29
Dic
2010

Marchionne non è americano, la svolta è made in Italy

L’accordo per Pomigliano raggiunto oggi recepisce l’intesa di giugno non firmata dalla Fiom, ma soprattutto estende alla newco campana la condizione posta anche nell’accordo di Mirafiori, cioè l’esclusione dalla rappresentanza sindacale delle sigle che non sottoscrivono le intese. E’ una condizione che i sindacati dei metalmeccanici appartenenti a Cisl, Uil, Ugl e Fismic approvano e condividono. Ma sbaglia moltissimo chi, credendo così di dar manforte a Sergio Marchionne, parla di “svolta americana”. Non lo è affatto. Qui non si propone di abbattere a meno della metà la paga dei neoassunti. Non sono americane le nuove intese su turni e pause, retribuzione aggiuntiva e lotta all’assenteismo, straordinari oltre la quota indicata dal contratto nazionale e contestuali impegni a non proclamare scioperi e agitazioni quando l’azienda chiederà proprio quegli straordinari aggiuntivi. E anche la nuova clausola sulla rappresentanza, anch’essa con l’America non c’entra niente.

La verità è che a questi accordi “dal basso”, proposti con forza dalla Fiat di Marchionne battendo la strada delle deroghe ai contratti nazionali che Confindustria di suo da due anni aveva aperto col consenso degli stessi sindacati che condividono la nuova impostazione a Pomigliano e Mirafiori, sono finalmente la reazione italiana a limiti e storture del tutto italiane.

In ciò consiste la portata storica di questa svolta. Era solo figlio di una lunga deriva pluridecennale italiana, aver ingessato le relazioni industriali intorno al totem del contratto nazionale che definiva per tutti limiti e condizioni per la parte sia normativa sia salariale: utilizzo impianti, orari, turni e remunerazioni, come se la domanda interna e internazionale per un settore o per un prodotto fossero uguali a quelle di un altro.

Nessun altro grande Paese avanzato ed europeo – l’America non c’entra appunto – aveva imboccato o era rimasto fermo a una contrattazione così rigidamente centralista e omologata. Non solo perché altrove la tradizione sindacale è diversa dalla nostra. Non solo perché nel settore privato in Francia la sindacalizzazione è molto più bassa che da noi. O Perché in Germania in realtà in moltissimi casi, settore per settore e azienda per azienda, il sindacato è assai più unitario di quanto sia frazionato e concorrente da noi. Ad aver fatto la differenza, ad aver altrove potentemente spinto verso la contrattazione aziendale, ad aver determinato una realtà dove tra il 30 e il 40% del salario dei lavoratori dipendenti del settore privato è fatto di salario variabile definito nelle aziende mentre da noi la quota non arriva al 4%, è stata la capacità di saper interpretare e di adeguarsi a un mercato che cambiava molto, che si apriva al mondo. Che imponeva non condizioni salariali o di diritto pari a quelli degradate dei Paesi emergenti – come si dice da parte dei nemici della globalizzazione – bensì regole condivise capaci di consentire insieme alle aziende gli utili che servono per difendere il vantaggio tecnologico, e ai lavoratori salari in grado di migliorarne e non peggiorarne il reddito disponibile.

In Italia non lo abbiamo fatto. Siamo rimasti indietro. Perché abbiamo sempre caricato di aspetti politici la rappresentanza di imprese e sindacati e le loro relazioni industriali, invece di giudicarle buone o cattive a seconda che si dimostrassero in grado di acchiappare il topo, cioè di continuare a far crescere insieme sia il lavoro che l’impresa. Per questo le relazioni industriali hanno finito per dare anch’esse una mano alla bassa crescita italiana, sommandosi alle alte tasse su impresa e lavoro e alle tante inefficienze che frenano il Sistema-Italia.

