18
Gen
2011

La forza di rialzarsi – Il caso FIAT-FIOM – di Diego Valiante

Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Diego Valiante.

Leggevo senza molte sorprese un articolo sulle scritte contro Marchionne rinvenute a Torino in questi giorni. Al di là del singolo episodio assolutamente da deprecare, c’è di fatto un conflitto sociale che oggi cresce nel Paese, ma che viene discusso sui nostri media in una maniera strumentale e a mio parere poco costruttiva. Si tratta agli occhi di tutti della solita contrapposizione tra capitalismo/liberismo e coloro che vogliono difendere lo stato sociale e il ‘lavoro’ (come se ci fosse una sola definizione di lavoro a cui tutti noi ci dovremmo prostrare).Cercherò di definire un po’ meglio le ragioni di questo malessere, che vanno ben oltre la recente crisi finanziaria, la quale ha solo la responsabilità di aver portato a galla tutte le contraddizioni del nostro sistema economico. Dovremmo buttarci alle spalle un dibattito altamente politicizzato, che si è ridotto ad un mero conflitto tra sedicenti difensori di ideologie di cui si fatica a vederne l’attualità.

C’è una sfida importante che dovremo affrontare nei prossimi anni per salvare il nostro sistema economico da una deriva ancor più pericolosa dell’attuale crisi economica. Ridurre i costi e l’indebitamento, ed incrementare la competitività a livello internazionale e l’efficienza del nostro sistema economico, senza abbattere le garanzie sociali o ‘assediare’ i diritti di cittadinanza.

Ci sono essenzialmente due possibilità: o, a parità di condizioni, si abbassano i costi del lavoro e la tassazione più o meno ai livelli che sarà la Cina a decidere (come motore trainante della produzione globale) e di conseguenza si dovranno abbattere molte protezioni di welfare (senza necessariamente preservare qualità ed innovazione) ed intaccare i diritti di cittadinanza che hanno reso il nostro un paese ‘moderno’ agli occhi del mondo, dopo le sofferenze del dopoguerra e il boom degli anni ’60; oppure, più coscientemente, si punta su un completo rinnovamento del sistema produttivo con enormi investimenti in innovazione e ricerca e sviluppo (su cui la Cina sta solo da pochi anni investendo, con ancora scarso Know-how). Chiaramente la risposta va da sè.

Tuttavia, per raggiungere questo secondo obiettivo, da un lato c’è un bisogno impellente di cambiare il modo di fare impresa. Il nostro paese soffre perché la generazione di grandi imprenditori che ha costruito l’Italia non è stata capace di rinnovarsi e sta pian piano scomparendo arroccata intorno a poche rendite di posizione oramai ridotte al lumicino. Il capitalismo familiare soffre di un limite strutturale, ovvero la capacità dei figli di eguagliare le competenze e la genialità dei padri in un contesto globale in forte evoluzione e competizione. Sfortunatamente, questo avviene poche volte. Nella realtà, con gli anni in Italia ha vinto un esempio di imprenditorialità basato sull’opportunismo e l’esclusivo arricchimento degli azionisti, che non creano benefici per la società, bensì corrompono la natura originaria dell’impresa, ovvero la creazione del valore e non di una rendita da sfruttare a tutti i costi, corrompendo e distruggendo tutto quello che ci circonda. Oggi bisogna dare all’impresa una ‘responsabilità sociale’, che la renda ‘creatrice di valore’ non solo finanziario ed economico e non solo per gli azionisti e i dipendenti, ma per tutti gli altri stakeholders (creditori, debitori, etc), nonché la società intera. Un management responsabile e di successo dovrebbe riuscire ad interpretare queste istanze di rinnovamento. Ma anche su questo fronte, tranne pochi valorosi, soffriamo la mancanza di una classe manageriale di prestigio internazionale. La maggioranza dei nostri managers vive così a contatto con la politica che oggi, guardacaso, si fatica a distinguere un manager da un Presidente del Consiglio!

