I Moltiplicatori Insufficienti di Cwik e Wieland

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La ragione a volte arriva per vie inaspettate. T. Cwik e V. Wieland, nel working paper n.1267 della BCE “Keynesian Government Spending Multipliers and Spillovers in the Euro Area”, ci confermano che il moltiplicatore della spesa pubblica è inferiore a 1, cioè che per ogni euro di spesa pubblica il PIL sale solo di una frazione di euro; si smentiscono così le teorie Keynesiane (e Krugmaniane) di moltiplicatori superiori all’unità (per qualcuno addirittura pari a 5) che porterebbero la spesa pubblica a ripagarsi da sola. Volendo potremmo fermarci qui e dichiarare vinta una battaglia contro il Big Government, ma vale la pena approfondire almeno la parte fondamentale del lavoro dei due economisti.

Premetto che ogni modello tende alla tautologia. Come ci insegna Hayek (cfr. Hayek su Hayek 1996), la matematica (algebra, per la precisione) è un modo di tradurre formalmente nessi logici che possono nascere solo nella testa dello studioso; benché la formalizzazione permetta di studiare agevolmente gli sviluppi di un concetto, non è questa che definisce i nessi causali. Ed infatti Cwik e Wieland usano alcuni modelli con precise caratteristiche: gli operatori sono forward-looking, cioè prendono decisioni congetturando sul futuro (e tendono ad azzeccarci); i deficit statali dovranno venir ripianati (e gli operatori lo sanno); la Banca Centrale segue una sorta di Taylor Rule contrastando con tassi più alti le pressioni sui prezzi causate dalla maggior spesa pubblica. Non dovrebbe pertanto stupire che da questi modelli emerga un crowding-out (spiazzamento) di consumi e investimenti conseguente alla spesa pubblica: è presupposto stesso del modello che alla spesa pubblica segua un rialzo dei tassi di interesse che chiaramente deprime gli investimenti, e che gli operatori variamente accantoneranno (non consumeranno) risorse per pagare in futuro l’attuale maggior spesa pubblica; definito il PIL come somma di consumi, investimenti, spesa pubblica, e saldo commerciale con l’estero, l’incremento di PIL dato dalla maggior spesa pubblica verrà perciò riassorbito, e in alcuni casi più che riassorbito, appunto dallo spiazzamento delle componenti private. Profondità e velocità di questo movimento varieranno in relazione al tipo di rigidità nominali modellate ed alla presenza o meno di un settore estero che variamente assorba gli stimoli, ma questo non interessa in questa sede, così come non interessano gli approfondimenti sull’incidenza dei tempi di realizzazione delle politiche o della stringenza del limite inferiore a zero per i tassi di interesse. Una conclusione invece interessante e significativa è che il rialzo iniziale del PIL è costituito nella realtà da un anticipo di consumo futuro (ergo: consumo che in futuro mancherà e del cui “rimpiazzo” Cwik e Wieland evitano di discutere).

Già Hicks con il suo famoso modello IS-LM aveva contezza di tutto questo, passando non dalla reazione della Banca Centrale bensì da una naturale tensione sul mercato della moneta innescata dalla spesa pubblica, cui segue un certo spiazzamento privato (nullo solo in caso estremo di trappola della liquidità, e completo solo nel caso estremo definito “classico”). Con un po’ di buon senso basterebbe pensare che la gente non è fessa, sa che prima o poi dovrà pagare l’attuale spesa pubblica in forma tasse, e che se lo Stato si indebita ulteriormente si crea tensione sul mercato obbligazionario (fatto stilizzato nel modello di Hicks attraverso il mercato della moneta), con conseguente rialzo dei tassi e riduzione degli investimenti. In fondo non c’è niente di veramente innovativo, insomma… tranne che per Krugman & soci.

Ma a Cwik e Wieland va riconosciuto un merito particolare: lavorando sui modelli e guardando poche semplici statistiche (cioè, quasi Hayekianamente, sfruttando gli strumenti formali solo dopo che le relazioni causali sono state definite, ed usando la statistica come controllo di rilevanza delle fattispecie), ci mostrano che fenomeni di crowding-in, cioè di moltiplicatori superiori all’unità, esistono solo con operatori backward-looking (cioè le cui attese sono solo riproposizioni del recente passato) o liquidity-constrained (senza accesso al credito, quindi impossibilitati a trasferire consumo lungo il tempo e costretti a consumare il proprio reddito nel periodo stesso in cui viene percepito). Ne discende che chi invoca moltiplicatori Keynesiani elevati avrebbe ragione se il mondo fosse fatto di allocchi che non immaginano di dover un giorno pagare la maggior spesa attuale e che si facciano continuamente sorprendere e trascinare dagli eventi (incidentalmente osservo che pensare a un mondo di allocchi giustifica pure l’appoggio al paternalismo di Stato); ma avrebbero ragione pure se la quota di liquidity-constrained fosse superiore al 50%. Cwik e Wieland fanno però capire che la prima ipotesi è irrealistica – e nel mondo reale non mancano gli esempi di consapevolezza del legame tra spesa e tasse – e la seconda è sconfessata (25% contro l’oltre 50% di liquidity-constrained necessario). Se pure si realizzassero mai le condizioni per un moltiplicatore superiore all’unità, come i due economisti hanno dimostrato, si tratterebbe sempre e comunque di un anticipo di consumo futuro, perciò la successiva “recessione” sarebbe, in questa comunque irreale casistica, addirittura più profonda.

Tralascio le ulteriori analisi svolte nel paper, perché ritengo che il principale apporto dell’analisi di Cwik e Wieland sia già stato esposto. Aggiungo però che tutti i modelli utilizzati nella loro analisi hanno valore solo nel breve/medio periodo, in quanto non incorporano alcun meccanismo endogeno di ciclo economico – le crisi arrivano come shock esogeni in stile Real Business Cycle, e i movimenti delle variabili economiche sono del tipo shock-risposta senza meccanismi di alimentazione ciclica – e, in ossequio all’ottica (neo)Keynesiana dei modelli, il risparmio non svolge alcun ruolo attivo, non alimenta alcun processo di investimento che abbia risvolti produttivi di lungo termine, ed appare solo come un cuscinetto di mancato consumo da “risvegliare” per permettere il crowding-in. D’altra parte per Keynes il lungo periodo non ha senso… Ma se si considerassero anche questi elementi il costo di una politica fiscale espansiva in termini di futuro dell’economia si rivelerebbe ancora maggiore.

Resta che, pur astraendo dai temi propri del ciclo economico e del lungo periodo – su cui le teorie austriache hanno invece molto da dire – gli stessi modelli Keynesiani mostrano il grave limite del ricorso alla spesa pubblica in un mondo realistico, e cioè che si crea spiazzamento di domanda privata e che al massimo si anticipa consumo futuro rendendo in pratica più critica la situazione futura dell’economia. Sarebbe interessante chiedere a Cwik e Wieland di indagare, pur dal loro punto di vista, su cosa potrebbe significare contare, generazione dopo generazione, sul continuo – ma non infinito – rinvio del giorno in cui una crescente spesa pubblica dovrà essere ripagata; io avrei una risposta: saremmo in Italia.

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