Se fosse stata la politica, a fissare essa nuove regole e a intervenire per esempio sul tema della rappresentanza, tornando all’articolo 19 dello Statuto dei lavoratori e respingendo il protocollo del 93 come si fa ora a Pomigliano e Mirafiori, e cioè tornando al principio per cui chi non firma non ha diritto ad essere sindacato rappresentato in azienda, si sarebbe determinata un’esplosione polemica assai più grave delle pur troppo accese polemiche che anche oggi si ripropongono. Solo dal basso, aziende e sindacati a maggioranza potevano insieme condividere e far decollare una svolta tanto profonda. Mostrando che in una parte del mondo del lavoro italiano esiste una consapevolezza delle sfide aperte nel mondo nuovo, e della necessità dei cambiamenti necessari, che è molto più profonda e seria di quanto non appaia invece in tanta parte delle classi dirigenti italiane, intellettuali e accademici che oggi si affannano a definire come autoritaria se non addirittura fascista la scommessa di più lavoro per più retribuzione.

Ieri in Fiom si è manifestato un primo dubbio, l’astensione della componente riformista con 29 voti su 102, rispetto alla decisione dello sciopero generale e alla durezza dei toni usati dalla maggioranza per respingere l’accordo e per attaccare con durezza inusitata i sindacati firmatari. Ma qui non si tratta di tifare come allo stadio, che vinca questo o perda quello. Bisogna invece che le persone serie vigilino sui toni, evitando accuse dalle quali possa infervorarsi chi pensa a riservare a Bonanni e Angeletti qualcosa di peggio delle violente intimidazioni già avvenute. Bisogna evitare che avvenga, ora che decideranno i lavoratori a Mirafiori come già è avvenuto a Pomigliano. E bisogna inoltre che la Cgil tutta e la sinistra politica ragionino a fondo sul passato alle nostre spalle, come sul presente. Quanti anni dovettero passare, perché la Cgil si riprendesse dall’errore storico compiuto nel 1955 in una Fiat tanto diversa da quella attuale? Tanti. E dopo fu l’errore di un autunno caldo dalla cui lunga coda il Paese stentò 15 anni a riprendersi. Quanto al presente, è davvero la sinistra decisa a considerare la Fiat di Marchionne impegnata in un balzo mondiale con Chrysler come se fosse l’organizzazione Todt che asserviva prigionieri di guerra alla produzione bellica del Terzo Reich?

C’è un’Italia seria che è pronta tirandosi su le maniche a stare in modo nuovo nel mondo. Anche nella minoranza di chi dice no moltissime sono le persone serie. Io almeno non li considero – tranne alcuni, lo ammetto – dei pazzi pericolosi, perché non posso che riconoscere la presa che l’ideologia della lotta sociale continua a esercitare in una parte non residuale della sinistra.  Ma il mondo non aspetta. Perdere lavoro e imprese in nome di princìpi rispettabili ma superati è l’eterno errore del massimalismo. Non solo nell’interesse del Paese, in primis nei suoi stessi interessi la sinistra dovrebbe evitarlo.

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19 Responses

  1. Ungheria, anno 1992, grande fabbrica metalmeccanica: chiesi ad un operaio perche’ facesse girare il tornio ad una velocita’ esasperatamente lenta. Risposta: “nessuno mi ha mai detto di aumentarla, ma se vuole lo posso fare subito” e toc, la velocita’ divenne subito accettabile.
    Italia, anno 1983, grande azienda metalmeccanica: si voleva trasferire tre impiegati dal secondo al terzo piano della palazzina uffici; sciopero in fabbrica e serpentoni negli uffici.
    Chi lavora sa cosa vuol dire lavorare in modo produttivo nel rispetto della propria dignita’ ed e’ pronto a collaborare per il bene dell’azienda e quindi per il proprio bene.

    “Se Gesu’ fosse Tremonti…” sul blog: http://www.segesufossetremonti.blogspot.com

    Perche’ nessuno commenta la mia proposta sulla riduzione del DEBITO PUBBLICO ?
    State ATTENTI perche’ una di queste notti potrebbe succedere qualcosa al vostro conto corrente e senza contropartita.
    Buon 2011
    Anton

  2. @Anton Luigi Traverso
    Quale è il vantaggio di dare volontariamente 100 miliardi di euro allo stato, ben sapendo che verranno sprecati per favorire amici, parenti, sostenitori, clientes, finanziatori, lobby, sindacati e impiegati pubblici?

