Il sì sul filo a Mirafiori mostra che molto resta da fare

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Il successo del sì a Mirafiori è stato testa a testa, e per chi qui scrive ed è cresciuto a Mirafiori non è stata affatto una sopresa. L’ho detto anche in diretta ieri sera su Rai2 a seggi appena aperti, e ho continuato comunque a battermi per il sì con tanto di cori finali di “buffone buffone” che non credevo di meritare.Non mi ha molto incoraggiato, constatare che mentre in quelle ore il no era in vantaggio, nelle reti tv che seguivano il voto, di giornalisti e intellettuali convinti di dover pacatamente ragionare per il sì sembrava non ce ne fosse più neanche uno. Ma prima che per questo, il voto è molto importante per tre ragioni. Per il futuro da difendere e confermare in Italia della nuova Fiat di Jaki Elkann e Sergio Marchionne. Per l’innovazione delle relazioni industriali nel nostro Paese. Per la crescita generale che potrà venirne, se si metterà a frutto l’esperienza maturata e non prevarrà un’ondata ancor più forte di demagogia e radicalizzazione, il cui solo effetto è di portarci fuori dal mondo e a vele spiegate nell’utopia della felice deindustrializzazione.

Era per me ovvio, che a Mirafiori i no sarebbero stati più che a Pomigliano. È lo stabilimento simbolo da sempre, per molti, dell’idea per la quale con l’azienda si lotta prima che cooperarvi. Ed è per questo che il risultato è stato sul filo. A Mirafiori più che altrove, la scelta è stata così tanto caricata di forzature improprie, che inevitabilmente ha finito per dar spazio a malessere e conflittualità che con il merito dell’intesa c’entrano assai poco.

L’altissima partecipazione al voto ha confermato innanzitutto che nello stabilimento più emblematico e storico della Fiat il legame dei lavoratori con il radicamento e l’importanza dell’azienda resta molto forte. Si è parlato a sproposito di “ricatto”, quando invece è la condivisione dal basso di nuove regole per produrre e insieme pagare di più il lavoro, l’offerta chiara che azienda e sindacati firmatari hanno congiuntamente fatto ai lavoratori. Nella ormai pluricentenaria e travagliata storia italiana della Fiat, i lavoratori sono i protagonisti e i giudici ultimi non solo della loro rappresentanza – questo è avvenuto più volte in passato, a cominciare dalla storica sconfitta della Cgil nel 1955 – bensì di un’intesa che è frutto insieme della volontà dell’azienda di restare in Italia mentre è impegnata in una corsa a tappe per crescere in Chrysler e darsi per la rima volta un orizzonte davvero mondiale, e della tenace volontà della parte maggioritaria del sindacato di condividere insieme all’impresa nuove regole di comune vantaggio, per la tasca dell’azienda come per quelle di chi vi lavora.

Non potevano che essere i lavoratori a scegliere, come da molti decenni nelle intese aziendali avviene nelle aziende di grandi paesi come Germania o Svezia. In quei Paesi, dove la contrattazione aziendale è regola e non eccezione, e segna la condivisione dei lavoratori tanto dei benefici quando alle aziende va bene, sia dei sacrifici quando invece va male, il voto dei lavoratori non avviene in un’atmosfera tanto esasperata, perché il sindacato è quasi sempre unitario e assai meno collaterale alla politica di quanto invece non sia da noi, per una lunga e diversa storia. È per questa lunga eredità a cui la Fiom più di tutti resta attaccata, che l’intesa di Mirafiori ha finito per diventare una sorta di giudizio di Dio tra chi ancora pensa che il contratto nazionale sia uno strumento politico,e chi pensa invece che  le intese aziendali con la politica non abbiano nulla a che spartire, perché devono mirare a ottimizzare tempi e modi del reciproco interesse di domanda e offerta di lavoro al fine che vada meglio a entrambi.

