Il debito americano, il declino e la Cina

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La visita del presidente cinese Hu Jintao a Washington domani non poteva avvenire con una premessa più chiara, visto che in un’intervista scritta al Wall Street Journal di ieri ha annunciato con tagliente durezza che l’era di un sistema monetario mondiale dominato dal dollaro “appartiene al passato”. E’ un giudizio che ha seguito solo di pochi giorni il monito di Moody’s e Standard&Poor’s sul fatto che il debito federale Usa possa non solo perdere molto presto la sua “tripla a”, ma avvitarsi in una vera e propria prospettiva di default. E il default non è un timore tanto per dire, visto che ancora pochissimi giorni prima il presidente del Council of Economic Advisors del presidente Obama, Austan Golsbee, ha rivolto alla Camera dei rappresentanti ora a maggioranza repubblicana un’accorata implorazione ad alzare il più pesto possibile il tetto del debito pubblico federale Usa oltre la soglia attuale, che è a 14.300 miliardi di dollari, visto che il debito corrente è già oltre quota 13.900 e in pochi mesi la situazione potrebbe evolvere non verso il default sostanziale, ma il default tecnico secondo le leggi contabili degli USA.

Tenete conto che il portavoce della Camera, il repubblicano John Boehner, ha risposto che non è affatto sicuro di riuscire a convincere i suoi colleghi di partito. E che il 70% dei cittadini americani, negli ultimi sondaggi, si dichiara fantasticamente favorevole al default tecnico. Dico fantasticamente perché è un giudizio che la dice lunga su che tipo di contribuenti siano gli americani: di fronte a politici che non riescono a fermare la spirale compulsiva del debito e del deficit pubblico, a differenza degli italiani che continuano a credere che il problema a sia l’evasione fiscale gli americani preferiscono il crac. Almeno ferma l’orologio del debito, e addossa ai politici la chiara responsabilità del disastro, una volta per tutte nella storia.

Del resto quando si tratta di debito e deficit anche i politici americani non sono poi troppo diversi dai nostri. Tendono a mentire. Golsbee ha detto infatti che il default va evitato perché sarebbe “senza precedenti nell’intera storia americana”. E ha mentito sapendo di mentire, poiché non è uno sprovveduto. Basta leggere il meraviglioso This Time Is Different scritto dai due bravissimi economisti Carmen Rheinart e Kenneth Rogoff, che confutano il più delle balle raccontate in questi anni sul fatto che la grande crisi aperta nel 2007 è appunto “senza precedenti”, per ricordare che di default del debito americano ne sono avvenuti nel 1790, e in quel caso fu particolarmente grave perché il debito era detenuto all’estero sulle maggiori piazze di allora; nel 1933, e in quel caso erano obbligazioni denominate in oro detenute da cittadini e istituzioni finanziarie private americane; nonché nella crisi del 1841-42 fallirono ben 9 Stati dell’Unione; e in quella del 1873-74 altri 10 (motivo per il quale molti Stati hanno meccanismi automatici frena-debito che tuttavia non evitano esplosioni come quelli della California, per cui il Tesoro federale nella legislazione americana non ha obbligo di ripianare i debiti locali: cosa anch’essa che sembra a me molto positiva, e che dovrebbe valere per le nostre Autonomie, così i signori politici starebbero ben più attenti).

Né le previsioni così fosche sono esclusive delle agenzie di rating e della Casa Bianca. Il debito pubblico americano era di 425 miliardi di dollari nel 1970, meno del 40% del Pil di allora. Ai 14 mila miliardi di dollari federali attuali vanno per correttezza e completezza aggiunti i circa 7mila miliardi di debiti pubblici statali, delle Contee e delle municipalità americane attualmente in essere, e di conseguenza il debito pubblico statunitense è in realtà nell’ordine del 130% del PIL. Stiamo parlando di un aggregato sul Pil ben maggiore di quello della Grecia, e anche se naturalmente la forza e gli asset dell’economia americana sono incommensurabilmente superiori, sta di fatto che la Grecia ha dovuto avviare un piano severissimo di rientro, l’America non ci pensa nemmeno e Paul Krugman e mezzo partito democratico tutti i giorni ripetono che anzi bisogna indebitarsi di più.

Hu Jintao ha una certa massiccia dose di ragione, a pensare che in tale situazione è consigliabile che il dollaro tenga basse le penne, visto che il maggior creditore degli Usa è la Cina. Immaginando che la Cina continui a crescere non del 10% annuo ma “solo” del 7,5%,e che gli Usa crescano continuativamente almeno del 2,5% il sorpasso del Pil cinese su quello americano intorno a quota 20 trilioni di dollari avverrà nel 2019. E se anche gli Usa crescessero di qui ad allora del 5%, avverrebbe comunque nel 2022. Il 2 gennaio scorso il talentuoso storico britannico dell’economia trapiantato ad Harvard, Niall Ferguson, ha tenuto per la tv australiana una bombastica conferenza sul declino inevitabile della potenza americana: “la cosa più grave non è il debito galoppante americano,  ma il fatto che nessuna credibile strrategia di sua riduzione sia attualmente in agenda”. Ed è lo stesso titolo di uno dei saggi a forma di Gideon Rachman sull’ultimo numero di Foreign Policy. Leggete: gli americani sono critici molto più spietati del loro debito di quanto siamo noi a casa nostra.

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