    La soluzione è tagliare la spesa. Assumendo un pil di 1500, un debito di 1800, un interesse del 5%, una crescita dell’1%, tasse e spesa primaria al 44% del PIL… basta tagliare di 100 la spesa e lasciare tutto inalterato, facendo crescere tasse e spesa solo tanto quanto il PIL… e in 20 anni staremmo dentro Maastricht, anche se con una pressione fiscale che rimarrebbe sovietica, danneggiando l’economia e la crescita. Se si taglia di più si possono anche tagliare le tasse. E se la riduzione del debito e delle tasse stimola la crescita o riduce l’interesse, si fa prima.

    I dati non sono affidabili, perché bastano poche decine di miliardi di spesa in più o in meno per far sballare i conti di decine di punti di PIL, ma il principio è quello. Tutte le energie del Paese dovrebbero essere investite per capire come tagliare la spesa pubblica di una quantità pari al 7% del PIL, minimo, in maniera strutturale, e come impedire che cresca più rapidamente della crescita economica e dell’imposizione fiscale.

    La politica è malata, è quello il vero problema. Solo questo. E nessun palliativo risolverà il problema se non si cura l’origine della malattia.

  3. corvo

    “C’è un’Italia seria che è pronta tirandosi su le maniche a stare in modo nuovo nel mondo.”
    Peccato che non sia quella che gestisce la cosa pubblica, la ricerca, l’università, la sanità, la scuola, l’informazione (180 milioni di euro rubati ai contribuenti per darli al liberista sole24ore, al corriere della sera, alla repubblica e a centinaia di altre testate gestite da degli incapaci “bamboccioni” e mantenuti), la giustizia, la politica, la grande finanza e la grande industria e che ruba i soldi degli altri con patrimoniali, ICI o “spesometri”.
    Perché, signor Oscar Giannino, non lo va a dire a questi signori che “Il mondo non aspetta” che “bisogna essere più competitivi” e che la festa è finita?…
    “La crisi ci ha messo poi duramente di fronte a una realtà completamente diversa. Quella di grandi Paesi che ci sono concorrenti diretti nella manifattura sui mercati esteri, che sono più competitivi di noi per via di relazioni industriali completamente diverse.”
    No, mi dispiace, sono più competitivi di noi perché non devono mantenere i delinquenti di cui sopra.
    In quanto a Marpionne e il suo codazzo penso che l’articolo su Dagospia sia illuminante:
    MEDITA, MARPIONNE, MEDITA – L’AD FAREBBE MEGLIO A RIFLETTERE SU QUALCHE NUMERO, ANZICHÉ PROPINARCI I SUOI MODELLI SOCIO CULTURALI: 1.5 MLN DI AUTO PRODOTTE IN FRANCIA NEI PRIMI NOVE MESI DEL 2010, 4,1 IN GERMANIA, OLTRE 930MILA IN GRAN BRETAGNA E 1,4 IN SPAGNA. SOLO 444MILA IN ITALIA – IL PROBLEMA DUNQUE NON È LA GLOBALIZZAZIONE, NÉ LA FIOM CGIL. MA LA FIAT, IL SUO MANAGEMENT E LA FAMIGLIA CHE NE MANTIENE IL CONTROLLO CON L’AIUTO DI MOLTI SOLDI ALTRUI…
    http://www.dagospia.com/rubrica-4/business/articolo-21400/1.htm

  4. Luca

    Ma perchè sono così in tanti a pontificare di cose che non conoscono?
    Sono un ingegnere, un quadro aziendale, con contratto metalmeccanico. Essendo stato per tre anni rappresentante sindacale conosco il contratto nazionale quasi a memoria.
    Egregio Oscar Giannino, perchè prima di parlarne non ha pensato di leggerlo?
    Il contratto nazionale si limita a definire le condizioni “minime” applicabili a tutti i lavoratori e a tutte le aziende. E sono davvero minime, cose come le otto ore giornaliere, le ferie, la maternità…. e la retribuzione minima (che nel caso di un quadro è inferiore ai 1500 lordi mensili !).
    I contratti colletivi sono stati considerati storicamente una conquista di civiltà ed un presupposto per lo sviluppo sociale. Ed esistono in tutta europa, anche se lei lascia intendere il contrario.
    Se le aziende potessero liberamente scriversi i contratti cosa potrebbe impedire a un padroncino di pretendere 16 ore di lavoro giornaliero ad uno stipendio da fame?
    Egregio Oscar Giannino, ha mai sentito parlare di Rosarno?
    Perchè un piccolo propietario terriero non potrebbe offrire poche decine di euro per 16 ore di lavoro se c’è qualcuno disposto ad accettare?
    Senza contratto collettivo dove sarebbe il limite?
    Quando saremmo autorizzati a parlare di sfruttamento?
    Si informi, vada in una delle numerosissime Rosarno di Italia o del mondo.