Sull’altro fronte, quello del lavoro, il nostro Paese avrebbe bisogno di abbandonare fastidiosi pregiudizi sul ruolo dell’impresa e una visione dei lavoratori e del lavoro in generale che appartiene al XIX secolo. E’ indubbio che abbiamo bisogno di un mercato del lavoro altamente flessibile (non precario) ed altamente qualificato, che significa non solo più produttività ma più retribuzione e posti di lavoro. Mi dispiace dirlo, ma il mercato del lavoro in Italia è in crisi tanto quanto il suo tessuto imprenditoriale per l’incapacità dimostrata negli anni di rinnovarsi. Le ragioni sono molteplici. La presenza di sindacati che, come le imprese e la classe dirigente, conitnuano a difendere le loro rendite di posizione conquistate e mantenute tramite la contrattazione collettiva nazionale (una delle ragioni della mancanza di incentivi al rinnovamento). Questo li ha spinti – e con loro la maggioranza del mondo del lavoro – ad arroccarsi su posizioni di difesa del posto di lavoro ‘senza se e senza ma’, accecati da visioni ‘compassate’ e obsolete del lavoro e dell’economia. La domanda sorge spontanea: se i nostri operai hanno di fatto le stesse competenze di un operaio cinese, ma perché qualsivoglia impresa Italiana od internazionale dovrebbe venire ad investire e dare lavoro nel nostro paese, dove non solo la manodopera è più costosa, ma si pagano anche più tasse per il peso insopportabile di un debito pubblico non più sostenibile? Il resto dei lavoratori che sono fuori dal giro sindacale (oramai milioni di italiani) spesse volte soffre la precarietà e l’insopportabile abbandono dello Stato e a volte anche della collettività. La distanza poi tra classi ricche e povere è cresciuta non solo in termini assoluti ma anche in termini relativi, ovvero è palese l’impossibilità delle parti più povere della nostra popolazione di avere opportunità di riscatto sociale per se stessi e la propria famiglia. Questo uccide le speranze di intere nuove generazioni e distrugge il tessuto di idee e forze nuove che hanno reso a suo tempo il nostro paese una grande nazione.

Tornando sulla vicenda della FIAT. Non prendo posizione a favore di Marchionne. Prendo atto che la FIAT sta semplicemente cercando di sopravvivere in un contesto internazionale di forti pressioni concorrenziali da un lato e di declino del mercato automobilistico (come nato e sviluppatosi nel secolo scorso). E’ inevitabile che FIAT tagli sulla manodopera e sul mercato italiano (sempre meno rilevante in temini di numeri), perché non c’è più nient’altro da tagliare e perché giustamente (e finalmente) lo Stato ha smesso di sovvenzionarla.

Non credo ci sia una panacea per risolvere i problemi del nostro sistema economico (come di quello sociale) e questo viscerale conflitto sociale e tra generazioni, che nasce principalmente dalla disgregazione del tessuto imprenditoriale, della politica e del mondo del lavoro, incapaci di rincorrere un mondo che va a doppia velocità. Non c’è una soluzione appunto, ma c’è un insieme di politiche che possono riuscire a generare ricchezza non solo per le imprese e i lavoratori, ma per la società intera: investire massicciamente in innovazione sul fronte dell’impresa e della ricerca scientifica primaria e di prodotto, nonché sull’educazione per l’intera società. Concentrare le risorse su questi obiettivi, nonché su alcune opere infrastrutturali e strategiche nazionali, è l’unica via per tentare un New Deal italiano dopo anni di inevitabile declino. Il nostro paese purtroppo fatica ad appropriarsi di questi obiettivi per due motivi: la classe dirigente ed imprenditoriale è offuscata dalle antiche rendite di posizioni, che non hanno dato negli anni passati e non danno oggi incentivi sufficienti ad investire nel futuro (innovazione e ricerca); dall’altro, il mondo del lavoro soffre un generale impoverimento dei livelli di istruzione e di competenze (di base e di ricerca avanzata), nonché un depauperamento di competenze e conoscenze direttamente applicate al mondo del lavoro. Questo principalmente per mancate o inefficienti politiche pubbliche di sostegno alla ricerca e scarsi investimenti e sensibilità del sistema industriale verso la formazione e l’educazione dei (futuri) lavoratori.

