30
Nov
2010

Della protesta universitaria, del furto di futuro economico

Prima i tetti. Poi i monumenti. E infine i blocchi a strade, autostrade e stazioni, gli attacchi alle forze dell’ordine. Gli universitari in lotta contro la Gelmini rianimano l’anelito barricadero che aveva da anni in Italia riavvolto mestamente le sue bandiere. Come mai, non hanno dato vita a scontri, blocchi e disordini due milioni di disoccupati? Come mai, nessun segno analogo dalle duecentomila imprese che tra quattro settimane escono dalla moratoria bancaria, col rischio che si apra la morìa per loro e gli oltre due milioni di loro dipendenti? E’ un moto spontaneo quello universitario, è la riproposizione protestataria del passato, o0 è la fucina in cui si forgia l’identità di una nuova generazione?

Porsi le domande è il minimo, in un Paese che fino all’altro ieri era giustamente e trasversalmente fiero di aver saputo mantenere coesione sociale nella crisi, un giudizio da estendere in realtà pienamente anche alla Cgil, che al di là del fuoco e fiamme dialettico su Pomigilano e sulle deroghe al contratto dei meccanici, è stata in realtà molto responsabile in centinaia e centinaia di crisi aziendali e territoriali, evitando che le legittime proteste prendessero la mano e bloccassero o spaccassero il Paese. Il minimo è anche porsi le domande senza cadere in trappola, quella cioè di guardare alla generazione degli attuali universitari col paraocchi della propria, di generazione. Nel mio caso, quella cresciuta a Torino negli insanguinati e violenti anni 70.

Prima domanda: pesa, la strumentalizzazione politica? Sì e no. Sì, perché le difficoltà innegabili e crescenti dell’esecutivo Berlusconi, lo sfilarsi dei finiani nei voti d’aula e l’enorme pressione dei media e dei sondaggi sul governo hanno finito per alzare molto la temperatura. E i ragazzi ne hanno fatto tesoro, perché non sono scemi. Chiunque abbia protestato in piazza sa che il limite della manifestazione sta istintivamente in ciò che si avverte nell’aria. Se entrando a forza in Senato sai che potrai contare sul consenso dei media e sul fatto che polizia e magistrati ci andranno con la mano leggera, perché il primo a non potersi permettere l’accusa di nervi saltati è il governo in difficoltà, allora entrerai a forza in Senato. L’indomani, farai ancor di più. Se leggi tutti i giorni su giornali borghesissimi o ascolti in tv che si sta preparando il 25 aprile in Italia, allora il blocco di autostrade e stazioni sarà come il grande atto preparatorio che attesta che c’eri anche tu, a dare la spallata finale all’autocrate. Quest’amosfera ha contato eccome, nelle ultime due settimane, perché la protesta universitaria salisse d’asprezza. Dopodiché, se pensate che dietro la minoranza iperprotestataria ci siano parole d’ordine di partiti e sindacati dell’opposizione, non avete da anni posto piede in un’università italiana. Non è così.

Secondo: è rinata, la mitica unità di studenti e lavoratori? No e sì. Tra gli studenti di oggi e il popolo degli artigiani, commercianti e partite IVA, come delle piccole imprese industriali o di servizi vittime della crisi, c’è una barriera. Fortissima estraneità. Il vecchio cavallo di battaglia dell’unità rivoluzionaria tra libro e chiave inglese è spirato negli anni Ottanta. Non rinasce oggi. Al suo posto, un’alleanza singolare. Per quanto mi riguarda, incomprensibile. Di fatto, gli studenti hanno preso a protestare in coda ai ricercatori universitari, i veri incubatori della fiammata di protesta, da mesi. Sono stati i ricercatori i primi a salire sui tetti. Seguiti dai politici in processione che, per conto mio, sul tetto dovrebbero a quel punto restarci anche sotto la neve, visto che il loro mestiere è risolverli, i problemi, non aizzarne l’insolubilità,siano di ex maggioranza come i finiani o di vecchia opposizione come Di Pietro e il Pd. Di fatto, gli studenti hanno fatto proprio e ripetuto il mantra del no ai tagli all’Università – spariti, ma che importa – e il no dei ricercatori all’idoneità entro tre anni o della massima protrazione di un altro triennio dei loro contratti, perché se a quel punto l’idoneità non si è ottenuta allora si va a casa. Come e perché gli studenti facciano causa comune con chi nell’Università insegna e chiede ancor più che in passato risorse da destinare solo a chi lavora negli Atenei, invece che destinate alla qualità dell’offerta formativa per chi l’Università la frequenta, questo per me è contraddizione e mistero. La vera rivoluzione sarebbe se gli studenti dicessero basta allo strapotere degli ordinari e degli associati nella fallimentare gestione universitaria, mandassero a quel Paese le richieste dei ricercatori per un posto sicuro, chiedessero invece un riesame di merito di tutti i titoli di chi nell’Università pretende di insegnare e fare ricerca. I casi sono due: o gli studenti non le conoscono, le cifre e le responsabilità del disastro universitario italiano figlio di 40 anni di ope legis e di concorsi locali gravati da cordate e cooptazioni nepotistiche, oppure la loro è tutt’altro che rivoluzione. È conservazione bella e buona. Alcuni rettori lo hanno capito benissimo. Dopo aver incassato in Parlamento, dove sono lobby fortissima, belle smussate alla Gelmini in versione originaria che tagliava qualche artiglio ai baroni, hanno aizzato gli studenti alla protesta nel nome dell’autonomia universitaria, com’è accaduto a Firenze. Pessimo paradosso, per i giovani sui monumenti, fare il gioco di coloro grazie ai quali l’Università che frequentano non premia il merito.

Terzo: c’è una nuova identità collettiva, quel senso giocoso e improvvisamente deciso a tutto, di contestazione radicale in nome dell’apparentemente impossibile che da sempre si associa alle proteste giovanili, segnali nella modernità di una grande rottura culturale, dall’Ottocento e dalla rivoluzione romantico-nazionale al 1871 egualitario della Comune parigina, dagli spartachisti a Berlino fino al 1968 e al maggio francese? Guardiamogli bene negli occhi, i protagonisti dei blocchi stradali. Non hanno niente a che vedere con l’idealismo utopico della rivolta anticapitalista di 40 anni fa, non hanno parole d’ordine antisistema da scandire. Quelle sono finite nella tomba del movimento antiglobalista, in un mondo che oggi cresce solo grazie ai Paesi che abbiamo associato vent’anni fa nella globalizzazione: e per fortuna. Ma un senso di estraneità da furto ai loro danni di presente e di futuro, nei protestari c’è eccome. Non sapranno cifre e trend del disastro universitario italiano, perché le proteste non si nutrono di numeri e analisi ma di slogan e obiettivi simbolici da abbattere. Ma capiscono da anni in Italia l’ascensore sociale è bloccato, che il lavoro ipertutelato dei loro padri col cavolo che i più l’avranno mai, che il reddito disponibile di chi saltabecca da un contratto all’altro è all’inizio e resta miserrimo per anni, in moltissimi casi. Che bisogna contare sul patrimonio delle famiglie, elevatissimo rispetto a quello di altri Paesi, ma è pur sempre una vita del cavolo, dire grazie a papà e mamma fino a 40 anni aspettando di ereditare. Non hanno nessun Sartre o Cocteau attuale come libri di formazione, non leggono neanche i giornali e se ne fottono allegramente della società luqida come di ogni altra cristallizzazione socio-politica del disordinato mondo attuale, piegato da vecchie tutele a costo troppo elevato addossate a chi non ne avrà. Ma un futuro diverso da quello che lorio si prospetta sì, batte nelle loro teste come qualcosa da prendersi anche a costo di occupare strade e monumenti. In questo, li capisco. In un paese a crescita da zerovirgola e mentre si alza il costo dell’eurodebito, hanno due volte ragione.

