidi, farà bene a tener conto che, non bastasse l’eccesso di debito pubblico, la fine del 2011 può regalarci qualcosa di peggio.

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