La strategia da intraprendere a mio avviso è palese, tuttavia i margini economici, temporali, ma soprattutto politici, sono sempre più risicati. Sarà ancora una volta capace il popolo italiano, proprio nel 150esimo dell’unità, di trovare la forza di rialzarsi e combattere quando il declino sembra un destino lento ed inevitabile? Al tempo l’ardua sentenza.

Diego Valiante, Ph.D.
Research Fellow
Centre for European Policy Studies (CEPS)
Bruxelles

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22 Responses

  1. j

    Attenzione a parlare di New Deal, si rischia il linciaggio…

    a parte le battute, è tutto vero: gli imprenditori sembrano un po’ seduti, probabilmente a causa di un sistema burocratico e fiscale che rende la vita impossibile. Quindi tagliare lo stato e tagliare le tasse è l’imperativo numero 1, il problema è trovare uno che abbia le palle e il seguito per farlo, senza peggiorare le cose. Berlusconi lo aveva promesso e ne aveva tutte lepossibilità, purtroppo è finito col ricreare una DC senza D (comanda lui e basta) e senza C (vedi legge bossi-fini e bungabunga).

    Dall’altra parte ci sono lavoratori che ce la mettono tutta e producono e altri lavoratori che scaldano le poltrone e pretendono di poterlo fare. Bisogna attivare politiche per discriminare tra questi due tipi di persone, ovvero introdurre la meritocrazia. Invece qui siamo abituati all’uguaglianza, a non scontentare alcuni a favore di altri, magari solo per non sentire le loro lamentele. Solo una politica che premia i migliori può incentivare il miglioramento.

    La panacea? Io propongo le 5 ore lavorative (attenzione – non le 7 francesi che non cambiano nulla se non chiamare “straordinario” l’ottava ora) e la conseguente eliminazione della disoccupazione. Tutti lavoreranno meno ma lavoreranno tutti. Le tasse sul lavoro saranno abolite, garantendo un netto dignitoso a tutti. Tutti potranno consumare qualcosa, su cui pagheranno un po’ di imposte. L’organizzazione del lavoro si evolverà per un efficientamento della produttività per ora lavorata, visto l’accorciamento dei turni. Le imprese che vogliono lavoratori qualificati dovranno pagarli per quello che meritano anziché per il semplice favore di offrirgli un posto di lavoro. Chi è in gamba produrrà in 5 ore lo stesso che produce oggi in 8 grazie all’obbligatorio efficientamento organizzativo e alla deadline imminente di fine turno (non serve più nemmeno la pausa pranzo), altrimenti subentrerà l’ex disoccupato a produrre nelle 5 ore successive il delta tra 8 e 5. I meno bravi probabilmente avranno due lavori. Il dividendo di chi studia non sarà più solo una retribuzione più alta, bensì la possibilità di godersi mezza giornata di vita in più al giorno, per se stessi e per l’umanità. Sarà un paese divertente, dove la risorsa più scarsa di tutte – il tempo – sarà a disposizione dei cittadini che contribuiscono tutti alla crescita collettiva. E probabilmente quel tempo sarà utilizzato per alimentare l’economia con i consumi, anziché scaldando poltrone nei tempi morti della giornata lavorativa di 10 ore tanto di moda oggi.
    In sostanza, se oggi produciamo 100 con 20 disoccupati su 100, secondo me possiamo produrre gli stessi 100 facendo lavorare meno chi già lavora e dando la possibilità di lavorare anche ai disoccupati. Lavorando tutti, tutti possono consumare, generando un circolo virtuoso per l’economia e per il benessere personale e collettivo.

    Questo è il mio sogno, purtroppo non ho il tempo né le conoscenze adatte per dimostrare in fretta la validità economica di tale teoria. Ci lavoro nei weekend, ma le informazioni che trovo sono troppo spesso inutili, legate ad ambienti accademici che spiegano il costo della disoccupazione parlando del sussidio e dei sindacati.

    Qualcuno mi può indicare una ricerca valida e approfondita che indichi il costo in euro di un disoccupato in Italia?

  2. Caber

    Non mi sembra una gran poposta… la perdita di potere d’acquisto sarebbe enorme (uno che guadagna 2000€ passerebbe a 1250).