Quarto: che risposta dare. Alla protesta contro un presente grigio, la sinistra ha per storia e vocazione una maggior vocazione. Ma la destra sbaglia, se risponde tornate a casa a studiare. Una sana destra avrebbe dovuto esser presente dall’inizio e naturalmente, nelle università. Per mostrare che il primo avversario è il docente che prende tutto per sé, e il secondo il politico che se lo tiene amico e lo accontenta. Per scandire che i Paesi che spendono di più sono quelli che hanno le Università libere di pagare quanto vogliono, perché assumono i migliori che ti faranno guadagnare di più se riesci a laurearti con loro. Per chiedere più borse di studio per soli risultati ottenuti, e non per i numerini dell’ISEE che sono figli della truffa fiscale iperstatalista e nemica dell’individuo e dei suoi meriti, tipica del nostro Paese. E’ un partiocolare non secondario, per la politica italiana degli anni a venire. La destra universitaria c’era, minoritaria ma combattiva, negli anni Sessanta e Settanta. Oggi, sembra non esserci più. E ci dice come al solito più degli errori dei padri, che delle responsabilità dei figli.

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54 Responses

  1. Federico

    Stamattina ascoltavo una violenta filippica, pronunciata da un insigne accademico con una certa dose di teatrale indignazione, contro uno dei presunti vizi della riforma: stavolta il peccato capitale era l’abolizione delle facoltà (ogni giorno se ne scopre uno nuovo, ma almeno era una variazione sul consueto tema del piagnisteo dei tagli e del sottofinanziamento con cui si attenta al diritto all’istruzione e alla sacralità dell’educazione pubblica). Avrei voluto domandargli esattamente ciò che Giannino ha scritto in apertura: ma se la madre di tutti i problemi è il terribile provvedimento di (addirittura, sciagurato ministro!) abolizione delle facoltà, che cavolo dovrebbero dire le imprese tartassate da uno Stato che se ne sbatte sistematicamente di chi produce ricchezza e lavoro? Comunque, questi sarebbero gli esempi della “classe dirigente” che agisce nella “società civile”. Poi ci lamentiamo dei politici…

    Sul resto, chi fra i giovani “precari dell’università” protesta si rende certamente conto di avere un futuro compromesso e del cavolo, come afferma il post. Anche chi non protesta tuttavia è egualmente insoddisfatto e inc…ehm, adirato come una iena perché vorrebbe più merito, più cambiamenti, più indipendenza, più mobilità, più valorizzazione e considerazione per le proprie idee e proposte, specie quando possono rappresentare un contributo innovativo in un ambiente spesso stantio. Se però ribellarsi contro questo futuro del cavolo implica, a parte gli imbarazzanti episodi di cortei su binari, scalate ai tetti e pantomime varie (restateci su tetti e binari, grazie), di appigliarsi allo status quo perché “la riforma è peggio” (argomentazione tipica che mi sento rivolgere così tout court), mi pare che la diagnosi sia certa e condivisa, ma anche che la terapia sia equivalente ad un’auto-condanna alla camera a gas, lenta ma inesorabilmente dolorosa. Quindi io costoro non li comprendo mica tanto, caro Oscar. Anzi, te li spiego io. Vedendo i privilegi dei “padri” (in questo caso, ordinari e associati, come sottolineato nel post), vogliono avere la garanzia di potervi accedere come loro, ossia senza pagare nessun dazio in termini di verifica del merito, della produttività, della capacità di aggiornarsi, etc. E questo è vero sia per chi è precario, che ancora più per i ricercatori, che non vogliono fare fatica dopo essere già entrati in un sistema da cui tanto nessuno ti schioda anche se sei totalmente improduttivo e inadeguato al ruolo. Dopodiché, se anche coloro i quali sono animati da un’ ingenua buona fede vedono problemi e difficoltà ovunque, forse non sono tagliati per questo mestiere, visto come si fa ricerca di impatto nel resto del mondo. Occorre essere ottimisti e vedere nei problemi un’opportunità, per dirla alla Churchill. Altrimenti possiamo mettere a tacere ogni mal di pancia con una bella vagonata di quattrini nel calderone, ma la nostra mentalità resterà sempre di più fuori dal mondo, nel senso che il mondo va ad un’altra velocità e secondo altri parametri:si è mai sentito un anglosassone lamentarsi della tenure track descrivendola come un precariato attraverso cui si attenta al ruolo della educazione e si offende l’intelligenza dei ricercatori, per esempio?

  2. marco tesei

    rileggere l’art.3 della costituzione, integrare con art. 40 e correggere la parte delle borse di studio!! Grazie

  3. Flavio un'altro

    6 stelline!
    Nel terzo punto lei dice di capirli…
    Nei telegiornali poi si vedono studenti che si uniscono con gli operai contro le riforme dei vecchi contratti, contratti ora insostenibili, che loro pagheranno. Sanno perchè protestare o protestano perchè è l’unica cosa che riescono a fare?
    Posso anche capire il punto di vista, ma non essere uno di loro.

  4. LucaS

    Piccolo problema: la destra di cui giustamente Lei parla non è la destra attualmente al governo e in Italia non esiste! Gli studenti non conoscono il problema cosi come lo ha spiegato lei ma pensano che serva più e non meno stato, aggravando cosi il problema come un gatto che si morde la coda.

  5. Ma alla fine degli studenti non glien’è mai importato niente a nessuno, tanto è vero che l’unica cosa che tutti i governi di destra e sinistra hanno sempre riformato è la scuola e l’università. Ma il clima di violenza in stile rivoluzione francese (o pagliacciata da carnevale) è inaccettabile in un paese civile (se lo fossimo). Bisogna prepararsi per la prossima campagna elettorale e questo è il teatrino che è già ripartito. E’ un film vecchio già visto e i modi sono sempre gli stessi. Gli studenti che protestano sono tutti schierati da una sola parte, come sempre del resto. La riforma giusta o sbagliata che sia è solo un pretesto.

  6. luca

    Vorrei sapere se qualcuno è a conoscenza se il debito pubbico è comprensivo anche dei debiti delle Regioni, Provincie e Comuni. Se la risposta è no, a quanto ammonta questo debito decentrato.

    Luca

  7. Matteo Bortolini

    Caro Giannino, smettila anche tu di scrivere che i ricercatori italiani protestano per il posto sicuro o per un nuovo ope legis. Nessuno ha chiesto promozioni automatiche. Il problema della legge Gelmini è che dà più potere proprio agli ordinari che hanno sfasciato l’università fino ad oggi. Mi stupisco che i liberali nostrani non abbiano avuto la forza di dirlo, chiaro e forte.
    Saluti
    Matteo Bortolini
    Ricercatore di sociologia, UniPd

  8. Condivido in pieno la lucida analisi della questione universitaria italiana.Bravo ancora una volta Oscar Giannino,per il suo contributo alla corretta interpretazione dei fatti.
    p.s.: mai pensato di entrare in politica?

  9. L’articolo mi piace, ma in realtà quel che condivido è solo il fatto che il disagio degli studenti è “spalleggiato” da un nervosismo più generale, e in realtà non c’è niente di ideologico dietro, se non la “consapevolezza” che il futuro può essere dato solo dal poter partecipare allo stipendificio pubblico e mungere quanto possibile il contribuente.

    Ho sentito cose raccapriccianti, che spero siano dovuto solo a incomprensione dei giornalisti, tipo “vogliamo il diritto allo studio dei fuoricorso” e le invocazioni alla Costituzione che tutela l’istruzione dei meritevoli… Dopo la durata legale secondo me non esiste alcuna meritevolezza, e l’intera popolazione universitaria non può essere fatta solo da “meritevoli”… Tutto questo è un semplice assalto alla diligenza, condotto con forme di protesta inadeguate (se mi ribloccano la stazione di SMN Novella stavolta chiamo il 113).

  10. Enrico Grisan

    Caro Oscar,
    l’analisi della situazione universitaria è abbastanza corretta, anche se in molti casi la realtà supera di gran lunga la sua descrizione.
    Il problema che i ricercatori (che non hanno gran che da difendere attualmente) hanno posto al Ministro, tentando invano di poterne discutere nei passati sei mesi, e possibilmente non in piazza, è che questa riforma non va nel verso auspicato né da lei né dal ministro, ed enunciato nell’Art. 1 della riforma. Tutt’altro.
    E’ mia personale opione che fino a quando i docenti (professori e ricercatori) e le strutture in cui lavorano non avranno qualche danno dall’operare scelte sbagliate, o viceversa fino a che non sarà chiaro il legame tra i risultati ed il loro riconoscimento, nessuna riforma funzionerà.