  5. stefano

    @Pietro Monsurrò
    Ah, minimo. Il 7% intendevo.
    Mi sembra che nessuna persona sana di mente possa negare che la strada per il c.d. risanamento (pensa che bello, l’Italia ha avuto prima un rinascimento, poi un risorgimento e adesso un risanamento: mah).
    Il fatto è che il primo passo per attuare il risanamento è quello di tagliare i politici. E per politici non intendo solo i parlamentari. A proposito di politica: in quanti sono a vivere di “alti ideali”?
    Poi ci vuole una bella regolata a taluni magistrati, che trattano le leggi come Penelope di notte il sudario di Laerte. O che se ne vanno in Santo Domingo per un mese a seguire corsi d’aggiornamento che, con tutta evidenza in Italia non si possono tenere.
    Prevedo quindi parecchie resistenze.

  6. Andrea Carella

    Credo che stia giungendo l’ora di gettare a mare tutti i vecchi schemi di relazioni tra rappresentati e rappresentanti. E mi riferisco sia al mondo sindacale che alla politica tutta. La diffusione della conoscenza in rete è un elemento che sta rivoluzionando la nostra società in modo sempre più capillare. L’ intercomunicazione tra reti sociali sta distruggendo i meccanismi che obbligavano gli individui a scegliere dei portavoce che una volta eletti definivano la linea politica e/o sindacale a vantaggio dei propri elettori. A mio avviso il meccanismo si è incrinato, le persone ormai confrontano da sole i problemi e le soluzioni e spesso, comunicando tra di loro, riescono a scegliere vie nuove alternative ai diktat e alle linee politiche di sindacati o partiti politici.

  7. Bene,

    Vivo nel miracoloso Nord Est.Sono 15 anni che lavoro solo in aziende private (3) con propieta’ a capitale azionario negli States con ruoli via via crescenti in complessita’ e responsabilita’.
    Laurea da studente lavoratore.Famiglia, due figli, mutuo ipotecario faticosamente estinto. Passo due settimane al mese all’estero in moltissimi paesi del mondo
    Requisiti sufficienti per poter valutare la strategia attuata da Marchionne, con patriottica verve definita Fabbrica Italia, assolutamente’ no.
    Ma nemmeno quelli in possesso dei numerosi esperti di politiche industriali che oggi pontificano nei vari quotidiani, sia di destra che di sinistra.
    L’accordo” preso” con I sindacati e’ sicuramente positivo ma muove e razionalizza in meglio l’efficienza e l’efficacia della produzione. Ne beniciferanno I costi industriali e poi??
    Signori, ho come l’impressione che NON ci SIAMO.
    Cerco di argomentare meglio questa mia affermazione con 3 elementi fondamentali:
    1o elemento, l’idea; l’idea industriale e’ l’obbiettivo che determina tutte le altre azioni. Produrre in Italia 1.5 milioni di autoveicoli non e’ razionale, anzi irragionevole a meno che’ non ci compriamo un po’ tutti
    una seconda o terza auto. I numeri non bleffano; irragionevole che lo share Fiat sul mercato nazionale possa essere piu’ elevato del 35%, a meno di un suicidio collettivo
    di tutte le altre case automobilistiche straniere

    2o elemento, la condivisione degli obbiettivi; fornire delle generiche indicazioni di investimento senza spiegarne I’ll dettaglio non aiuta nella condivisione e reciprocita’ degli obbiettivi aziendali con le maestranze.
    Ossia dire: ” qui faremo la Panda, li andremo a fare un SUV, e poi ventilare o ammiccare alla proposte tedesche per una vendita del marchio Alfa Romeo non aiuta nella contrattazione e condivisione dei target.

