17
Gen
2011

L’amaro bilancio dell’eccezionalismo, alcune domande scomode su Mirafiori

Contati i voti e dopo i primi commenti, e mentre ormai le cronache devieranno sul Bunga Bunga, è il caso di una riflessione più fredda e storica su Mirafiori. Perché mi ha colpito molto, che nessuno abbia fatto in questa occasione la storia del’eccezionalismo operaio, e del suo amaro bilancio. È anche necessario porre alcune domande sul resto della manifattura italiana, domande anch’esse che nessuno o quasi ha fatto, evidentemente per non far rilevare sui grandi media italiani che la Fiom è un’eccezione anche a casa sua. Hai visto mai, se avesse vinto, che non valesse la pena tenersela amica…

Il bilancio dell’eccezionalismo operaio
Quanto segue dipende dall’esser nato e cresciuto a Mirafiori Nord, all’angolo tra Corso Giovanni Agnelli e corso Unione Sovietica, di fronte allo stabilimento, in grigi falansteri di case popolari che sono ancor oggi come settanta anni fa. Un unico corpo immobiliare con la fabbrica stessa, nonché con l’asilo e le elementari delle suore di Maria Ausiliatrice, le medie e l’istituto tecnico professionale dei salesiani, il percorso obbligato che prometteva ai figli degli operai, attraversando una strada alla volta, di chiudere il quadrilatero della propria vita entrando finalmente in fabbrica.

Parlo dei primissimi anni Sessanta, allorché a Mirafiori lavoravano 50mila operai e 3mila impiegati rispetto agli attuali 5mila tutti compresi. 50 mila operai che dovevano diventare 60mila con il piano straordinario di assunzioni a cui l’azienda pensava nel 1967, quando all’addio di Valletta l’azienda aveva superato i mille miliardi di lire di fatturato, 150mila dipendenti con 24 stabilimenti all’estero su licenza, 1,44 milioni di auto prodotte cioè quasi più di quante se ne comprino oggi in un anno nell’intera Italia, il 20% della quota europea, il 6% della quota mondiale. Altri tempi. L’Avvocato Agnelli appena in sella faceva il kennediano, ma quando provò a portarsi a casa la Citroën, i francesi se lo cucinarono per benino. La Fiat non aveva capito, che cosa stava accadendo nella sua fabbrica.

Il 27 novembre del 1967 ci fu l’occupazione universitaria di Palazzo Campana, la prima in cui gli ex di Quaderni Rossi come Adriano Sofri e Mario Tronti videro una scintilla per accostare studenti e operai su posizioni di estrema sinistra, richiedendo cioè subito per tutti più salario e migliori qualifiche a prescindere da partiti e sindacati, giudicati schiavi del capitale. L’11 aprile del 68, la polizia arresta nei tafferugli di fronte a Mirafiori Guido Viale, il leader della contestazione studentesca che ancor oggi è con la Fiom contro Marchionne. A dicembre, alle elezioni per la commissione interna, la Fiom per la prima volta dopo la storica sconfitta del 1955 riconquistò il primo posto col 30% dei voti. Il 30 marzo del 1969, una sciopero generale proclamato non dai sindacati paralizzò lo stabilimento. Di lì all’autunno caldo, i sindacati adottano la piattaforma di promozioni e salario per tutti dell’estrema sinistra. L’azienda proverà a licenziare cento operai cani sciolti che bloccano lo stabilimento, ma dovrà far marcia indietro e sostituire il capo del personale. Iniziano i primi episodi di quadri e impiegati fatti uscite dagli uffici e presi a calci. L’avvocato Agnelli, audito in Parlamento dalla commisione d’indagine sull’industria automobilistica, continua a parlare di sviluppo internazionale del gruppo ma dice di aver bisogno che gli stabilimento lavorino almeno al 75% della propria capacità, lui garantisce che l’azienda realizzerrà 3mila appartamenti per gli immigrati del Sud, che sono diventati in 7 anni dal 15% il 50% dei 118mila dipendenti Fiat a Torino. Ma la sinistra lo copre di attacchi. Lucio Libertini del Psiup lo accusa di sfruttamento, di turni orari e salari da fame, non crede affatto che l’azienda abbia forza fiananziaria e prodotti per crescere nel mondo, ma debba concentrarsi nel pagare meglio e sfruttare meno i suoi operai in Italia. Si potrebbero ripubblicare le sue obiezioni oggi, riferite al piano Marchionne, e garantisco che non rilevereste grandi differenze.