    Prendendo spunto dalla trasmissione che ha condotto questa mattina:
    Tenure) All’estero ci sono le tenure e probation, che danno la certezza dell’assunzione nel caso di valutazione positiva. Con la riforma abbiamo un ulterire contratto a tempo determinato (3+3), alla fine del quale non c’è alcuna certezza indipendentemente dai risultati prodotti. Il contratto si va poi ad aggiungere alle altre 17 forme di contratti precari in uso nell’università. I ricercatori chiedevano di mantenere il solo il 3+3 come unico contratto pre-ruolo, e legare il secondo trienno alla certezza di chiamata in caso di valutazione positiva (come una vera tenure-track). Già questo avrebbe ridotto il potere dei “baroni”

    Abilitazione e concorsi) L’abilitazione nazionale ridurrà gli scempi di persone senza un curriculum di minima decenza. Dipenderà però molto dai criteri che di volta in volta le commissione dei settori scientifici decideranno: già adesso i criteri minimi stabiliti dal CUN sono assai minimi. L’effettiva assunzione sarà poi effettuata tramite selezione locale, riproponendo gli stessi problemi di adesso.

    Baroni) I professori ordinari sono e rimarranno gli unici a poter avere incarichi direttivi e di governop delle strutture accademiche. Dalla legge 1/2009 sono anche gli unici che possono essere commissari dei concorsi. In pratica avranno tutto il potere decisionale e di poter stabilire chi verrà assunto e chi no.
    I loro obblighi attuali (250 ore di lezioni e servizio agli studenti), stabiliti nella legge 382/1980 erano già incrementati a 350 ore dalla Legge Moratti 230/2005.
    Resta invariato la progerssione di carriera, fatta salva il vincolo di pubblicazione di qualunque cosa nel triennio precedente.
    La struttura accademica, ripropone le fascie ed i ruoli attuali (l’attuale struttura nobiliare) che sono il vero nutrimento del nepotismo e della baronia. Da questo punto di vista la Lega aveva una proposta molto più dirompente, che però non è stata presentata in aula per ragioni di opportunità: è però tra i collegati della legge.
    I ricercatori proponevano un ruolo unico con l’inquadramento stipendiale e di responsabilità legato ad una valutazione periodica dei risultati (a salire e a scendere).

    Valutazione) Tutta la parte sulla valutazione degli atenei è delegata al governo. E’ però limitato il suo ruolo, dal momento che non più del 10% delle risorse potrà essere distribuito in base ai risultati: la differenza di budget per il miglior ateneo sarà del 2%!
    I ricercatori proponevano di valutare le strutture omogenee (dipartimenti) sui risultati della ricerca, e distribuire una parte sostanziale delle risorse in base ad essi.

    Merito) Nulla all’interno del DdL chiarisce e rende semplice e trasparente come premiare chi insegna meglio, attira più fondi e produce più risultati. La progressione di carriera e stipendiale rimane legata a scatti d’anzianità o al passaggio di ruolo. Le dinamiche interne che hanno portato alla gestione attuale di concorsi, carriere e fondi.

    Fondo per il merito) In questo dissento da lei: il Paese ha il dovere di consentire a tutti l’uguaglianza nelle opportunità, e di eliminare gli ostacoli economici all’istruzione. In un paese in cui il fondo per il diritto allo studio non riesce a coprire tutti gli aventi diritto, è fondamentale che i non abbienti ma meritevoli abbiano la precedenza sui meritevoli abbienti nell’assegnazione di borse di studio.
    La riforma istituisce un fondo per premiare i meritevoli, indipendentemente dal reddito, finanziato con beneficienza. In questo dissento da lei.
    I ricercatori chiedono un fondo coperto dallo stato ed integrato da donazioni private, sia per le borse ed i premi di studio, che per i prestiti d’onore (come nei paesi nordici).

    Indicatori delle prestazioni) Ben venga una quantificazione del costo delle prestazioni e della loro qualità, a patto che il costo stimato venga finanziato. Non è possibile ipotizzare un costo a studente di 6000 Euro/anno (media OCSE 8400, attualmente in Italia 5750 considerando solo gli studenti in corso), e poi finanziare gli atenei col 90% di tale cifra, che deve però servire per la didattica, io servizi agli studenti e la ricerca.
    I ricercatori chiedono risorse congrue che dividano la parte legata al numero di studenti (successo didattico), da quelle legate ai risultati scientifici (merito).

    Burocrazia) La riforma, come anche i decreti ministeriali per il controllo dei corso di laurea, nel tentativo di controllare come viene costruita l’offerta agli studenti impongono una serie inutile ed impressionante di vincoli. L’unico risultati è che chiunque rispetti formalmente tali vincoli ha il corso di laurea automaticamente approvato dal ministero.
    Come esempio, chi volesse consentire agli studenti di poter scegliere un numero maggiore di corsi a quanto stabilito dalle tabelle ministeriali, eliminando una obbligatorietà (uno delle merci di scambio preferite dai “baroni” per imporre la loro visibilità), lo abvrebbe impedito, indipendentemente da qualunqe valutazione di merito.

  11. Franco

    ho studiato in america per 6 anni (laurea + MBA) e poi ho tentato la disavventura dell’iscrizione all’università italiana per ottenere anche la laurea nostrana in quanto un decreto regio del 1928 non prevede l’equipollenza dei titoli presi in America. Non voglio entrare nel merito dell’odissea che ho vissuto con l’università italiana ma mi è bastato per capire che non è nemmeno possibile confrontare i due sistemi, per non parlare della qualità delle strutture e dei docenti.

    Un solo esempio: il docente americano fa SOLO quello di mestiere, la sua porta è sempre aperta e ci tiene davvero parecchio che tu vada a trovarlo per dialogare, chiedere ulteriori spiegazioni o quant’altro. Piccolo inciso: tutto ciò è possibile perchè normalmente non si accettano più di 20-25 iscritti ad ogni corso!!. Ogni corso è offerto almeno 3 volte nell’arco della giornata da almeno 2-3 professori diversi.
    Capite perchè Oscar Giannino ha perfettamente ragione quando dice:

    “Per scandire che i Paesi che spendono di più sono quelli che hanno le Università libere di pagare quanto vogliono, perché assumono i migliori che ti faranno guadagnare di più se riesci a laurearti con loro”

    .. e visti i suoi passati a Chicago ritengo di non sbagliare se alludesse anche alle Università americane.

    La’ è un altro mondo, è un mondo, piaccia o non piaccia, che funziona dove la meritocrazia (e solo quella !!) valgono per tutti, studenti e professori.

    Vedere studenti che manifestano per salvaguardare i diritti dei loro baroni è una cosa assurda, inconcepibile e spero sia solo il frutto della solita becera strumentalizzazione all’italiana. Che tristezza!!

  12. vincenzo

    durante queste giornate in cui i miei colleghi coetanei protestano su tetti e monumenti ho sviluppato una convinzione: credo sia la forma mentis dello studente italiano medio a dover cambiare.oggi coloro i quali vengono sfornati dalle università con il pezzo di carta in mano cercano certezze nel lavoro(e pure nella vita), lasciando paradossalmente ai membri più deboli e meno “qualificati” il rischio d’impresa (si pensi ad esempio a professori vs artigiani). non dovrebbe invece essere il contrario? non dovrebbe essere chi ha svolto un lungo percorso formativo a “mettersi in gioco”,fare impresa ed eventualmente creare occupazione?invece oggi vediamo ingegneri che ripiegano sull’insegnamento della matematica nei licei.per carità,ognuno ha le sue attitudini,ma non si cerchi però il “benessere” a carico dello Stato.il DDL Gelmini non mi trova pienamente d’accordo,ma se può rappresentare una frattura col vecchio sistema di cose e un nuovo inizio, ben venga.
    P.S.
    Prof. Giannino, seguo sempre il suo programma radiofonico “9 in punto.la versione di Oscar”. In merito alla questione tasse e al rapporto tra Stato e cittadini, le segnalo che nella mia città, una piccola impresa di pompe funebri ha dovuto rallentare il proprio business in quanto la ditta a cui si rivolge per alcuni lavori artigianali è temporaneamente ferma a causa di una verifica da parte delle forze dell’ordine.tale verifica nasce addirittura da una presunta non corrispondenza tra legno acquistato e segatura prodotta!!! la cosa fantastica è che la ditta in questione da la segatura ai contadini vicini, sia per risparmiare sui costi di smaltimento, sia per fare un regalo.
    VAI A FARE DEL BENE!!!!

