Senza sì a Mirafiori la Fiat andrà al 51% di Chrysler senza Italia

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Fiat è già al 25% di Chrysler, e punta ad anticipare di 3 anni, cioè entro l’anno in corso addirittura, la salita al 51%. Di mezzo, occorre la restituzione dei 9 miliardi ottenuti dal governo USA per il salvataggio-ponte della casa americana. Dunque serve una IPO che faccia incassare a Chrysler-Fiat più o meno una ventina di miliardi di dollari, per ridare a Obama e per finanziare la crescita visto che c’è scarsità di mezzi propri. Nessun italiano sensato può sperare che Fiatb non ce la faccia. Anche se i nuovi modelli del segmento medio-basso per Italia ed Europa scarseggiano oggi e nel medio futuro, visti i guai recenti e i bassi investimenti in passato di Fiat. Detto questo, se a Mirafiori vincono i no, giovedì e venerdì, Marchionne può farcela comunque ad assicurare a Fiat la maggioranza di Chrysler- visto che è finanza quella che conta nel breve, per salire in Chrysler, più dei prodotti a breve –  e la differenza sarebbe solo che lo farebbe senza stabilimenti e manifattura in Italia. A chi conviene?  Ai lavoratori? Ma andiamo. Purtroppo, alzare irresponsabilmente i toni dello scontro sociale porta ad accrescere le probabilità che si riaffaccino ipotesi di violenza cieca. E’ puntualmente avvenuto a Torino, dove sono ricomparse sui muri della città stelle a cinque punti e minacce dirette a Sergio Marchionne. E’ un pessimo modo di avvicinarsi al voto che si terrà a Mirafiori giovedì e venerdì prossimo. Su queste colonne, abbiamo sempre rilanciato l’invito più pressante alla misura e alla ragionevolezza, nei toni come nel prospettare la sostanza vera della scelte si cui i lavoratori Fiat voteranno. Una sostanza che è molto diversa da come viene presentata. Ora che riappare la lugubre stella delle BR nessuno può accusarci di inventare fantasmi. Lungi dalle persone responsabili accusare la Fiom di avere responsabilità dirette nelle minacce di violenza pura. Ma è un fatto che, continuando a descrivere l’intesa per Mirafiori come una forzatura autoritaria degna dei provvedimenti fascisti del 1925 – e cioè delle leggi speciali che soffocarono libertà civili e di stampa – tanto qualche esagitato tanto o qualche scampo di terrorismo ancora a piede libero possano pensare che è con la violenza, che si risponde al totalitarismo.

E’ il caso che il confronto torni ad avere tutt’altra impostazione. Sgombrando il campo da accuse che vengono lanciate solo per accrescere l’emotività e fare confusione. E’ assolutamente falso, per esempio, che la clausola di reciproca responsabilità che costituisce premessa dell’intesa sottoscritta a Mirafiori consenta all’azienda di licenziare e buttare sul lastrico lavoratori e delegati sindacali considerati arbitrariamente inadempienti. E’ di argomenti di questo genere, che si alimenta la strategia della tensione.

E’ verissimo invece che Cisl e Uil, Fismic e Ugl abbiano pattuito con l’azienda un nuovo regime di accordi su turni, impianti, straordinari, retribuzioni aggiuntive e lotta all’assenteismo, e che si sono mutalmente impegnati al pieno rispetto di tali nuove clausole. Ma si stabilisce esplicitamente che sia una commissione paritetica di conciliazione tra azienda e sindacati, la sede “preferenziale e privilegiata” per esaminare insieme le eventuali specifiche situazioni che configurino inadempienze all’intesa. Durante i quattro giorni previsti dalla convocazione della commissione, l’azienda come le parti sindacali si sono impegnati reciprocamente a soprassedere da qualunque azione diretta.

A Mirafiori non c’è nessuna impensabile scivolata verso alcun regime comunista cinese, nessun ritorno ai padroni delle ferriere di dickensiana memoria. C’è una consapevolezza reciproca, di azienda e sindacati, maturata e condivisa insieme. Dopo anni e anni di attesa vana che la FIOM sottoscrivesse i contratti – gli ultimi tre non portano la sua firma. A due anni di distanza da quando l’intera Confindustria insieme a tutte le confederazioni tranne la CGIL hanno deciso che continuare ad aspettare la maturazione riformista del sindacato rosso era inutile, perché l’attesa responsabile per nuovi modelli contrattuali aveva invece radicato nei leader CGIL solo la convinzione che bastava star lontani dal tavolo, e nulla sarebbe mai mutato.

Nasce da un decennio di attesa risultata vana, la svolta per la quale pur di non dover altrimenti smantellare parti crescenti della manifattura italiana, è meglio decidere al 51% e far votare le intese sottoscritte dalla maggioranza sindacale ai singoli lavoratori. E’ l’esatto contrario che un attacco a freddo ai diritti del sindacato e dei lavoratori. E’ la reazione dopo una prolungata e inutile pazienza a chi i contratti non li ha firmati e ora li invoca invece come trincea di libertà. Esattamente come la Cgil non appoggiò il protocollo del ’93 in materia di rappresentanza che oggi impugna invece come si trattasse della Costituzione violata.

Le relazioni industriali italiane hanno atteso sin troppo a lungo, che si prendesse responsabilmente atto che la sola contrattazione nazionale non può più dare le migliori risposte comuni e tutte le diverse aziende di un comparto, visto che sono diversi i prodotti, i processi produttivi, le condizioni della domanda interna a internazionale, come gli stock d’investimenti realizzati in tempi diversi da ciascuna impresa, i margini realizzati e l’impiego che si è fatto degli utili. Non solo nei Paesi anglosassoni di diversa storia sindacale ma nella stessa Europa continentale di tradizioni più simili alle nostre, è impresa per impresa e anche stabilimento per stabilimento, che aziende e sindacati si confrontano civilmente e democraticamente per dare le miglio risposte alla sfida della produttività, della difesa e dell’espansione della base industriale, della tutela e dell’aumento del reddito disponibile dei lavoratori. Per questo in quei Paesi il salario variabile pesa fino al 40% della busta paga, e da noi meno del 4%.

Aziende più deboli e più esposte alla chiusura e salari meno ricchi e più appiattiti: è questa, la triste eredità della contrattazione solo nazionale che il partito del no a Mirafiori difende a spada tratta. E’ bene ricordarlo con forza, visto che negli ultimi giorni la pressione che si tenta di esercitare sui lavoratori raggiunge tali vette di mistificazione. Il sì nelle urne all’intesa non è solo la difesa di Mirafiori. E’ un sì a un’Italia più seria, che a macchia d’olio estenda nuove forme di confronto dal basso tra chi il lavoro lo offre e chi lo presta. Perché per entrambi la partita comune è di difendere l’Italia nel mondo, e di dare speranza a chi oggi il lavoro non ce l’ha e meno che mai lo potrà avere, se perdiamo altre posizioni e interi settori produttivi.

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