Che cosa c’entra tutto questo? C’entra eccome. Perché la storia dell’eccezionalismo di Mirafiori e della Fiat in Italia comincia di lì. L’azienda ha commesso un’infinità di errori appoggiandosi a politica e contribuenti, e finendo regolarmente ogni 4 o 5 anni di nuovo sul ciglio del baratro. Ma il radicalismo eccezionalista operaio ha spinto la barca sempre nella direzione sbagliata. Cioè verso il baratro. Gli anni di scontro frontale fino all’integrativo del 1974 costato 100 miliardi di allora. Gli anni di piombo che sfociarono nel licenziamento dei sessantuno e nell’umiliazione operaia della marcia dei quarantamila. La sconfitta netta dell’antagonismo nel referendum sulla scala mobile. L’apparente armistizio con la nascita di Melfi e degli istituti partecipativi nel 1993. E poi il lento e lungo declino fino alla scomparsa dell’Avvocato e di Umberto. Con Marchionne, dal prefallimento del 2004 alla rimessa in piedi. Poi di nuovo nella polvere della crisi planetaria e la genialata di unire due aziende una in crisi nera e l’altra fallita in una scalata attraverso Chrysler ai mercati mondiali.

Di tutto questo, è figlia in azienda la decisione marchionnesca di rompere il consociativismo che aveva portato Montezemolo, presidente Fiat e di Confindustria a non muovere un passo per anni al tavolo della mancata riforma degli assetti contrattuali. Solo perché la Cgil aveva disertato, e senza di lei la linea era che nulla si potesse fare.

Eppure, invece di far tesoro della sconfitta del 69 e del 74, del 1980 e della scala mobile, ecco puntualmente ripartire l’eccezionalismo operaio. Non conta che il mondo sia cambiato, che gli incentivi pubblici che davano ragione a Libertini 40 anni fa siano per fortuna cessati, che da 10 anni i cinque stabilimenti italiani perdono e stanno in piedi solo grazie a Brasile e Polonia. Questa volta in trincea non c’è più Lotta Continua e Potere Operaio – tranne chi di loro continua a scrivere sui giornali, naturalmente – ma la Fiom che da 3 contratti dei meccanici non ne firma uno, tranne poi invocarli come trincea da difendere quando Confindustria e tutti gli altri sindacati decidono finalmente di decidere a maggioranza, e di puntare tutto sulla contrattazione in azienda che in Paesi come la Germania ha fatto guadagnare decine di punti di produttività e salari ben più pingui dei nostri.

A mandarmi al manicomio, da mirafiorino, è che il conto di 40 anni di antagonismo eccezionalista non lo abbiano pagato politici e sindacalisti. Lo hanno pagato gli operai. Oggi ridotti a un decimo di allora. Con ancora meno potere d’acquisto comparato, rispetto ad allora, per la ben diversa dinamica che il reddito ha avuto nel frattempo per altre categorie e qualifiche. Nelle stesse misere case di allora. Potentemente raggirati dalle illusioni alimentate, ancora una volta, da sindacalisti, politici e intellettuali convinti che a Mirafiori si combatta per la rivoluzione.

Quel 46% di no è solo la nuova tappa di un’utopia sconfitta sempre, non la prova di resistenza di cui parlano in Fiom. Un’utopia non condivisa da nessuna delle altre federazioni Cgil. Ma questa è, appunto, un’altra storia.  visto che i tessili hanno firmato addirittura nel 1982 la prima intesa derogatoria su turni, straordinarie salari per salvare le imprese aggredite dall’Asia, e che gli alimentaristi hanno accettato intese aziendali fino a 21 turni settimanali, altro che i 18 che a Mirafiori sono sembrati Auschwitz. L’operaio ridotto a un decimo della sua forza, non solo numericamente. È questo il bilancio dell’ennesimo errore. Che al di là del trionfalismo rispettivo lascia oggi Fiat e sindacati con un bel punto interrogativo, visto che l’esperienza dice che spaccati a metà si sommano i problemi dell’uno e quelli dell’altro, non si ottiene una buona soluzione.