Il risultato finale del testa a testa mostra che solo a costo di un enorme impegno ha retto a una tanto tenace opposizione, l’idea  di aprire la  strada a una maniera nuova e diversa di gestire le relazioni industriali nel nostro Paese. Ma contemporaneamente indica che bisogna ancora darsi molto da fare. È un fatto, che al netto dei colletti bianchi, dei quadri e degli specializzati, tra chi sta in linea di produzione l’intesa di Mirafiori è restata minoritaria. L’azienda è fatta di tutti i dipendenti, ma è ovvio che sia un segnale che fa stappare champagne alla Fiom. E che tende potentemente a spostare la divisissima sinistra italiana sulla  linea Fiom, cioè all’inseguimento di una scelta di esasperazione radicale, minoritaria e votata alla scofnitta, ma contemporaneamente di grande presa sull’intellettualità accademica e mediatica diquesto nostro povero Paese, che in tanti ambienti  sempre con la testa all’indietro.

Ha ragione Piero Ichino, che l’ha coraggiosamente ripetuto da anni, e ha fatto la sua parte anche nella campagna per Mirafiori. Abbiamo bisogno responsabilmente di metterci alle spalle la lunga deriva di una tradizione che ci rende eccezione in tutta Europa, e che pesa sia sulla nostra competitività, sia sulla vita e nelle tasche di quegli oltre 9 milioni di lavoratori che restano esclusi, dal finto paradiso dei contratti nazionali e delle garanzie del contratto di lavoro a tempo indeterminato. In molti altri settori, dal tessile alla siderurgia alla chimica, intese aziendali di questo tipo si firmano in Italia da decenni, anche con il concorso delle federazioni di settore della Cgil.

Ma nella meccanica e alla Fiat c’è la Fiom, e la Fiom da molti anni ha scommesso tutto sulla necessità di impedire questi sviluppi a tutti i costi. A costo di dire che intese come quelle di Mirafiori violano la Costituzione e impediscono il dritto di sciopero  quando semplicemente non è vero. E voltando sdegnosamente le spalle e cambiando argomento, quando si obietta che la via delle intese aziendali è quella seguita dal resto del mondo.

Bisogna solo augurarsi che ora questa deriva si fermi. E che la Fiom e la Cgil, oggi, non vogliano continuare nell’antagonismo più estremo sostenendo magari che il sì espresso a Mirafiori è comunque non valido perché estorto, e che il sindacato non firmatario si riserva di impugnare l’intesa di fronte a tribunali, come sempre più spesso impropriamente si fa per ogni vicenda nel nostro Paese.

Al contrario, su questo voto molto c’è da riflettere e molto da costruire. Nuove relazioni industriali costruite sul principio della maggioranza hanno bisogno di logiche nuove sia da parte dei sindacati sia da parte delle aziende. Su questo, c’è un grande patrimonio comune maturato negli anni tra Confindustria da una parte, Cisl, Uil, Ugl e Fsmic dall’altra. L’interesse della crescita e del lavoro è quello ad abbassare i toni, a cercare di conciliare alla nuova logica maggioritaria e del voto dei lavoratori e necessarie cornici di garanzia e salvaguardia normativa, a cui sempre più si devono ridurre i contratti nazionali, lasciando utilizzo degli impianti  salario varabile alle singole aziende e ai loro lavoratori.

Ma c’è un’altra grande questione, nei tanti no espressi a Mirafiori. Una questione culturale, prima che industriale. In molti ancora pensano che non sia possibile per definizione, una condivisione tra ragioni del lavoro e dell’impresa. Molti ancora ritengono che l’Italia possa essere eccezione nel mondo, e che pensarla diversamente sia piegare la tesa a un giogo, invece che condividere i frutti della difesa di una manifattura altrimenti destinata a salutare il nostro Paese, per radicarsi altrove.

Fiat e Confindustria, come i sindacati ai quali è andato il consenso maggioritario per l’intesa di Mirafiori, non possono che andare avanti. Ma la porta del dialogo deve restare più che mai aperta. L’Italia potrebbe raddoppiare il suo misero un per cento di Pil di crescita nazionale, se responsabilità e condivisione si diffondessero nelle vaste aree produttive del Paese che restano  ispirate invece alla logica dello scontro pregiudiziale. Non sarà facile, ma è necessario che avvenga. Come sarà più che mai necessario impedire che sindacato e politica tornino a pensare che può essere la politica  a dettare alle aziende dove aprire e chiudere stabilimenti. Perché questo può non solo indurre la Fiat ad abbandonare suo malgrado l’Italia, ma anche e soprattutto scoaggiare molti altri grandi gruppi esteri a non investire neanche un euro o un dollaro nel nostro Paese. L’esatto opposto di ciò di cui abbiamo bisogno.

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