    Oltretutto perchè imporre agli altri di vivere come piace a lei? io preferisco lavorare 8 ore. Invece di lavorare nei we chieda il part time…

  3. Pietro Francesco

    E’ un’analisi astratta e d’altronde viene da una persona rinchiusa in una biblioteca di Bruxelles e non da uno che lavora e vive in Italia… In realtà la responsabilità di questa situazione è di due categorie: 1) la classe dirigente di sinistra; 2) il sindacato. Vi accenno a qualcosa successo qualche decennio fa per farvi capire cosa intendo e che si commenta da sé. Un mio parente acquisito aveva una grande fabbrica di latticini con un marchio noto e diffuso in tutta Italia e che andava benissimo. Succedeva che gli operai rubavano dai magazzini attrezzi e materia prima per rivenderli al nero. Accortosi di ciò, l’imprenditore ovviamente cercò di licenziare i responsabili; ma questi, difesi dai sindacati, organizzarono scioperi ed altre forme di protesta tali per cui all’imprenditore fu praticamente impossibile continuare l’attività e dovette vendere tutto, azienda e marchio, che ora appartengono ad una multinazionale straniera. Di storie come questa ce ne sono tante… La colpa non è degli imprenditori, che lavorano, a differenza degli operai, anche il sabato e la domenica…. La colpa è della sinistra e del sindacato.

  4. Pietro Francesco

    Ho dimenticato di dire che anche la multinazionale straniera si è arresa e sta chiudendo quello stabilimento.

  5. Riccardo

    Sinceramente non mi sono molto accorto che fosse la sinistra a comandare in Italia, mi risulta che la sinistra al potere dal dopoguerra ci sia stata per 5+2 anni con Prodi (se Prodi è di sinistra !). In realtà in Italia chi governa, sia di sinistra che di destra, è lo specchio di noi italiani, un popolo molto diviso, con poca cultura economica e liberale, con la tendenza ad arrangiarsi individualmente. Il problema ora è di rompere con i molti gruppi di interesse consolidati storicamente, sia di sinistra, ma anche di destra.
    Le privatizzazioni in Italia sono ancora quasi tutte da fare, nella industria come nella finanza e nel terziario

  6. Andrea

    L’Italia attuale è il prodotto di decenni di consociativismo in salsa socialista.
    Berlusconi ha la colpa di non aver demolita l’egemonia sindacal confindustriale. Questa egemonia socialista ha arricchito alcuni baroni confindustriali, creando un enorme debito pubblico e una pressione fiscale gravante sui semplici cittadini. La sinistra è da prendere a calci da qui all’eternità. Ma anche Berlusconi ha le sue colpe a cui sarebbe bene cominciasse a rimediare. Insopportabile vedere che il governo considera ancora come controparti le corporazioni sindacali e confindustriali. Il governo deve rispondere ai suoi elettori, non a delle caste chiuse ormai completamente avulse dalla società.

  7. Riccardo

    Scommetto che tutti coloro che si lamentano del corporativismo in salsa socialista hanno votato tra gli anni 70 e 80 o PSI o DC o PSDI o PRI poi negli anni 90 hanno votato Forza Italia ed adesso hanno ancora la presunzione di sapere cosa occorre fare. Se qualcosa nel frattempo e’ andato terribilmente storto forse e’ dovuto alla loro mancanza di coraggio nel cambiare, forse votare a sinistra 30 o 20 anni fa avrebbe scatenato qualche salutare azione reazione verso il cambiamento, la paura della sinistra e’ stata a mio parere il miglior paravento per lasciare tutto immobile e lasciare tutto marcire

  8. Francesco

    “E’ inevitabile che FIAT tagli sulla manodopera”.
    Leggendo il testo dell’accordo di Mirafiori non mi sembra proprio che la Fiat voglia risparmiare sulla manodopera. Piuttosto vuole sfruttare al meglio gli impianti, il nocciolo dell’accordo gira sul reprimere l’assenteismo e migliorare lo sfruttamento delle risorse. In parole povere “L’importante è non fermare la linea”.
    Io ho lavorato per un’industria tessile e vi assicuro che le condizioni del CCNL tessili sono più dure per i lavoratori che l’accordo Fiat.