Domande scomode su contrattazione aziendale e rappresentanza
Ma perché Confidustria, Cisl Uil e Ugl tre anni fa hanno deciso di farla finita con la linea Montezemolo, per la quale siccome la Cgil disertava da anni il tavolo della riforma degli assetti contrattuali, bisognava continuare a stare immobili ad aspettarla? Perchè da allora si è deciso di decidere a maggioranza, premessa di cui la vicenda Mirafiori è solo l’ultimo sviluppo? Perché negli anni della diserzione Cgil è successo un disastro. Di cui nesusno ha parlato facendo i numeri. La difesa del solo contratto nazionale uguale per tutti ha fatto arretrare la contrattazione aziendale in tutta Italia. L’esatto opposto di ciò che serve alla crescita del nostro Paese.

La contrattazione aziendale riguardava nel 2009 il 31,9% delle imprese e il 68,9% degli addetti. Nelle Pmi, naturalmente, è meno diffusa. Nelle imprese con meno di 15 addetti riguarda il 18% delle aziende (un addetto su 5). La quota sale decisamente per le aziende fra i 16 e i 99 occupati, dove la contrattazione è praticata dal 45% (un lavoratore su due). Fra le imprese con oltre 100 persone, 3 su 4 ce l’hanno.

Ma se fra le aziende che hanno fra i 20 e i 49 dipendenti, negli anni ’90 la contrattazione integrativa riguardava il 34,1%, fra 2000 e 2009 – gli anni della mancata riforma – la quota è calata al 21,1 per cento. Fra quelle che hanno fra i 50 e i 199 addetti, si è passati dal 62,3 al 46,6 per cento. È accaduto cioè che chi diffida della contrattazione aziendale rispetto al salario per lo più definito dal contratto nazionale accettava di più in precedenza la contrattazione aziendale per redistribuire ai lavoratori, monetizzandola, parti della produttività in eccesso. Ma ne diffida ora, quando invece essa serve a stimolare, attraverso riorganizzazioni interne, formazione e partecipazione, la produttività. Quella produttività da recuperare senza la quale non si difende né il lavoro, né le imprese. Si tratta di un circuito virtuoso, a patto che tutto questo avvenga con il massimo decentramento, azienda per azienda.

Per questo è centrale il tema della contrattazione e della sua riforma. Per questo tre anni fa è maturata la scelta di procedere con decisioni a maggioranza, stante il perdurante no della Cgil. Di qui le deroghe contrattuali, definite tra imprese e sindacati. È in questo percorso che si colloca la recente vicenda Fiat.

Perchè i tanti giornali e intellettuali che hanno inneggiato alla Fiom non hanno spiegato come mai da anni, per esempio nell’agroalimentare sia nelle grandi imprese come Barilla, Lavazza e Ferrero, sia nelle piccole, in cambio di investimenti in sicurezza, reddito e formazione, le singole imprese sono arrivate a trattare e condividere anche con la Cgil fino al ventunesimo turno di lavoro settimanale? Mentre per Pomigliano e Mirafiori i diciotto turni sono stati visti dalla Fiom come odioso ricatto e addirittura fascismo?

Qual è, la risposta a questa domanda? Qualcuno dirà: le nuove norme sulla rappresentanza stabilite a Mirafiori, un attacco alla democrazia. Ecco un’altra domanda, allora. Con gli accordi interconfederali del dicembre 1993 e del 2009 anche per la CGIL vale il principio che chi non firmi il contratto nazionale non possa partecipare alla contrattazione decentrata. È un’esclusione di cui anche la Cgil si è servita per tenere a bada i piccoli sindacati autonomi, che per esempio nel trasporto locale non avendo la forza per cambiare i contratti nazionali, dovevano sottostare alle loro decisioni per garantirsi almeno la possibilità di lottare a livello aziendale. Ora che la FIOM però si è trovata – dopo tre contratti nazionali non firmati – a dover decidere se firmare un’intesa che non gradisce o essere esclusa dalla rappresentanza, ha gridato la fascismo. Anche se è l’articolo 19 dello Statuto dei lavoratori, come modificato da un referendum promosso da Rifondazione e sostenuto dalla Cgil, a prescrivere che la rappresentanza sindacale possa legittimamente avvenire tanto su elezione diretta dei lavoratori, tanto su elezione dei soli iscritti ai sindacati, tanto su nomina dei sindacati stessi. E dunque, ancora una volta, non c’è alcuna violazione ed è per altre finalità, che si sono sollevate tutte le polemiche di queste settimane.