    3o elemento, costo e flessibilita’della produzione; non puo’ essere l’unico driver. Con I’ll resto del mondo siamo gia’ sconfitti in partenza. I’ll grado di automazione richiesto per essere competitivi nei paesi come I’ll nostro e’ diventato inconciliabile con I’ll ciclo di vita dei prodotti stessi.
    Pertanto le cooperazioni e condivisioni dei motori, pianali sono positive se garantiscono anche la flessibilita’ nei modelli futuri, altrimenti le sinergie Fiat Chrysler potranno avere un vantaggio competitivo per poco tempo. Anzi diventeranno poi un vincolo come lo furono per Saab Opel

    Per I’ll resto confermo che l’accordo e’ ottimo, e forse e’ I’ll caso di spiegare a molti antagonisti che l’anno scorso a Mirafiori I’ll tasso di assenteismo per malattia fu’ del 7% contro un 4.5% nella media manifatturira piemontese

  8. @Pietro Monsurrò
    Lei ha ragione, infatti la mia bozza di proposta, o povocazione, prevede delle chiare contropartite al versamento di 100 miliardi di euro da destinarsi alla riduzione del debito pubblico, quali:
    1) riduzione del 50% del numero di eletti alla Camera ed al Senato
    2) abolizione delle Provincie
    3) abolizione di Comuni sotto i mille abitanti (mediante accorpamento)
    4) abolizione delle Comunita’ Montane ed altri uffici ed enti inutili e dannosi
    ed altro.
    In sintesi si propone una generale riduzione dell’intervento e della ingerenza dello Stato nella vita dei cittadini con la conseguente contrazione della Spesa Corrente e quindi delle tasse.
    Dato che, come lei dice, la politica e’ malata, ritengo che solo un intervento dal basso, cioe’ da noi cittadini, forse a mezzo di una proposta di legge popolare possa, chissa’, dare un segnale del necessario rinascimento.
    “Se Gesu’ fosse Tremonti…” sul blog:www.segesufossetremonti.blogspot.com
    Talitha kum
    Antn

  9. adriano

    Marchionne è americano.Nei fondamentali.Per questo è odiato,come l’America,sempre e comunque,per ciò che rappresenta,a sinistra e a destra in una simpatica,allegra,stonata convergenza.Prima di dettagli su contratti,diritti di rappresentanza,procedure ed organigrammi ricordiamo sempre le origini irrisolte,altrimenti ci si smarrisce.C’è chi è convinto di aver vinto la guerra e da allora si comporta di conseguenza.Al capitalismo,inteso come affermazione dell’interesse personale,si contrappone il solidarismo,utile se secondario,dannoso se principale,mutuato da culture illiberali diverse,cattolica,marxista,anarchica,terzomondista che vagheggiano mondi nuovi indistinti e se li coccolano come obiettivi costanti ed alternativi.La nostra democrazia si fonda sull’equivoco.Fino a quando non lo si chiarisce,saremo sempre ai nastri di partenza,indecisi fra un sistema che forse può portare ad una maggiore distribuzione di ricchezza ed un altro che sicuramente porta ad una maggiore distribuzione di miseria.

  10. j

    “Svolta” sarebbe stata fosse stato messo in discussione il teorema “voi schiavetti dovete sgobbare il più possibile, come fanno gli altri schiavi in giro per il mondo, da cui io andrò se non accettate le mie condizioni”.
    Ma svolta non è stata.
    “Svolta” sarebbe stata se non ci si fosse illusi che facendo lavorare di più i poveri operai, le Fiat sarebbero diventate auto migliori (non credo che la Fiat consegni le auto a più di 3 mesi, cioè nella media degli altri costruttori – e non è quello che frena un consumatore ad acquistare una 500 invece di una Tata).
    Ma svolta non è stata.
    “Svolta” sarebbe stata se SM avesse fatto venire alla luce i problemi reali, come l’eventuale assenteismo o l’eventuale lentezza dei lavoratori, per risolverli (solo quelli) ma così non è stato: ci si è aggrappati a un dato (il famigerato 7% di malattie), senza dimostrare nulla (magari la fabbrica Fiat logora più di altre, non è possibile?), per prendersi la vita sociale di quelle persone che hanno la grande colpa di avere un lavoro in un’azienda che minaccia di andarsene all’estero, un’azienda che lavora in un settore ipercompetitivo in cui spicca solo per le utilitarie, ma si ostina a fare altre auto flop più grandi (prodotte in Italia ovviamente – ma la colpa è dei designer e di chi sceglie i modelli, non certo di chi sta in catena di montaggio).