  13. edoardo dumeri

    grande giannino, coalizzi attorno a lei altre persone di esperienza e buon senso e formi un partito al più presto, quelli in cui credevo stanno saccheggiando il paese, gli altri pur di dargli contro appoggiano i contestatori non capenti, non si intravvede una via di uscita siamo allo sbando.

  14. trebestie

    Per chiedere più borse di studio per soli risultati ottenuti, e non per i numerini dell’ISEE
    ————————————
    Questo l’ho sempre definito ‘il paradosso dei paradossi’.
    Nel paese che si vagheggia avere un tasso di infedeltà fiscale elevatissimo e un tasso di meritocrazia bassissimo le borse di studio sono legate al reddito! Mi viene da ridere per non piangere.

  15. Nicola

    Caro Giannino molto lucide ,stamani a radio 24, le sue considerazioni sulla riforma universitaria.

  16. Federico

    Enrico Grisan :

    Prendendo spunto dalla trasmissione che ha condotto questa mattina:
    Tenure) All’estero ci sono le tenure e probation, che danno la certezza dell’assunzione nel caso di valutazione positiva. Con la riforma abbiamo un ulterire contratto a tempo determinato (3+3), alla fine del quale non c’è alcuna certezza indipendentemente dai risultati prodotti. Il contratto si va poi ad aggiungere alle altre 17 forme di contratti precari in uso nell’università. I ricercatori chiedevano di mantenere il solo il 3+3 come unico contratto pre-ruolo, e legare il secondo trienno alla certezza di chiamata in caso di valutazione positiva (come una vera tenure-track). Già questo avrebbe ridotto il potere dei “baroni”
    Abilitazione e concorsi) L’abilitazione nazionale ridurrà gli scempi di persone senza un curriculum di minima decenza. Dipenderà però molto dai criteri che di volta in volta le commissione dei settori scientifici decideranno: già adesso i criteri minimi stabiliti dal CUN sono assai minimi. L’effettiva assunzione sarà poi effettuata tramite selezione locale, riproponendo gli stessi problemi di adesso.
    Baroni) I professori ordinari sono e rimarranno gli unici a poter avere incarichi direttivi e di governop delle strutture accademiche. Dalla legge 1/2009 sono anche gli unici che possono essere commissari dei concorsi. In pratica avranno tutto il potere decisionale e di poter stabilire chi verrà assunto e chi no.

    A parte che trovo ragionevoli alcuni punti di questo intervento, voglio però dire, tanto per rimarcare l’importanza del tema del cambio della mentalità, che chi ha fifa dopo 3 anni di non avere una conferma definitiva può gentilmente farsi da parte. Siamo in tanti a non aspettare altro, più giovani di altri che solo per anzianità verranno fatti ricercatori TD. P.S.:mi pare che la legge indichi chiaramente che gli associati possono diventare direttori di dipartimento, cosa che prima non era possibile.

  17. Luca

    @Franco

    Ribadisco quanto scritto da Giannino, e rimarcato da Franco:

    “Per scandire che i Paesi che spendono di più sono quelli che hanno le Università libere di pagare quanto vogliono, perché assumono i migliori che ti faranno guadagnare di più se riesci a laurearti con loro”.

    Molto di ciò che scrive sopra Enrico Grisan è secondo me accurato.

    Perfettamente d’accordo!

    Dovreste però dare una letta al DDL 1905, e spiegarmi DOVE starebbe scritto che questa riforma va in questa direzione.

    Riguardo poi a questo punto:

    “Vedere studenti che manifestano per salvaguardare i diritti dei loro baroni è una cosa assurda”

    ripeto ancora: leggete il DDL e, se avrete la pazienza di capire cosa produrrà, capirete anche il motivo perché i cosiddetti baroni (ovvero parte dei professori ordinari) se ne stanno zitti zitti, e sui tetti non ci salgono. Quel poco che potrebbe cambiare questo DDL, lo farà a FAVORE dei cosiddetti baroni.

  18. Anch’io ho letto qualche spunto interessante ed altri però con le solite imprecisioni, per le quali rimando ai due commenti di Bortolini e Grisan.
    Ci aggiungo una questione, in sintesi ed in parole poverissime.

    Benissimo vengano le valutazioni, ma i criteri di minima che sono stati proposti io (come tanti) li passo ampiamente, chiederei piuttosto di essere motivato e messo in grado di continuare (o riprendere, visto che le vacche magre durano da un po’) a fare quel che già faccio oltre al minimo, cioè fondi di ricerca e seppur vaghe possibilità di carriera.
    I soldi che mancano, per quel che mi riguarda, sono prima di tutto quelli destinati alla ricerca. Il PRIN (che è quasi l’unico fondo di ricerca ministeriale) distribuisce, con due anni di ritardo visto che stiamo aspettando i risultati della valutazione relativa ai fondi del 2009, quelli che di fatto sono solo spiccioli. Senza fondi di ricerca non si fa ricerca, non sono soldi genericamente dati ai soliti baroni per le loro solite cose ecc ecc ecc. Ci sono altre fonti (UE), ma per alcune spese è necessario che esistano anche altri finanziamenti, perché per esempio le attrezzature vengono coperte solo come ammortamento per la durata del progetto.
    Queste gravi carenze degli ultimi anni le pagheremo pesantemente nelle classifiche delle migliori università per gli anni a venire, dove già latitiamo, e sarà sempre peggio: non basta una riforma sui generis, servono soldi.
    Cioè non basta togliere parte dei tagli, bisogna investire. Non ce la facciamo? Potrei capire la difficoltà, ma intanto ce la facciamo a mantenere in piedi il baraccone ben più inutile delle province, che gli stessi greci sono riusciti a smantellare grazie alla crisi. Cosa sono se non feudi dell’equivalente politico dei baroni?

  19. Enrico Grisan

    Federico :

    Enrico Grisan :
    Prendendo spunto dalla trasmissione che ha condotto questa mattina:
    Tenure) All’estero ci sono le tenure e probation, che danno la certezza dell’assunzione nel caso di valutazione positiva. Con la riforma abbiamo un ulterire contratto a tempo determinato (3+3), alla fine del quale non c’è alcuna certezza indipendentemente dai risultati prodotti. Il contratto si va poi ad aggiungere alle altre 17 forme di contratti precari in uso nell’università. I ricercatori chiedevano di mantenere il solo il 3+3 come unico contratto pre-ruolo, e legare il secondo trienno alla certezza di chiamata in caso di valutazione positiva (come una vera tenure-track). Già questo avrebbe ridotto il potere dei “baroni”
    Abilitazione e concorsi) L’abilitazione nazionale ridurrà gli scempi di persone senza un curriculum di minima decenza. Dipenderà però molto dai criteri che di volta in volta le commissione dei settori scientifici decideranno: già adesso i criteri minimi stabiliti dal CUN sono assai minimi. L’effettiva assunzione sarà poi effettuata tramite selezione locale, riproponendo gli stessi problemi di adesso.
    Baroni) I professori ordinari sono e rimarranno gli unici a poter avere incarichi direttivi e di governop delle strutture accademiche. Dalla legge 1/2009 sono anche gli unici che possono essere commissari dei concorsi. In pratica avranno tutto il potere decisionale e di poter stabilire chi verrà assunto e chi no.

    A parte che trovo ragionevoli alcuni punti di questo intervento, voglio però dire, tanto per rimarcare l’importanza del tema del cambio della mentalità, che chi ha fifa dopo 3 anni di non avere una conferma definitiva può gentilmente farsi da parte. Siamo in tanti a non aspettare altro, più giovani di altri che solo per anzianità verranno fatti ricercatori TD. P.S.:mi pare che la legge indichi chiaramente che gli associati possono diventare direttori di dipartimento, cosa che prima non era possibile.

    Caro Federico,
    non si tratta di avere fifa, ma di dire chiaramente le cose come stanno. Quando si deve valutare se restare in Italia o andare all’estero, bisogna valutare le prospettive. In USA se si entra in tenure track, si è certi della tenure in caso di valutazione positiva, e di poter ambire a posizioni analoghe in università meno prestigiose. con la riforma, indipendentemente dalla valutazione e dai risultati, non è necessario essere assunti, e se non si viene assunti entro 10 anni dal dottorato non si può avere alcun rapporto con altri atenei italiani.