Finché tanta parte dell’accademia, media e intellettualità italiana non guarirà dall’illusione che operai meccanici e Mirafiori siano attori e culla della rivoluzione, saranno gli operai a pagarne il prezzo, Come da 40 anni a quiesta oparte.

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14 Responses

  1. Graziella Belotti

    Lucida e documentata analisi di Giannino, come sempre, al di sopra di tutte le parti in gioco, da far girare il più possibile…e da far leggere, con obbligo di riassunto, a tutti i disinformati in buona e mala fede, iniziando con Fiom e CGIL per finire con la direttora dell’unità…….

  2. michele penzani

    A parte i complimenti per gli splendidi cenni storici presenti nell’articolo, si capisce quali danni per la FIAT -e l’industria in genere- creò “l’autunno caldo”. La 128, messa in produzione ancora quando a capo della progettazione vi erano tecnici del calibro di Dante Giacosa, era presente -smontata- in VW come esempio di auto all’avanguardia…Lodata anche dall’allora AD dott.Kurt Lotz come “impossibile” da anteporre con un prodotto analogo allo stesso prezzo. Ora i numeri e la potenza del gruppo tedesco, dovrebbero far riflettere tutto il mondo del lavoro nostrano.

  3. armando

    in italia la rivoluzione d ottobre e arrivata negli anni 70
    tutta l accozzaglia che ne e derivata non passera mai al
    pragmatismo cinese o tedesco perche sarebbe la prima ad esserne travolta
    Molto meglio farsi mantenere da chi lavora invocando l etica e la giustizia sociale

  4. Sergio

    Buonasera dott. Giannino, una domanda per avere dei chiarimenti relativamente all’ultima parte del suo articolo: ma Lei in fin dei conti è d’accordo o meno all’esclusione di un Sindacato dall’azienda se non firma un accordo ?

    Nell’articolo Lei critica la CGIL in quanto in passato ha accettato l’esclusione di sindacati minori nelle trattative, principalmente nel Pubblico Impiego, e poi però critica la CGIL nel caso di Mirafiori in quanto chiede di partecipare nonostante non abbia firmato l’accordo. A parte la contraddizione della CGIL, qual’é la sua effettiva posizione ?

    Se per Lei è giusto che l’azienda escluda dalle trattative i sindacati che non firmano, allora dovrebbe essere d’accordo con la CGIL per quanto ha fatto in passato nel Pubblico Impiego, se invece ritiene che ogni sindacato debba partecipare alle trattative, allora dovrebbe essere d’accordo con la CGIL per quanto riguarda Mirafiori…
    Almenouna volta nella Sua vita il Suo pensiero dovrà coincidere con l’azione della CGIL….

    ps.: per me cmq non c’é stata contraddizione nell’azione della CGIL, in quanto in passato si parlava di Pubblico Impiego, principalmente di Trasporto Pubblico, e spesso i sindacati autonomi agivano con il blocco selvaggio dei servizi (tram, treni, bus,…) con danno enorme per la collettività, e la CGIL d’accordo con le Amministrazioni Locali è intervenuta in questo modo per sbloccare le trattative; oggi per Mirafiori stiamo parlando di un’azienda privata e non di un servizio pubblico.

    Grazie

  5. Genova-Sampierdarena 1980:
    + sui muri dei gabinetti delle officine di una grande azienda metalmeccanica (6000 addetti) si leggeva: ‘ING……IL PROSSIMO SEI TU” seguito da stella a cinque punte e magari l’Ing in questione era un neo assunto di 26 anni.
    +sui muri dei palazzi si leggeva ‘ MENO ORARIO PIU’ SALARIO’
    Genova-Cornigliano anni 80:
    la Walt Disney stava esaminando l’area del contestatissimo impianto siderurgico
    (cortei quasi quotidiani di protesta contro l’inquinamento, lo sfruttamento dei lavoratori
    donne e bambini in piazza con richieste di chiusura dell’alto forno e delle acciaierie e riconversione) ipotizzando di realizzare nel sito Eurodisney (oggi a Parigi) e sui muri del quartire comparve la scritta: ‘ CI VOGLIONO TOGLIERE L’ALTOFORNO PER DARCI TOPOLINO”.

    Oggi a Sampierdarena lo stabilimento non c’e’ piu’, sostituito da uno shopping mall che vende prodotti cinesi ed a Cornigliano non c’e’ ne l’altoforno ne Topolino.