  9. Andrea

    x il compagno riccardo
    Votare a sinistra significa votare per il marcescente consociativismo clientelare di stampo dalemiano. Nient’altro. Votare a sinistra equivale a chiedere più spesa pubblica e più tasse. Ma per favore. Piuttosto che dare il mio voto ai ladri dalemiani, mi taglio il membro. La presenza di un partito delinquenziale ed eversivo come il PCI ha fatto sì che una DC con politiche fonamentalmente socialiste e corporative permanesse a lungo in Italia. Ma questo non vuol dire che allora si sarebbe dovuto votare per i seguaci di Togliatti. In quel caso saremmo finiti come la Romania di Ceausescu.
    Per chi ci prendi, compagno Riccardo, per i poveri fessi che ancora votano PD?

  10. antonio

    mi considero l’ultimo malagodiano, ma non sopporto il bieco e penoso anti-comunismo del camerata Andrea.
    Ci sono senz’altro molti fessi che votano PD, ma purtroppo ne conosco anche molti che votano a destra. Grazie a questo blog ora ne conosco uno di più.

  11. Luigi Calabrone

    Concordo con l’analisi dell’autore.
    Purtroppo, il sistema economico italiano è sempre stato poco concorrenziale rispetto all’estero, escluso il settore della moda e del lusso, in cui continua la felice tradizione che risale addirittura al Rinascimento, come evidenziato dagli studi di storia economica di Carlo Cipolla.
    L’industria ha avuto diversi periodi di successo, perchè gli italiani, con spirito quasi artigianale, per brevi periodi sono riusciti a produrre a costi minori (proprio per le loro capacità di organizzarsi a costi ridotti, con organizzazioni ridotte all’osso) prodotti imitati da modelli esteri, di aspetto gradevole, di qualità accettabile (non buona) ed a prezzi concorrenziali.
    Ha avuto ed ha ancora molto successo, la costruzione di macchine utensili e di impianti, “su misura”, in cui le caratteristiche di progettazione base sull’artigianalità (in questo caso, sui generis) permettono alle imprese italiane di vendere, sul mercato mondiale, macchinari sofisticati ed prezzi elevati, studiati in centri di progettazione di elevato livello, ma composti da poche persone di fiducia dei titolari dell’impresa.
    Ma, purtroppo, quello che era il punto di forza a breve (organizzazioni ridotte all’osso) era anche quello debole sul medio-lungo periodo, perché tale tipo di organizzazione non prevede reparti di ricerca e sviluppo, considerati dagli imprenditori improvvisati solo come fonte di spese.
    In un paese molto burocratico e pieno di vincoli, con cultura accademica ed ingessata, hanno avuto successo soprattutto imprenditori provenienti dal basso (come è tipico del sistema della moda), spesso con curricula di studi irregolari e con titoli accademici ridotti, dato che l’Università italiana, dominata dalle baronie familiari, tende a spegnere la creatività di chi si laurea e magari procede negli studi. (Osservazione di Gino Martinoli, studioso e manager che lavorò per Olivetti).
    Imprenditori che, quando hanno successo, sono soddisfatti del benessere economico che hanno faticosamente raggiunto, ma non sono capaci di mantenere la continuità delle loro imprese, che preferiscono vendere ad imprese più grandi, preferibilmente estere, anche perchè, avendo come obiettivo soprattutto il mantenimento del controllo della proprietà, preferiscono inserire nell’impresa familiari incompetenti piuttosto che manager che potrebberro far perdere loro detto controllo.
    L’aspetto patrimoniale (mantenere il patrimonio accumulato) prevale su quello professionale (mantenere viva l’impresa). Se vogliamo, anche il gruppo Fiat, con la disastrosa gestione degli ultimi 15 anni di Giovanni Agnelli, che ha smesso di investire nel settore auto per dedicarsi alla finanza, è l’esempio estremo di tale tendenza, così che oggi Marchionne non ha più prodotti innovativi e concorrenziali da vendere, e solo con molta fatica e fortuna potrà salvare l’impresa.
    Che fare? Occorre puntare su prodotti sofisticati e basati sulla ricerca e sull’innovazione. Ma, per questo, occorrerebbe un sistema scolastico ed universitario diffuso e pervasivo nella società, di cui per ora non disponiamo. Ancora oggi vediamo comparire nell’Università – evidentemente ancora sede dell’Accademia più chiusa – cartelli con la scritta: “via i privati dall’Unversità”.
    Se saremo fortunati, dal momento che l’Italia inizierà a puntare sull’istruzione – e non abbiamo ancora iniziato – occorreranno almeno vent’anni per vedere i primi risultati. Fino ad allora continuerà l’attuale stagnazione, ed il posto relativo dell’Italia rispetto ai Paesi esteri progrediti continuerà ad arretrare.