  20. Enrico Grisan

    @Franco

    Franco :
    ho studiato in america per 6 anni (laurea + MBA) e poi ho tentato la disavventura dell’iscrizione all’università italiana per ottenere anche la laurea nostrana in quanto un decreto regio del 1928 non prevede l’equipollenza dei titoli presi in America. Non voglio entrare nel merito dell’odissea che ho vissuto con l’università italiana ma mi è bastato per capire che non è nemmeno possibile confrontare i due sistemi, per non parlare della qualità delle strutture e dei docenti.
    Un solo esempio: il docente americano fa SOLO quello di mestiere, la sua porta è sempre aperta e ci tiene davvero parecchio che tu vada a trovarlo per dialogare, chiedere ulteriori spiegazioni o quant’altro. Piccolo inciso: tutto ciò è possibile perchè normalmente non si accettano più di 20-25 iscritti ad ogni corso!!. Ogni corso è offerto almeno 3 volte nell’arco della giornata da almeno 2-3 professori diversi.
    Capite perchè Oscar Giannino ha perfettamente ragione quando dice:
    “Per scandire che i Paesi che spendono di più sono quelli che hanno le Università libere di pagare quanto vogliono, perché assumono i migliori che ti faranno guadagnare di più se riesci a laurearti con loro”
    .. e visti i suoi passati a Chicago ritengo di non sbagliare se alludesse anche alle Università americane.
    La’ è un altro mondo, è un mondo, piaccia o non piaccia, che funziona dove la meritocrazia (e solo quella !!) valgono per tutti, studenti e professori.
    Vedere studenti che manifestano per salvaguardare i diritti dei loro baroni è una cosa assurda, inconcepibile e spero sia solo il frutto della solita becera strumentalizzazione all’italiana. Che tristezza!!

    Purtroppo la riforma non fa nulla per legare il merito (i risultati della didattica e della ricerca) alla carriera od al finanziamento degli atenei.
    E’, purtroppo, una riforma che rimescola solo le carte, dando ancor più potere ai baroni, che, guarda caso, sono coloro che non protestano, che chiedono una rapida approvazione della riforma, che la difendono dagli editoriali…

  21. Federico

    @Enrico:

    ok, ripeto, parte delle valutazioni che hai fatto sono condivisibili, ma gran parte dei protestatari non mettono le cose in questi termini. Anzi, fanno intendere che questa forma di precarietà sia inaccettabile, non dimostrando di voler propugnare dei criteri di valutazione. In Italia nessuno mai ti dirà quanti fondi sono disponibili tra sei anni.

    Dopodichè, e qua dovrei non quotare ma straquotare Franco, se il sistema americano funziona qualche ragione c’è. Sì è vero si pagano decine di migliaia di $ all’anno, ma:
    a) le strutture ce le sogniamo (es. aule informatizzate e numero di computer a disposizione di ogni studente
    b) numero di alunni per classe, ce lo sogniamo
    c) numero di borse di studio per meno abbienti, ce le sogniamo ma alla grandissima…ad Harvard chi può paga 50mila $ all’anno, ma chi è bravo e non ha possibilità ha borse di studio che vengono finanziate anche proprio da quelli che pagano tanto.

    In conclusione, se chi protesta sputa un po’ a vanvera slogan pseudo-egualitaristi secondo cui la riforma è un attacco al sistema pubblico, perchè l’istruzione è di tutti, o secondo cui è criminale liberalizzare le rette, non ha capito un tubo. E ben gli sta se nessuno è in grado di garantirgli quanti soldi ci saranno fra 6 anni.

  22. Federico

    Vincenzo Della Mea :
    Anch’io ho letto qualche spunto interessante ed altri però con le solite imprecisioni, per le quali rimando ai due commenti di Bortolini e Grisan.
    Ci aggiungo una questione, in sintesi ed in parole poverissime.
    Benissimo vengano le valutazioni, ma i criteri di minima che sono stati proposti io (come tanti) li passo ampiamente, chiederei piuttosto di essere motivato e messo in grado di continuare (o riprendere, visto che le vacche magre durano da un po’) a fare quel che già faccio oltre al minimo, cioè fondi di ricerca e seppur vaghe possibilità di carriera.
    I soldi che mancano, per quel che mi riguarda, sono prima di tutto quelli destinati alla ricerca. Il PRIN (che è quasi l’unico fondo di ricerca ministeriale) distribuisce, con due anni di ritardo visto che stiamo aspettando i risultati della valutazione relativa ai fondi del 2009, quelli che di fatto sono solo spiccioli. Senza fondi di ricerca non si fa ricerca, non sono soldi genericamente dati ai soliti baroni per le loro solite cose ecc ecc ecc. Ci sono altre fonti (UE), ma per alcune spese è necessario che esistano anche altri finanziamenti, perché per esempio le attrezzature vengono coperte solo come ammortamento per la durata del progetto.
    Queste gravi carenze degli ultimi anni le pagheremo pesantemente nelle classifiche delle migliori università per gli anni a venire, dove già latitiamo, e sarà sempre peggio: non basta una riforma sui generis, servono soldi.
    Cioè non basta togliere parte dei tagli, bisogna investire. Non ce la facciamo? Potrei capire la difficoltà, ma intanto ce la facciamo a mantenere in piedi il baraccone ben più inutile delle province, che gli stessi greci sono riusciti a smantellare grazie alla crisi. Cosa sono se non feudi dell’equivalente politico dei baroni?

    Caro Vincenzo, concordo nella sostanza, con qualche ma più che mai necessario:
    1) il PRIN fa ridere, ma quanti soldi i paesi UE, incluso quindi anche il nostro, destinano ai progetti europei? Una marea. C’è più competizione? Sì, ma la ricerca è fatta per competere nell’innovare. Il punto è dare a chi, come te e me, ha motivazioni vere. Purtroppo la gran parte di chi oggi manifesta vorrebbe soldi a pioggia per fare nè più nè meno come i “baroni”. Detto questo, non vedo grossa differenza fra ricevere soldi dalla UE o dal ns governo.
    2) Il FIRB è stata forse una cattiva idea? Forse è andato a sostegno dei baroni? Per la prima volta sono stati premiati dei giovani, con quantità di denaro discrete e per favorirne l’autonomia dai più vecchi. Non sempre è vero che non si investe o si investe male.
    3) Chiudo: tu hai detto una sacrosanta verità, ossia mancano i soldi della e per la ricerca. Purtroppo dai tetti si è solo capito che in primis non devono venire a mancare le garanzie che gli atenei continuino ad essere stipendifici. Un bel modo di accattivarsi parte dell’opinione pubblica, un eccellente modo che mi fa dire che mai mi accomunerò a costoro. Chi invece si sente attaccato in quanto membro della comunità accademica e fa tutt’uno con loro, non si lamenti se poi dall’esterno è percepito o additato come alleato dei baroni o corporativista.

  23. Michele Tenzon

    Carissimo Dott. Giannino e lettori

    Scrivo di ritorno da una giornata memorabile. Oggi la Facoltà di Architettura di Ferrara (FAF) protesta. Dalle finestre dell’aula magna sventola la scritta “FAF OCCUPATA”, su uno striscione a sfondo rosso (eh no dai… nonn siate maliziosi, il colore è solo una scelta estetica!). Questa mattina, entrato in facoltà, apro una porta che dà su un corridoio e che generalmente rimane aperta, dietro la porta c’è uno con una sigaretta in bocca che mi guarda e in un attimo richiude. Un po’ incazzato riapro la porta, gli dico di stare tranquillo e che non si deve permettere di sbattermi la porta in faccia, ma non faccio in tempo perché senza dire niente quello l’ha già richiusa. Dopo averlo madndato, diciamo così, a quel paese realizzo che quell’ala della facoltà è “occupata”, lo resterà fino a sabato, e quindi è vietato l’accesso.