    La svolta, secondo me, si avrà quando le persone saranno felici di andare al lavoro non solo per il semplice fatto di avere un lavoro perché fuori c’è la disoccupazione, ma per il fatto che quel lavoro rappresenta un ruolo sociale degli individui, il cui tempo viene messo a disposizione della collettività per dare ad essa un beneficio. Ma queste persone DEVONO avere anche il tempo di godersi la vita, non possono solo SGOBBARE.

    E qui deve intervenire lo stato, che invece assiste alla crisi in silenzio, non ponendosi dubbi sul sistema in vigore, sulla tassazione del lavoro, sulla lotta di classe che sta per rinascere, sulla soluzione del problema (secondo me è la disoccupazione la fonte di tutti i mali e basterebbe perseguire politiche per eliminarla per entrare in un circolo virtuoso – lavoro per tutti – consumi da parte di tutti – ripresa economica).

    Buon capodanno a tutti

  11. MassimoF.

    Purtroppo caro Oscar parlare di svolta proprio non è possibile. Il paese è ostaggio di un sindacato legato al passato e a visioni romantiche e totalmente irreali della vita sociale ed economica del paese . Come non bastasse , questo sindacato trova anche ampie sponde nell’opinione pubblica e nei settori protetti del mondo del lavoro , settori quali i dipendenti pubblici che non vivono la competizione del mercato e che semplicemente non sanno cosa sia la parola produttività. Richiamare tutte le teorie esistenti per cercare di far capire che non esiste alternativa e che se non si implementa il più possibile in tutti i settori della vita economica il nuovo contratto Fiat, è perfettamente inutile. Il paese non è culturalmente adatto alla sopravvivenza nel sistema economico attuale ( ma anche passato ) , e la rondine Marchionne non fà la primavera dell’economia.

  12. antonio

    Qualsiasi argomento diventa occasione di disputa tra tifosi. Anche Giannino, pur scrivendo cose condivisibili, nell’occasione si è comportato da tifoso.

    Trovo più realistiche e serie le considerazioni di Seminerio
    http://phastidio.net/2010/12/30/fiat-ma-non-spelliamoci-le-mani/

    Di STO-RI-CO c’è solo da registrare l’aumento del debito pubblico ed il continuo degrado competitivo dell’economia italiana. Il resto è propaganda e chiacchere.

  13. j

    @antonio
    Vero, un ottimo articolo.
    In sostanza, la produttività è un problema se c’è qualcosa di buono da produrre (e nell’elefantiaco settore pubblico, così come nella fabbrica della Multipla o della Croma, non importa migliorare il “quanto”, bensì il “cosa” e “come”. Ma ciò comporterebbe dare delle colpe alle elite, mentre è più facile accusare gli operai).

  14. Io non conosco in dettaglio, come forse anche voi non conoscete, le proposte FIAT per Mirafiori e Pomigliano, ma se e’ vero che le fabbriche italiane producono, a parita’ di numero di lavoratori e qualita’ e quantita’ degli impianti, la meta’ od un terzo delle autovetture prodotte negli stabilimenti all’ estero, FORSE UN PROBLEMA C’E’.
    Questo e’ il problema da analizzare e risolvere, non altro, e smettiamola di pingerci addosso mentre continuiamo ad acquistare le Toyota, le Wolksvagen o le Citroen.
    COMPRIAMO PIU’ PRODOTTI ITALIANI che non hanno nulla da invidiare a quelli esteri,
    rivalutiamo il nostro ingegno ed il nostro lavoro, CERCHIAMO DI CREDERE DI PIU’ NEL NOSTRO PAESE senza nasconderci i problemi bensi’ cercando di risolverli in modo intelligente ed adeguato ai tempi che viviamo.