    Ciononostante la Sig.ra Concita de Gregorio su L’Unita’ di ieri inneggia a quella che considera una vittoria del NO e della Fiom nel referendum Mirafiori perche’, secondo lei, il risultato, depurato del voto degli impiegati, darebbe loro ragione: quindi secondo la Sig.ra De Gregorio gli impiegati non sono lavoratori.

    Proviamo a parlare di proposte concrete: “Se Gesu’ fosse Tremonti…” sul blog:
    http://www.segesufossetremonti.blogspot.com
    e non lo dico per me, vecchio ingegnere sul viale del tramonto della vita, ma per tentare di difendere il nostro Paese, la nostra Cultura, il nostro Credo, i nostri giovani.
    Grazie

  6. antonio

    è senz’altro vero che la politica della FIOM è contro la storia e contro ogni logica. Ma a Giannino non è mai venuto il dubbio che un sindacato di fine 800 sia purtroppo il riflesso di un padrone delle ferriere della stessa epoca ? E’ vero che i sindacati tedeschi sono più responsabili della FIOM ma la controparte ha riconosciuto loro maggiori diritti e maggiore dignità. Dimenticare questo particolare vuol dire incorrere nello stesso peccato, anche se di segno inverso, di Luca Telese.

  7. Pietro Francesco

    Caro Oscar Giannino, GRAZIE DI ESISTERE!! Non finirò mai di ringraziarla per le cose che scrive!! I sindacati e la sinistra hanno rovinato l’Italia!!

  8. Ugo Pellegri

    Dr Giannino, condivido completamente.
    In questa vicenda mi danno particolarmente fastidio tanti intellettuali e giornalisti che trovano molto in accodarsi al carro della FIOM. Temo si tratti di gente che in una fabbrica non ha mai messo piede!
    Ho una preoccupazione: come si comporterà certa magistratura, se la FIOM, anziché ammettere l’errore fatto, sceglierà la strada del ricorso giudiziale?

  9. paolo

    Tutto vero e condivisibile, analisi lucida e documentata come sempre.
    Non credi pero’, in aggiunta, che il declino della FIAT sia stato anche e prima di tutto manageriale? L’Avvocato ha preso in mano nel 1966 un player globale, leader in Europa, è l’ha lasciato alla sua scomparsa in stato prefallimentare, e privato di gioielli come Toro Assicurazioni, Telettra, Fiat AVIO, Fiat Ferroviaria e Fiat Lubrificanti.
    La perdita di un patrimonio così grande ha accompagnato il tremendo declino economico di una città che ancora negli anni 80 era in grado di paragonarsi e competere con Milano (ricordate quando i Torinesi si compravano l’Alfa, il Corriere, il Savini…?). Possibile che il padrone non si rendesse conto che prima una schiera di nobili sabaudi raccomandati e poi la gestione di Romiti e dei successori romitiani stavano distruggendo l’azienda a forza di scelte strategiche assurde? Per arrivare dal 60% a 28% del mercato Italiano Fiat Auto ci ha messo dieci anni, a forza di modelli sbagliati e scelte strategiche assurde (es. la decisione di puntare su auto economiche e a basso margine e di lasciare morire marchi come Lancia e Alfa pur operando nel secondo mercato europeo delle auto di alta gamma). Dal licenziamento di Ghidella alla perdita di Da Silva (il designer del gruppo Volkswagen) ne è passato di tempo. E il Monarca, nel frattempo? Mentre Romiti comprava porti, autostrade, giornali le altri grandi case si attrezzavano per entrare nei mercati emergenti; la FIAT riusciva a non capire il boom cinese e a lasciar perdere un mercato dove era leader come la Russia. Quando i Wallemberg, magnati svedesi amici personali di Agnelli, volevano comprarsi la Zanussi, l’ineffabile si fece mediatore, ma dov’era quando Paoo Fresco cercava invece di comprare dagli stessi Wallemberg la Scania, poi ceduta a Volkswagen? Sarebbe stato il tassello per far diventare Iveco leader in Europa! E si potrebbe continuare a lungo…

  10. Nicoló Massironi

    Grazie Oscar per la tua trasparenza e imparzialitá è preziosissimo il contributo alla verità e all’antidemagogia che quotidianamente offri!grazie di cuore

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