    Con grande rammarico ci si è accorti che l’edificio ha una copertura a falde inclinate e quindi è stato impossibile salire sul tetto, peccato, ci si poteva studiare so0pra qualche ospitata prestigiosa e invece non se ne è potuto far niente. Va precisato che si è trattato di una protesta civilissima e che non ha impedito lo svolgimento (quasi) regolare delle lezioni; i miei colleghi si sono limitati a dormire sui banchi da disegno e a scrivere qualche striscione, che adesso fodera qua e là l’edificio. Il mio preferito comunque resta sempre il classicissimo: “Noi la crisi non la paghiamo” che adesso pende nel vano scale. Devo dire che questo slogan mi ha sempre commosso fin dalla prima volta che l’ho visto perché mi son sempre chiesto chi secondo loro dovrebbe pagarla ‘sta crisi (una mezza idea su quale sia la loro opinione ce l’ho, e credo l’abbia anche il Dott. Giannino, ha a che fare con saracinesche che si aprono tutte le mattine e con “efferate” evasioni fiscali).

    Il Rettore, con grande moderazione e intelligenza, pur appoggiando la protesta, ha invitato tutti a non esagerare e con grande onestà ha ammesso finalmente ciò che a tutti (?) è sempre stato palese: i ricercatori vogliono il contratto a tempo indeterminato, punto. Per una frazione di secondo ho pensato che scherzasse, ma per fortuna mi sono reso conto subito che ero io che vivevo in un altro mondo e in altra economia, la loro posizione è ineccepibile, ci mancherebbe …

    Devo dire che questa mattina ero incazzato nero, adesso mi viene da ridere, e n on credo sia un bel segno. Semplicemente sono deluso, deluso dai miei compagni, e da molti insegnanti, anche ricercatori, perché di molti di loro ho grande stima, personale e professionale, e non voglio essere costretto a cambiare opinione.

    E intannto il contatore (alto a destra) gira, gira, tic tac tic tac… quando arriviamo a 2.000 la facciamo una festina vero?

    Uno studente, ottimista anche se non lo dà a vedere.

  24. william travaglia

    detesto gli studenti unversitari, detesto chi come obbiettivo di vita ha quello di allattarsi alla tetta dello stato italiano,,,, universita’ e ricerca devono solo formare al lavoro sia esso pubblico o privato indistintamente. secondo me è giusto che debbano passare per le forche caudine del precariato prima di avere contratti a tempo indeterminato i quali per molti versi sono sinonimo di appagamento e scarsa produzione…. cercasi disossatore di prosciutti retribuzione lorda mensile 4500 euro…. meditate gente meditate

  25. stefano

    Salve… non so da voi, ma da me si inizia ad indagare il problema attraverso un processo di analisi e slegando una contraddizione e poi un’altra si giunge sino alla contraddizione madre, alla contraddizione vivente, il capitale… poi si risale e si rilegge la realtà con queste categorie, e allora la si interpreta e si acquisisce coscienza. Ovviamente acquisire coscienza significa poter cogliere certe tendenze, e può voler dire cercare di forzarle, magari portare il tutto alla rottura… e voi, che pur alienati vi sentite abitanti di vite di lusso ne avreste gran dispiacere se il giocattolo si rompe… altri ne avrebbero assai meno da perdere forse, e questo spaventa… Ma suvvia, gettate la vostra vile ansia piccolo borghese e provate a guardare la realtà di qui in basso, da gente che per stare in alto è costretta a dormire sui tetti… O si apre una fase di profonda riflessione filosofica culturale sulla caduta del modello occidentale (economico-capitalismo, politico-democrazia liberale, culturale-familismo e patriarcato etc..) oppure i termini di scontri sono destinati a crescere e allora non è detto che si possa mediare, né che necessariamente si possa rimettere assieme una strategia della tensione in un mondo in cui manca una potenza egemone a livello internazionale… Sarebbe bene tenere alla mente che gli uomini prima di morir di fame, se possono, muoiono lottando… e si il futuro chiama fame il presente risponderà lotta… e questo, per tornare al tema in discussione, riguarda le università, come le fabbriche, come quel popolo di partite iva o artigiani che sarebbero comunque impensabile senza una struttura produttiva di dimensioni maggiori a monte…
    Ora a parte tutte le mistificazioni sull’articolo x dell’emendamento y, il fatto che questa crisi come tutte le altre precedenti crisi capitalistiche siano fatte scontare ai lavoratori e in generale a chi non dispone di una certa ricchezza è un fatto tanto innegabile quanto foriero di conseguenze… non a brevissimo termine, intendo, perché sia nelle università che nei luoghi di lavoro si è in realtà appena toccato il fondo… ma con lo scossone molti iniziano a pensarla diversamente su molte cose e questo forma una coscienza diversa, specie nei giovani…

  26. Michele Tenzon

    @ stefano

    Mi permetto di citarla per dire il contrario diquello che lei pensa

    “sia nelle università che nei luoghi di lavoro si è in realtà appena toccato il fondo… ma con lo scossone molti iniziano a pensarla diversamente su molte cose e questo forma una coscienza diversa, specie nei giovani…”

    Di fatto, aver radicalizzato lo scontro ha ottenuto due risultati a mio avviso non sottovalutabili. Il primo, e più ovvio, è che ha costretto molti a farsi un’opinione, obiettiva o meno, positiva o negativa, ma comunque in qualche misura informata. Il secondo è che le proteste più radicali, anche se pacifiche, hanno creato una specie di imbuto, una strettoia. Il fronte prima compatto del dissenso diffuso, si ritrova scisso tra i dissidenti di professione (quelli che non se ne perdono una per intenderci) e quelli che per motivi di ragionevolezza non possono appoggiare certe iniziative, e ne prendono le distanze. Contemporaneamente quest’ultimi si ritrovano ad interrogarsi se siano poi così infondate le obiezioni di chi invoca, con altrettanta decisione, un confronto più serio tra il mondo dell’università e il mondo del lavoro. Chi oggi protesta, si troverà prima o poi a doversi confrontare seriamente con il rischio d’impresa, quello vero, quello senza salvagente, insomma quello che non si studia a scuola, si vive e basta. Probabilmente avremo modo di riflettere.

  27. Federico :
    Caro Vincenzo, concordo nella sostanza, con qualche ma più che mai necessario:
    1) il PRIN fa ridere, ma quanti soldi i paesi UE, incluso quindi anche il nostro, destinano ai progetti europei? Una marea. C’è più competizione? Sì, ma la ricerca è fatta per competere nell’innovare. Il punto è dare a chi, come te e me, ha motivazioni vere. Purtroppo la gran parte di chi oggi manifesta vorrebbe soldi a pioggia per fare nè più nè meno come i “baroni”. Detto questo, non vedo grossa differenza fra ricevere soldi dalla UE o dal ns governo.

    Io vedo una differenza politica oltre che pratica. L’università attuale è finanziata essenzialmente come ente di formazione, trascurando quasi totalmente l’aspetto di ricerca, che però è quello su cui veniamo o dovremmo venire valutati. Questo fa parte della semplicità con cui ragiona il decisore politico: è facile capire cosa fa un ente di formazione, è difficile capire cosa fa un ente di ricerca (facciamo fatica noi a spiegare…). Quindi meglio non pensarci, perché bisognerebbe giustificare spese per cose che non si capiscono e che quindi gli elettori potrebbero non capire (la vicenda dell’asino dell’Amiata mi pare esemplare). Ieri qua a Udine Boncinelli è stato bravo a spiegare cosa vuol dire fare ricerca, sarebbe un discorso da diffondere.
    I soldi che l’Italia versa alla UE per la ricerca sono visti come tassa, non come investimento nella ricerca; il concetto di tassa è molto più comprensibile dal politico come spesa irragionevole che si è costretti a fare.

    Ah, secondo me non è vero che la gran parte dei manifestanti vorrebbe finanziamenti a pioggia; alcuni aspetti della riforma piacciono a molti. Non conosco nessuno realmente contrario alla valutazione, anche se giustamente ci sono delle perplessità sul come (ma meglio che niente). Penso che pochi siano contrari alla norma anti-parentopoli, ed i contrari lo saranno semplicemente per il fatto che è aggirabilissima. Poi che nella comunicazione della protesta, da una parte e dall’altra, si spinga sugli aspetti più ovvi, fa parte della semplificazione.

