Cosa succede se il rendimento dei BTP va al 6%, cosa guadagna e cosa rischia il nostro primo creditore:la Francia

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Grandi titoli stamane sulle parole di Giulio Tremonti ieri a Parigi, sulla crisi finanziaria che non è finita e la solita parabola dei nuovi mostri che appaiono sul videogame appena ne hai eliminato uno e tiri un sospsiro di sollievo. Non entro nelle simaptie – poche – e antipatie – soverchianti – che Tremonti suscita e catalizza. Anche perché io sono tra quelli che criticano i tagli lineari pur apprezzando il contenimentod el deficit pubblico che rocciosamente il ministro difende, perché i tagli lineari finiscono per perpetuare perimetro e allocazioni di un spesa publica diluviale che io sono invece per abbattere energeicamente e riallocare laddove serva davvero, per aprire spazioi – parecchi punti di Pil – a meno tasse, interventi pro concorrenza per mla crescita, e dismisisoni di patrimonio pubblico e municipalizzate a oltranza. Vediamo invece un po’ di numeri che gioustificano l’allarme sulla crisi non terminata, numeri che i media stentano – non so perché – a fare.

La prima preoccupazione riguarda l’ambito da cui la crisi si è originata, nell’estate 2007, per poi esplodere a settembre 2008 con il crac di Lehman: l’intermediazione finanziaria. A più di tre anni di distanza dalle prime avvisaglie, è vero che i Paesi anglosassoni e molti grandi Paesi europei – non l’Italia – hanno dovuto salvare moltissime banche e assicurazioni che si erano spinte molto avanti nella finanza spericolata. Ma malgrado tanti comunicati del G20, non abbiamo concordato né modalità comuni tra America, Europa e Asia per affrontare le crisi bancarie, e nemmeno nella nostra Unione Europea siamo riusciti ad andare oltre alla vecchia rischiossima regola che ciascuno pensi con criteri diversi alle crisi bancarie di casa propria. Salvando il credito, non abbiamo né separato le banche commerciali da quelle d’investimento, né significativamente ridotto il peso che la pura scommessa su titoli con denari dei depositanti rappresenta sui loro utili. In Europa, solo tre mesi fa in Irlanda c’è stata una nuova ondata di default bancari. E a oggi sono proprio le banche pubbliche tedesche, quelle su cui non è ancora stata fatta chiarezza sui loro attivi. Aabiamo fatuicosamente avviato una barocchissima struttura di vigilanza comune europea articolata sulle vigilanze nazionali bancarie, assicurative e dei fondi pensione, accostandovi un macroorgano di stabilità sistemica. In ogni caso meglio ricordarsi che di soli bond bancari europei nel 2011 v i saranno scadenze e nuove emissioni per oltre mille e cento miliardi di euro. C’è motivo per restare preoccupati.

La seconda preoccupazione riguarda le tensioni aperte tra America, Cina-Asia ed Europa sulle questioni valutarie e di riequilibrio delle bilance dei pagamenti. Tremonti – da qualche anno energico europeista – lamenta che l’Europa non ha imparato la lezione e non si convince a muoversi come un soggetto unitario. I tedeschi fanno lega con la Cina, i Paesi eurodeboli come Grecia, Spagna e Irlanda vanno in recessione e deflazione. E’ andata sin troppo bene, che nel 2010 l’euro si sia svalutato sul dollaro solo di poco più del 6%. Ma senza strategia unitaria le cose potrebbero andare molto peggio. Se molti diffidano del forte impulso europeista che Tremonti anche ieri a Parigi ha ribadito, dovrebbero spiegare però come l’Italia – forte esportatrice ma anche molto pubblicamente indebitata e con bassa domanda interna – possa cavarsela meglio, se si segue la via del ciascuno per sé. La mia risposta, poiché sono contrario all’armonizzazioe europea, è che ce la si fa solo tagliando molta spesa pubblica e tasse, e con più produttività nella manifattura, servizi e PA. I più che in politica criticano Tremonti sono invece per più spesa pubblica, a sinistra come a destra, e pensano a nuove tasse come l’innalzamento sui titoli e la patrimoniale.