  12. alberto

    Ci manca solo che un liberista non sia anche anticomunista. Concordo in pieno con Andrea e mi sollazzo dell’ipocrisia dell’ultimo malagodiano. Se adesso essere anticomunisti significa essere fascisti, si vede proprio il livello intellettuale del sinistrume circolante.
    Non so se sono un fesso. Ma di sicuro mi sentirei molto ma molto più fesso votando per il PD.

  13. antonio

    per alberto
    c’è modo e modo di essere anti-comunisti. Ad esempio anche Hitler era anti-comunista ma certamente non era un liberale.
    Non ho mai affermato che essere anti-comunisti vuol dire essere automaticamente fascisti. Concludere che tutti quelli che votano PD siano dei fessi, mi sembra comunque un approccio molto più fascista che liberale, più da tifosi della curva sud che da persone raziocinanti.

    Le mie conclusioni sarebbero le stesse se qualche idiota affermasse che chi vota a destra è necessariamente un fesso.
    A tal proposito ricordo che Malagodi considerava il PLI un partito di centro e non di destra.

    A proposito del “sollazzo dell’ipocrisia dell’ultimo malagodiano” mi sarebbe troppo facile rispondere con la rima.

  14. alberto

    Certo come no? Considerando che il programma del PD è infarcito di patrimoniali e tasse per mantenere la spesa pubblica, è davvero da intelligentoni e liberisti prendere in considerazione un partito di mentecatti socialisti e per di più ex comunisti quale è il partito di D’alema.

  15. luigi zoppoli

    Lei ha sintetizzato in un post argomenti di una vastità impressionante. aderisco tendenzialmente a diverse delle sue opinioni. Mi interesa particolarmente la questione del ruolo sociale delle imprese al quale lei ha fatto cenno. Se lei ha scritto in argomento, potrebbe cortesemente segnalarmi un indirizzo web o un suo testo?

  16. Beltrame

    Il ruolo sociale delle imprese mi sembra la solita boiata. In un contesto di libero mercato l’unica cosa veramente etica è perseguire il massimo valore sostenibile nell’interesse degli azionisti. In genere questo finisce spontaneamente per avere positive ricadute “sociali” come posti di lavoro sicuri e adeguatamente retribuiti.
    E in genere sono proprio le imprese a controllo famigliare che danno maggiori garanzie in questa direzione. Invece il modello anglosassone di un capitalismo governato da un management che non coincide con l’azionariato spinge a ottenere incrementi di valore temporanei ed effimeri, che non sono nell’interesse dei proprietari (gli azionisti) e che non sono neppure positive da un punto di vista “sociale”.
    In un contesto di libero mercato l’unica cosa veramente etica è l’arricchimento degli azionisti. Altre formulazioni rischiano solo di essere una riproposizione di un socialismo mascherato, magari anche con i sindacalisti nei consigli di amministrazione. E che Dio ci protegga dalle piattole del sindacato.