  28. Giorgio

    Caro Giannino,
    commentare usando vecchie categorie a priori, senza approfondire quale sia veramente la realtà di oggi ma proiettando la propria immagine mentale della stessa, può tirarsi dietro il plauso di chi *vuole* conferme gratificanti di quell’illusione ma non aiuta né a fare informazione né ad approfondire.

    Lei scrive:
    “Come e perché gli studenti facciano causa comune con chi nell’Università insegna e chiede ancor più che in passato risorse da destinare solo a chi lavora negli Atenei, invece che destinate alla qualità dell’offerta formativa per chi l’Università la frequenta, questo per me è contraddizione e mistero.”

    E lo resterà per sempre se non si rende conto che le risorse che sono state tagliate riguardano *tutto*, inclusa la qualità dell’offerta formativa. O pensa, come il Ministro e come i precedenti governi di dx o di sx, che tutto, qualità inclusa si possa ottenere “a costo zero” ? I soldi che il Ministro sbandiera di aver trovato NON coprono i tagli precedentemente programmati. La crisi c’è. Ma non si supera con tagli a pioggia. Per le aziende, si individua *dove* tagliare e contemporaneamente si reperiscono risorse per un nuovo piano industriale. Perché per l’Università no ?

    “…mandassero a quel Paese le richieste dei ricercatori per un posto sicuro, ”

    Glielo hanno già ricordato: i Ricercatori sono personale di ruolo. NON sono precari. Protestano per una situazione nata nel 1980 con la riforma dell’Università con tre fasce in cui la terza (i ricercatori) è rimasta in un limbo di non regolamentazione dello stato giuridico per 30 anni. Chiedere di dare dignità al proprio lavoro, specie se socialmente utile, come insegnare in corsi universitari, mi sembra una richiesta condivisibile da chiunque. Altro che “mandare al diavolo”.

    ” Dopo aver incassato in Parlamento, dove sono lobby fortissima, belle smussate alla Gelmini in versione originaria che tagliava qualche artiglio ai baroni, hanno aizzato gli studenti alla protesta nel nome dell’autonomia universitaria, com’è accaduto a Firenze. Pessimo paradosso, per i giovani sui monumenti, fare il gioco di coloro grazie ai quali l’Università che frequentano non premia il merito.”

    La “lobby fortissima in Parlamento” fa parte delle categorie del passato. Era vero 4 o 5 parlamenti fa. Oggi, alla Camera figurano solo 46 “docenti universitari” e, se si va a vedere quali sono i professori e ricercatori in servizio a tempo indeterminato (tirando via pensionati e docenti a contratto) ne restano una ventina. Non mi sembrano in grado di esercitare grande potere di lobby. Anche perché basta leggere i resoconti parlamentari per rendersi conto che le decisioni sull’Università non si prendono più in Parlamento.
    Si prendono invece nei vari think-tank della maggioranza, nei tavoli ministeriali (dove però si arriva su invito del Ministro). Lì i veri baroni sono forti. Anche quelli che rppresentano le università private.

    Il dato di fatto da cui occorerebbe partire è che ai veri baroni (che non sono tutti gli ordinari e ancor meno gli associati come categorie) la riforma sta bene. Vedi posizione della CRUI fino a pochi giorni fa. Vedi appello “contro la demagogia”, sponsorizzato dalla fondazione Magna Carta il cui presidente è il Sen. Quagliariello e tra i cui soci fondatori brilla Mediaset S.p.A.

    Interrogarsi sul perché di questi intrecci di interessi, questo sì che permetterebbe di capire meglio cosa succede oggi nelle università italiane.

  29. Mi domando, con tutti questi Ricercatori, a tempo determinato e non, che salgono sui tetti italiani, dove sono i risultati di tanta Ricerca? Non sara’ che questi cosi’ detti Ricercatori svolgono per la maggior parte attivita’ didattica in supporto o meglio in sostituzione dei professori ordinari, cioe’ fanno quello che ai miei tempi facevano gli Assistenti? Suvvia chiamiamo le cose con il proprio nome.
    Ai miei tempi gli studenti, seppur anche allora strumentalizzati, manifestavano invocando riforme, oggi manifestano per bloccare le riforme, che tristezza.
    ” Se Gesu’ fosse Tremonti…” sul blog:
    http://www.segesufossetremonti.blogspot.com
    Anton

  30. Francesco

    Complimenti Oscar, sei un grande.
    Ho divorato in particolare il terzo punto, esaltante. Poca gente scrive cose così lucide, colte e profonde in Italia.

  31. adriano

    Qualsiasi attività pubblica è funzionale a se stessa.Le risorse servono a chi vi lavora e le finalità istituzionali hanno importanza marginale e secondaria.Strutture inefficienti e svincolate da qualsiasi valutazione,sono comode.Garantiscono vita serena ai soci,rendite slegate da odiosi rendimenti,lavoro assimilabile ad un gratificante passatempo.Non è vero che non può funzionare.Funziona da 65 anni.Vivere il socialismo in un sistema capitalistico,è la soluzione migliore per una vita tranquilla.C’è chi la mucca la può può mungere ed chi può solo succhiarne le corna.

  32. Luca

    Grande Oscar, condivido in pieno. Ma come lottare contro queste corporazioni e queste rendite di posizione?!

  33. marea

    Io penso che la paura più grande dei ragazzi sia che gli possano alzare le tasse, ma non il fatto di combattere gli sprechi nelle Università.Probabilmente se fossero sicuri che le tasse universitaria non verranno toccate molti accetterebbero la riforma.
    Per il fatto della possibile crisi di Governo penso che se ci sarà crisi, bisognerà andare ad elezioni, io sono contrario ad un Governo che non ha ricevuto il mandato degli elettori, sono assolutamente contrario, non bisogna prenderci la mano con i Governi senza voti dei cittadini.

  34. Massimo Peruzzo

    @marea
    Mi spiace non essere in accordo con te. Io penso che sia INDISPENSABILE alzare le tasse universitarie, ma non di qualche punto punto percentuale, ma almeno del doppio (e anche più). prima di insultarmi, voglio chiarire le mie opinioni. Io mi sono laureato in chimica a Padova una decina di anni fa. all’epoca le tasse massime erano dell’ordine di 1500 €/anno, ribadisco che erano le tasse massime. Ma pensiamo davvero che con 1500 € l’università sia in grado di fornire allo studente attrezzature di primo ordine su cui formarsi? E siamo ancora convinti che lo Stato abbia le possibilità/volontà di metterci di tasca propria migliaia di euro l’anno a studente? allora, alzando notevolmente le rette, i vari atenei avrebbero la possibilità di investire sulla qualità dell’offerta formativa, avrebbero la possibilità (e l’obbligo morale) di chiamare i migliori docenti che si possono trovare sulla piazza (non importa che siano di provenienza universitaria o aziendale), insomma, potrebbero costruire un modello formativo per cui anche dall’estero verrebbero a studiare in Italia. Lo Stato, dovrebbe fare la sua parte facendosi da garante, nei confronti delle banche, per i prestiti d’Onore per gli studenti meno fortunati economicamente. con rette più alte, ci sarebbero maggiori possibilità per borse di studio per i meritevoli (togliendo l’assurdità dell’indice ISEE).
    altra cosa che mi preme dire. Io sono contrario a fare un contratto a tempo indeterminato ai ricercatori. Per come la vedo io, i ricercatori devono fare ricerca fino ad una età relativamente bassa (40 anni al massimo), poi devono “cambiare aria” lasciando il posto a persone più giovani e “brillanti”. Se vogliono possono parteciapre ai concorsi per diventare docenti, ma devono avere le stesse possibilità che ha un laureato proveniente dal mondo delle Aziende. Questo non vuol dire sabotare la ricerca, anzi, vuol dire fornire alla ricerca sempre menti fresche e dinamiche. i ricercatori in “scadenza” possono benissimo avviare degli spin off, delle start up o semplicemente cercare di entrare nel mondo del lavoro, in fin dei conti, dovrebbero avere una preparazione “superiore” che dovrebbe fare gola alle aziende….. Sbaglio?

  35. marea

    @Massimo Peruzzo
    bene, l’ importante è essere chiari e dire le cose giuste.
    Allora, pur essendo io molto liberale, se l’ obiettivo è quello di alzare le tasse, io sono contro la riforma e contro qualsiasi formazione politica che sostiene di alzare le tasse.
    Ti dico una cosa, il mondo gira, oggi si è ricchi,domani poveri, ricordalo sempre.