La terza ragione è appunto il debito pubblico. Ieri il segretario Tesoro americano Geithner ha dovuto chiedere al nuovo Congresso a maggioranza repubblicana di alzare la soglia del debito federale oltre gli attuali 14.300 miliardi di dollari, perché in un trimestre altrimenti si va al default. L’Euroarea ha emissioni di debito pubblico nel 2011 e titoli in scadenza da rifinanziare di poco inferiori ai mille miliardi di euro ( a proposito, il calcolo è spannometrico, perché deve tener conto della maturity di ogni diverso debito pubblico per tipologia di titoli in scadenza, oltre che della copertura del debito aggiuntivo: motivo per il quale se si compulsa la stima delle nuove emisisoni da parte delle diverse grandi banche europee, la forbice varia per più di 150 miliardi). Poiché attualmente l’euroarea ancora è ferma al diniego tedesco a un debito comune europeo, è inutile nascondersi che la crisi di debito dei Paesi più deboli nell’euro potrebbe ripartire.

Qui e qui l’andamento dei rendimenti sui titoli decennali pubblici della Germania e dell’Italia. Copme si vede, da metà ottobre 2010 al 6 gennaio 2011 il rendimento tedesco è salito di 64 punti base, quello italiano di 104 punti base. Ma il campanello di allarme per noi suona dal 16 dicembre: da quel giorno alla Befana il renduimento tedesco scende di 16 punti base, il nostro sale di 14 punti. Oggi, 7 gennaio,  il differenziale sul decennale tedesco dei titoli francesi è di 41 punti base, belgi 117, Italia 188 punti, Spagna 250, Portogallo 420, Grecia 981. Se ci si pone la domanda su quante nuove emissioni di debito pubblico attendano l’Italia nel 2011, sommata la stima ricavabile da pagina 3 dell’ultima release del Tesoro che compendia la maturity dei titoli esistenti, otteniamo circa 287 miliardi di euro di emissioni per rifinanziare debito in scadenza, e circa 75 miliardi di nuovo debito per coprire il deficit pubblico annuo, per un totale di circa 360 miliardi di euro di nuove emissioni.

Qual è la soglia di aumento del rendimento italiano sul decennale che potrebbe essere assunta sin d’ora come la frontiera oltre la quale anche l’Italia entra a pieno titolo nel novero dei paesi che ballano, quelli cioè che iniziano a porre a tutti gli altri uin rischio sistemico come invece siamo riusciti a evitare nel 2010? Su questo blog internazionale, trovate oggi una stima che indica la boa del 6%, rispetto al 4,79% odierno.  Poco più di 100 punti base: in caso di ripartenza della crisi dell’eurodebito, vi ricordo che siamo cioè nell’ordine di un accrescimento assolutamente possibile, visto che è nell’ordine di grandezza di quello già registrato da ottobre ad oggi, e cioè durante mesi in cui la crisi dell’eurodebito dopo il picco greco conosceva il picco irlandese. Tradotto sull’oggi, significa che se entro febbraio riparte il dubbio sugli spread spagnoli, noi arriviamo al 6% sul decennale.

Ultimi numeri interessanti. Poiché i salvataggi d’emergenza sin qui nell’auroarea dipendono non dall’andamento specifico e dagli specifici problemi di ciascun Paese – diversi e che dunque imporrebbero scelte diverse – ma dall’esposizione nei suoi confronti delle banxche dei grandi Paesi europei, diventa interessante capire il nostro debito pubblico in realtà a chi lo dobbiamo davvero. Questa è la stima più recente delle esposizioni dei Paesi a rischio dell’euroarea, tra cui l’Italia.  Pubblicata dal Financial Times nel maggio scorso, in realtà risale alla stima del debito e relative quote detenute di inizio 2009, tanto0 è vero che come evdete il debito pubblico italiano è di 1.400 miliardi di euro invece degli oltre 1800 attuali. Come si vede, la primaria particolarità italiana è che ad essere molto più esposte verso il nostrod ebito pubblico che verso quello degli altri paesi a rischio è il sistema bancario francese, per l’equivalente di circa 2o punti di Pil  transalpino , che oggi possono essere diventati anche 23 o 24. I tedeschi avevano titoli italiani nell’ordine di grandezza di quelli irlandesi, ma meno titoli italiani di quelli spagnoli. Sarebbe interessante capire se da allora a oggi è avvenuta una disintermediazione verso i titoli spagnoli e ityaliani, e in che proporzioni. Ma di sicuro sono i francesi, i primi a incassare maggiori rendimenti se gli speads italiani salgono, e a rischiare di più se per caso si dovesse pensare ad haircuts cioè a tagli coatti dei rendimenti a seguit0 di ristrutturazione d’emergenza del nostro debito.

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