    “Se Gesu’ fosse Tremonti…” sul blog:www.segesufossetremonti.blogspot.com

    Buon Anno Italia
    Anton

  15. Renato

    Nella mia umilissima e personalissima opinione, trovo la “ricetta” nel secondo post la soluzione vera per l’Italia.
    Alle volte le soluzioni giuste sono facilmente individuabili…
    Non ricordo in quale film comunque recitava così:” nella vita ho saputo sempre quale fosse la strada giusta da imboccare, solo che non l’ho mai presa perché non avevo il coraggio”.
    Ecco per l’Italia il problema è assimilabile. Con delle persone capaci al comando, senza quella massa di politici (T-U-T-T-I) parassiti, sarebbe semplice non trovate…?
    Sono l’unico a semplificare il tutto così???
    Marchionne, mi pare uno dei piccoli esempi di management lungimirante ed efficace.
    Il resto sono chiacchiere.
    My two cents, ve l’ho detto come lo si direbbe in un qualunque bar dello sport.

  16. Francesco

    “tornando all’articolo 19 dello Statuto dei lavoratori e respingendo il protocollo del 93 come si fa ora a Pomigliano e Mirafiori, e cioè tornando al principio per cui chi non firma non ha diritto ad essere sindacato rappresentato in azienda”

    Ma l’articolo 19 non dice anche che: “Rappresentanze sindacali aziendali possono essere costituite ad iniziativa dei lavoratori in ogni unità produttiva, nell’ambito:

    a) delle associazioni aderenti alle confederazioni maggiormente rappresentative sul piano nazionale […]”

    Quindi la Fiom avrebbe diritto alla rappresentanza (su iniziativa dei lavoratori).

  17. FRANCESCO BUFFA DESIGNER

    UN RICATTO TRASPARENTE – Questa vittoria è il trionfo della prepotenza e della sopraffazione che cavalca con il massimo della lucidità la disperazione e lo scoraggiamento di tanti operai che non hanno nessuna colpa di vivere in un paese tornato nel medio evo grazie a governanti incapaci, hanno votato si quei disperati sotto ricatto, che pur di assicurare una misera sopravvivenza alle proprie famiglie sono stati costretti a sacrificare la propria salute fisica, impegnandosi a subire turni massacranti e a violentare la propria serenità e il proprio benessere mentale per la frustrazione che in tanti, pur di non perdere la faccia, non sono disposti ad ammettere. E questa cattiveria, a livello di organizzazione da caporalato, viene posta in essere da parte di chi pur di arricchirsi ulteriormente, ovviamente, mette la faccia a disposizione dei suoi mandanti, certo, con un assurdo compenso megagalattico di 5.000.000 di € all’anno o forse più, sfido chiunque a resistere ad astenersi a fare il fustigatore. E gli ingredienti per vincere questa squallida battaglia ci sono tutti e semplici, e si chiamano miseria e malgoverno. Svolta storica ha la faccia tosta di definirla Marchionne sguazzando nei soldi dei suoi padroni, e ha perfettamente ragione, perché la miseria ha ridotto chi ha bisogno come servi della gleba. Di fatto con un imbroglio gratuito senza precedenti, si tenta di esautorare le esistenti leggi dello Stato e in particolare la sua Costituzione che regola i diritti e i doveri di tutti anche in materia di lavoro, una promessa di lavoro, con un ricatto da quattro soldi, una burla da birbante che impugnata davanti alla legge non può che crollare miseramente. Una burla però capace di schiacciare la salute di tanti operai, tutto questo per arricchire un pugno di aguzzini. Questo sporco voto imposto ai disperati che il governo ha contribuito a produrre, è stato capito immediatamente dal premier e tra un bunga bunga e un festino da parvenu di gran classe, organizzato con ragazzine compiacenti, si è inaspettatamente svegliato, così piuttosto che proteggere l’immagine del paese che vive questo orrore di fronte al mondo, ha preferito cavalcare questa vergogna che più gli si addice, forse perché spera che questo squallido precedente possa essere applicato ed esteso in questa povera Italia che vorrebbe trasformare in una sporca azienda personale

  18. andrea zezzo

    L’accordo Fiat- Crysler è stata una mossa di geo-politica da parte di Obama.
    Dopo l’11 settembre era molto importante per l’America trovare un forte legame
    con il continente europeo ed in particolare con l’Italia, da tempo fedele amico.
    Per cercare un riferimento nelle radici culturali dell’Europa e al fine di contrastare il futuro
    strapotere del colosso asiatico.

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