  36. marea

    Io invece sono per la ricerca al servizio delle aziende e per eliminare i ricercatori che non meritano di fare ricerca, rette giuste per gli studenti, diminuzione dei corsi di laurea, informatizzazione delle Università per ridurre i costi di gestione, riduzione delle sedi universitarie, ricerca fatta anche nelle aziende e finanziata anche dal pubblico,riduzione degli esami per ottenere la laurea,creazione di un sistema formativo alternativo alle Università alla tedesca,ricercatori nelle Università solo fin quando fanno ricerca, apertura all’ insegnamento anche per professionisti esterni, valutazione di quello che viene fatto nelle Università.Quello che dici sull’ aumento delle tasse degli studenti a cui io mi opporrò in qualsiasi modo potrò fare, comunque significherebbe che lo Stato non dovrebbe mettere nemmeno un euro, nemmeno uno.

  37. Livia

    una sola osservazione, ma emblematica della conoscenza di Giannini sull’università,la riforma e la protesta in atto alla riforma. Come la maggior parte degli italiani (non informati e, dunque, ignoranza non accettabile per un giornalista che, per di più, scrive sull’argomento), Giannini non distingue tra due ‘entità’ ben distinte del corpo docente universitario: associati e ordinari. Si informi su quali sono i ruoli, le competenze e le retribuzioni degli uni e degli altri e come il divario si allarghi e si approfondisca, a voragine, con l’approvanda riforma (anche se qualcosa in questa direzione la Gelmini ha già fatto e messo in atto).
    Si informi, Giannini, sulle proteste e le iniziative degli associati: capirà la superficialità e l’iadeguatezza del suo intervento.
    Quando si dice delle preclusioni ideologiche!

  38. Gianni

    Come tutte le cose italiane l’università è mal regolata, ma questa riforma non mira a risolvere alcuno dei problemi che esistono.
    Questo articolo è un raccolta di chiacchiere, una mera esternazione di fantasie.
    DOVE SONO I RIFERIMENTI AGLI ARTICOLI DEL DECRETO CHE NE SPIEGHINO L’EFFETTIVA EFFICACIA?
    Non ci sono, perchè il decreto è efficace solo nel rafforzare il potere dei professori ordinare e nel rendere precari i ricercatori che, a dispetto dei colleghi di altri paesi, continueranno a guadagnare 4 soldi…

  39. Caro Oscar… concordo con molte delle cose che hai scritto in questo pezzo, e colgo l’occasione per dirti che lo slogan che ti ho sentito ribadire alla radio, che grosso modo faceva così “MENO GARANZIE E PIù OPPORTUNITà” mi trova pienamente d’accordo.
    Questo paese è sempre di più conservatore, e nessuno di quelli hanno MOLTO vuole togliersi niente per dare pezzi dei loro Diritti/privilegi a chi non ne ha, in questo caso le giovani generazioni.
    Io ho frequentato l’università da Adulto e vedere (nel mio caso Architettura di Firenze) come molti dei professori usino l’ateneo fa venire voglio di cacciarli via su due piedi.
    Non presentano a lezione e non danno giustificazione, tengono il telefono accesso, non producono le dispense, mariti che hanno come assistente la moglie o la fidanzata, il figlio o il fratello.. Hanno la cattedra di disegno CAD e non sanno usare il CAD, hanno la cattedra di MODA e Design e non hanno mai lavorato o studiato MODA… Per non parlare delle idee e dei lavori che ho visto sfruttare per non dire rubare in una facoltà che si occupa di design quindi di idee… Poi la cosa più clamorosa è che la maggior parte degli studenti fanno i 3 mesi di Satage negli studi dei docenti….
    Sicuramente non ti ho detto niente di nuovo, da quello che scrivi e quello che dici di queste storie ne saprai a migliaia…
    concludendo: Credo proprio che i giovani universitari dovrebbero indirizzare le loro proteste per la risoluzione delle problematiche sopra citate, altrimenti rischiano di aiutare quelli che hanno e di conseguenza continueranno a puppare il loro sangue e il loro futuro. a meno che non siano i figli di MI MANDA PICONE.

  40. Manlio Fadda

    E’ la tecnica sempre applicata. Si dipinge un quadro ben costruito dell’idea che si vuole far passare, si fanno un po’ di affermazioni apodittiche che seppure non abbiano nessun elemento a sostanziarle si appellano a qualche stereotipo abilmente costruito reiterando considerazioni sino a farle passare per vere, una spolveratina a qualche pessimo evento reale presentandolo come la norma, si ammicca un po’ per coprire l’inganno. Voilà, il gioco è fatto. Se detieni gran parte dei media o riesci a monopolizzarli in qualche modo (strana una par condicio dove i direttori delle testate del premier sono sempre al centro dei talk show). Talora si utilizzano presunti esperti indipendenti (!) o maitre a penser interessati per tentare di corroborare la miscela. Resta solo da attribuire una malevola volontà (corporativismo, antiberlusconismo, estremismo, comunismo, a scelta) da parte dei presunti evocatori della protesta ed una notevole ingenuità, candore o vera e propria stupidità da parte di chi si mobilita e il prodotto è completo. No dimenticavo che bisogna correttamente individuare i mandanti politici che ovviamente vanno dagli avversari agli ex alleati. In tutto questo Giannino rientra nella categoria degli opinion maker sicuramente di destra, per carità, che calibra i suoi interventi, non può apparire tutti i giorni come Belpietro o Porro o Sallustri, ma che deve apparire un intellettuale indipendente. Salvo poi, naturalmente, essere un altro tassello della manovra. Certo è in grado di preparare piatti più elaborati del Ministro Gelmini che fa comunicati stampa molto rozzi (come è adesso l’università: brutta, sporca, cattiva – come sarà dopo la riforma: bella, linda, meravigliosa). L’unica domanda è se Gianninio sia inconsapevole del suo ruolo. No ! Ci fa. A proposito sia chiaro che sono un professore universitario, e non ci faccio.

  41. marea

    Aumentare le tasse universitarie agli studenti significa avere meno laureati e questo soffoca l’ economia del Paese.Tanti più laureati si hanno tanto più aumenta il loro tenore di vita, aumentano i consumi interni, aumenta la competitività delle aziende, aumenta il pil, aumenta la ricchezza del Paese.La riforma che avrei voluto non era per penalizzare i ragazzi, ma ridurre gli sprechi e le storture degli ambienti universitari.

  42. carlo panzeri

    Caro Giannino,ho avuto modo di leggere questo sabato ,su di un quotidiano economico,che in caso di DISASTRO dei sistemi monetari l’oro potrebbe volare a 8ooo dollari l’oncia.Dio non voglia ma mi chiedo sara’ questa l’unica possibilita’ per l’ITALIA di poter ripagare almeno in parte il suo debito pubblico?Devo tener da parte il ponte che ho da poco sostituito e l’anello di matrimonio (tanto mi sono appena separato)? Intanto le rinnovo la mia esgerata stima e l’invito per un caffe, al bar “EL BEVERIN” dove ho avuto l’onore di fare la Sua conoscenza.Scherzi a parte Mi dia quallche consiglio su come investire in questo macello

  43. Adalberto

    Caro Giannino, La riforma universitaria è un pretesto, sì è vero è criticabile ma non è questo il punto, gli studenti in Italia così come negli altri paesi europei, sono molto preoccupati per il loro futuro. Lei sa meglio di me che le nostre aziende continueranno a lasciare il nostro paese e più in generale l’Europa per poter lucrare altrove. Ormai da molti, troppi anni le produzioni approfittano di nazioni con regimi autoritari che non garantiscono i lavoratori nè l’ambiente e che non fanno fluttuare le loro valute. Perchè l’occidente non attua misure protezionistiche, a che ci serve tutto quel ciarpame che arriva dall’oriente? e perchè ad un call center dovrebbe rispondermi un bengalese con l’accento piemontese? Forse ci sfugge che comprare un oggetto fatto all’estero impoverisce il nostro paese e arricchisce quello degli altri? Mi scusi per lo sfogo ma sa ho tre figli piccoli, vorrei che un giorno non fossero costretti ad emigrare per lavorare in una catena di montaggio cinese, Buone feste!

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