6
Dic
2010

Proposta shock per l’Autorità energia: tiratelo fuori

A meno di dieci giorni dalla scadenza formale dell’attuale collegio, le nomine della nuova Autorità per l’energia sono in alto mare. Il naufragio è frutto della superficialità dei principali attori di questo teatrino: il Pdl, il Pd e la Lega (o, se preferite nomi e cognomi, di Gianni Letta e Paolo Romani, Pierluigi Bersani e Roberto Calderoli). Capire perché le cose sono andate male è necessario a esprimere una diagnosi del fallimento. La risposta, dati i tempi e l’apparent cul de sac in cui la politica si è cacciata (compreso il voto di sfiducia del 14 dicembre), non può che essere una terapia shock: tiratelo fuori.

Come sempre, c’è una tensione tra la lettera della legge e la sua sostanza. La legge richiede che le nomine, operate dal governo, siano approvate dalle commissioni parlamentari competenti con una maggioranza dei due terzi. Letta-Romani, Bersani e Calderoli hanno fatto le loro scelte pallottolliere alla mano. Non hanno considerato due cose: primo, che i parlamentari (almeno alcuni di loro) non sono palline ma esseri umani; secondo, che le nomine, per essere votate, devono essere votabili. Alcune, a fortiori, non lo erano. Non lo erano perché il criterio dell’appartenenza partitica ha prevalso su qualunque altro criterio, compreso quello della competenza tecnica (che pure è richiesta dalla legge istitutiva dell’Autorità).

Non apro una digressione sulla questione dell’indipendenza perché lo ha già fatto Alberto Mingardi. Nessuno crede, e pochi chiedono, che i politici si spoglino della loro appartenenza in questi momenti. E’ fisiologico che ciascuno cerchi di inserire uomini (o donne) considerati “vicini” o “d’area” nei posti disponibili. Il problema è che, dall’insieme dei “vicini”, bisognerebbe estrarre il sottoinsieme dei “competenti”, e tra di essi scegliere. Ci sono molti tecnici in gamba contigui al Pdl, al Pd, alla Lega: perché solo alcuni sono emersi, nella cinquina ormai tramontata, mentre altri erano vicini ma non competenti o addirittura incompetenti?

Non voglio rispondere a questa domanda. Non sarei in grado di farlo – e comunque non senza usare parole poco educate. Mi limito a osservare che le cose sono andate così. Osservo anche che la pezza che si per qualche giorno si è tentato di mettere era peggio del buco: si è cercato di comprare il supporto di partiti esterni alla maggioranza promettendogli incarichi non già nel collegio, ma ai vertici della struttura dell’Autorità, o di negoziare parallelamente sul tavolo dell’Antitrust. In entrambi i casi, anziché risolvere il deficit di competenza lo si sarebbe allargato, almeno se si prendono sul serio alcuni dei nomi che sono circolati e i nomi di quelli che, per far spazio a loro, sarebbero stati sacrificati. Anche questa strada, comunque, non si è rivelata utile. Così siamo alla situazione attuale: la politica in altre faccende affacendate, l’Autorità in bilico, la sua operatività appesa a un parere del Consiglio di Stato che comunque non potrà non sollevare critiche e ricorsi, la certezza di una prorogatio che potrebbe anche avere tempi molto lunghi.

In queste condizioni, pensare che la patologia – l’incapacità di operare nomine di cui da sette anni tutti conoscevano la scadenza – possa fare il suo decorso è illusorio. Quindi bisogna prendere atto della realtà e incanalarla in un percorso sostenibile. La realtà è questa: i partiti fanno le nomine. Il percorso sostenibile è questo: bene nomine di parte, ma che siano nomine decenti. Ecco, dunque, la mia proposta shock: far emergere le negoziazioni sotterranee.

Cari partiti – cari Letta, Romani, Calderoli, Bersani, Casini, Fini, Di Pietro, Vendola, e tutti quelli che mi sto dimenticando o di cui ignoro, senza particolare senso di colpa, l’esistenza: cari partiti, tiratelo fuori. Tirate fuori i nomi delle persone che avete in mente e mettete online, in modo che tutti possano vederlo, il loro curriculum.

Intendiamoci: un CV dice molto ma dice poco. Ci sono mille modi per “cucinarlo” in modo che sembri più di quel che è. Qualche corso inutile di qua, qualche consiglio di amministrazione che si è frequentato un pisolo dopo l’altro di là. Però, un CV – per quanto cucinato – è meglio di nessun CV. Non sto dicendo, dunque, che sulla base del CV si dovrebbe decidere. Sto solo dicendo che, almeno, si dovrebbe avere la decenza di scegliere persone che possano sostenere di sapere qualcosa del settore che andranno a regolare. Sto chiedendo, cioè, che i padrini si prendano la responsabilità dei loro picciotti. Starà ai “picciotti” dimostrare, col loro comportamento, se agiscono nell’interesse del mercato o in quello dei rispettivi mandanti. E sta ai “padrini” indicare personale qualificato – a cui togliamo volentieri l’etichetta di “picciotti” – anziché manovalanza partitica.

L’indipendenza sta nelle norme e sta nelle persone: uno scatto di trasparenza ex ante potrebbe consentire sia la quadratura del cerchio oggi, sia una più serena valutazione dell’operato dell’Autorità quando le nomine saranno state effettuate. Magari, ci aiuterà anche a capire se i leader politici che chiedono la nostra fiducia sanno scegliere i loro collaboratori, o se per loro l’unico metro è quello delle fedeltà. Nel qual caso, non avranno il nostro voto.

You may also like

Le quote della Banca d’Italia, il prelievo “alle banche” e il Barone di Münchhausen—Carlo Amenta e Paolo Di Betta
Lo Stato elefante nella cristalleria del mercato elettrico
Impegno Italia è liberista?
Poste e l’aiuto di Stato: il risparmiatore beffato

1 Response

  1. ALESSIO DI MICHELE

    Semplice: chi è capace risponde prima di tutto, e quasi solamente, al proprio rigore ed alla propria coscienza (bella parola, eh !: cosa vorrà mai dire ?, bah), e quindi non sa fare il picciotto: quindi i politici non lo vogliono.

Leave a Reply