  17. Diego Valiante

    @Beltrame
    Salve,
    devo dire che non c’e’ un’unica lettura che potrebbe fare sull’argomento, dal momento che non c’e’ un unico economista che teorizza su questi argomenti. La responsabilita’ sociale dell’impresa, che non ha niente a che fare con il socialismo o gli altri commenti (sui sindacalisti) che emergono da questa discussione, nasce da teorie sul mercato come quelle di Coase sull’impresa e sui costi transattivi (nonche’ Demsetz, ecc). Coase non e’ certamente un difensore dello Stato o del socialismo, anzi e’ l’opposto.
    E’ proprio la consapevolezza che lo Stato puo’ e deve fare poco nel mercato che deve spingere l’impresa a minimizzare l’impatto delle sue esternalita’ negative. ‘Sociale’ non vuol dire ‘socialismo’ e piu’ Stato, ma vuol dire sostenibilita’. I driver di ricchezza nell’economia dei prossimi anni sara’ essenzialmente basato sulla conoscenza (chiaro gia’ da anni) e sulla sostenibilita’ sociale e ambientale dell’impresa nel mercato.
    Non mi dilungo sulla (di)visione del lavoro, di cui potremmo discutere per ore. Ho cercato di chiarire quali sono le posizioni a mio avviso sbagliate nella vicenda di cui sopra. In particolare, vorrei far capire che nella vicenda FIAT-FIOM il lavoro come tale non c’entra nulla. Si tratta della lotta per la sopravvivenza tra due visioni dell’impresa e del lavoro che appartengono al passato. Per esempio, i sindacati hanno finito di esercitare una loro funzione quando sono riusciti ad inglobare nell’ordinamento il 90% delle loro richieste. Da allora sono diventati anche loro un elemento parassitario del sistema.

    Anche se i suoi studi di politica monetaria rimangono un pilastro della macroeconomia, come per le aspettative razionali e sulla difesa strenua della teoria di massimizzazione del valore degli azionisti non mi fiderei ciecamente di Friedman.

    Per i riferimenti suggerirei di leggere Coase (teoria dell’impresa; Impresa, Mercato e Diritto) oppure Demsetz sui costi transattivi oppure Douglas North sul ruolo delle istituzioni:
    http://www.libreriauniversitaria.it/impresa-mercato-diritto-coase-ronald/libro/9788815108722

    Potrebbe dare anche un’occhiata a questo libro per una discussione piu’ generica dell’argomento:
    http://www.libreriauniversitaria.it/responsabilita-sociale-impresa-globalizzazione-verso/libro/9788846456137

  18. Ugo Pellegri

    Condivido il pensiero dell’autore.
    Mi sembra di poter aggiungere che Marchionne stia provando a realizzare, almeno in parte ed al momento nei desideri, quanto auspicato.
    A questo punto tutti, classe politica e sindacati inclusi, dovrebbero operare per accettare la sfida che i si di Mirafiori hanno già accolta.

  19. luigi zoppoli

    @Andrea
    Tenuto conto che il consociativismo è una malattia endemica storicamente annidata in Italia, si può escludere che oggi non ci sian consociativismo?
    Lasciamo perdere anche perchè l’interessante articolo aveva ben altre argomentazioni.

  20. luigi zoppoli

    @Diego Valiante
    Grazie per la sua articolata risposta. Cosa ho avuto il piacere di leggerlo.
    Quanto ai commenti non c’è da meravigliarsi. Oramai siamo ridotti ad un tribalismo irrazionale ed irragionevole che, data la mia età non ho mai visto neppure durante la guerra fredda quando, sia pure da opposte sponde, un minimo di rispetto pure c’era. Lo dico da liberale. E se si aggiunge l’ignoranza, si capisce che parlando di responsabilità sociale dell’impresa c’è l’esperto di turno pronto a tromboneggiare di antisocialismo/comunismo.

  21. luigi zoppoli

    @Diego Valiante
    Mi permetta una piccola osservazione riguardo alla questione della vicenda FIAT-FIOM. Ferma restando l’esigenza e comunque la scelta di FIAT di introdurre in fabbrica i meccanismi ERGO.UAS la difficoltà è il governo della fabbrica. La mia opinione è che la strategia aggressiva usata da FIAT sia stata funzionale e forse necessaria a sbattere di forza sul tavolo del dibattito il tema dei vincoli eccessivi del CCNL, delle relazioni e della rappresentanza. Se le parti avranno l’avvedutezza di individuare soluzioni adeguate, sono più che certo che FAT non avrà difficoltà alcuna ad accettarle. A margine va anche ricordato che la stessa FIOM ha sottoscritto contratti aziendali assai simili a quello rifiutato nel caso FIAT.
    Di nuovo la ringrazio.

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