23
Nov
2010

La manna è finita

Il mondo della cultura e dello spettacolo trova un nuovo importante alleato: il Presidente della Repubblica. E’ di oggi infatti l’esternazione di Napolitano in cui afferma che non è attraverso la “mortificazione” della cultura che “troveremo nuove vie per il nostro sviluppo economico e sociale”. Da tempo ormai le rivendicazioni fanno leva sull’effetto moltiplicatore degli investimenti in cultura. Facendo tesoro della lezione di Keynes, ora il concetto di moltiplicatore della spesa pubblica viene declinato a suo favore. Gli investimenti in cultura avrebbero infatti una caratteristica anticiclica. Dietro tali affermazioni si nasconde in realtà solamente la ricerca di una giustificazione scientifica ed inoppugnabile affinchè lo Stato dia sostegno alla cultura.
Nei giorni scorsi si è svolta la manifestazione “Florens 2010”, dedicata al tema dei beni culturali. Tra gli studi proposti non poteva mancarne uno sull’effetto della spesa in termini di crescita di Pil e di occupazione: ogni 100 euro di investimenti nel settore culturale si attivano 249 euro di PIL nel sistema economico. Per quanto riguarda invece l’occupazione: “2 unità di lavoro nel settore culturale generano 3 unità di lavoro nel sistema economico”.
Come sostiene Hunter Lewis nel suo “Tutti gli errori di Keynes“: “Il moltiplicatore di Keynes è forse il suo concetto più conosciuto […] Si tratta di un esempio da manuale di uso improprio della matematica per fare in modo che una cosa incerta sembri il contrario”. La finalità del moltiplicatore è quella di quantificare ciò che non può essere quantificabile.
Qualche settimana fa, a proposito delle proteste contro la riforma delle pensioni che animavano la Francia, l’Economist scriveva: “[They] appear to believe that public money is printed in heaven and will rain down for ever like manna to pay for pensions, welfare, medical care and impenetrable avant-garde movies”. Ecco, ogni giustificazione è buona per reclamare soldi pubblici, come se i soldi venissero stampati in paradiso.
Lo sciopero di ieri aveva fra le sue rivendicazioni la richiesta di risorse aggiuntive a quelle già assegnate. Qui non si contesta il fatto che il FUS abbia fatto registrare in questi ultimi anni un decremento delle risorse stanziate per il settore. Ma sarebbe opportuno che il dibattito vertesse sui modi alternativi di sostenere il comparto, separando quei settori più attrezzati ad affrontare il mercato dagli altri.
La scelta operata di sopprimere alcuni enti come l’ETI (Ente teatrale italiano) va nella giusta direzione, ovvero quella di ridurre quei soggetti pubblici che una analisi costi-benefici farebbe ritenere non necessari. Spiace allora che il Presidente Napolitano definisca “inspiegabile” la soppressione di tale ente.
Lo sciopero di ieri è stato orchestrato assai bene per il risalto che i media gli hanno dato. In realtà è stato un discreto flop. I teatri erano chiusi perchè ogni lunedì dell’anno lo sono. Le sale cinematografiche invece erano regolarmente aperte: si proiettavano film e si staccavano biglietti. Nelle prossime settimane la protesta continuerà. E’ probabile che attraverso il decreto milleproroghe qualche risorsa aggiuntiva per lo spettacolo verrà trovata. Forse il mondo dello spettacolo vedrà accolte le proprie rivendicazioni minime: reintegro del FUS e rinnovo delle agevolazioni fiscali per il cinema. Queste ultime rappresentano una modalità “altra” di sostenere il settore. Se aiuto ci deve essere, allora meglio che sia indiretto.
In un commento comparso sul Corriere della Sera di domenica scorsa, Severino Salvemini portava all’attenzione il caso francese, “dove una legge sui mecenats introdotta nel 2003 ha sviluppato un sistema di fundraising privato di successo [Inoltre …] il ministro Frédéric Mitterand sta studiando di elevare la soglia di deduzione fiscale delle persone fisiche, nel caso di donazioni alla cultura, alla educazione e alle organizzazioni umanitarie. E la vuole portare al 60% dell’imposta”.
Questa sarebbe una buona cosa anche per l’Italia, dove il sistema di agevolazioni fiscali è insufficiente e da semplificare. Secondo un rapporto realizzato da Civita, solo il 5,6% delle donazioni è per arte e cultura. A livello pro capite è di 19,9 euro negli Stati Uniti e di 0,9 euro in Italia. Se da noi a donare sono in primis le imprese (mentre negli Stati Uniti i donatori sono in larga maggioranza persone fisiche), questo avviene perchè in Italia il sistema degli sgravi fiscali prevede la piena deduzione per le imprese e una deduzione del 19% per le persone fisiche.
La leva fiscale rappresenta allora un forte incentivo per attrarre risorse da soggetti privati, ed è per questo che sarebbe opportuno cominciare dal cinema per invertire la rotta dell’intervento dello Stato.

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14 Responses

  1. Lucaponch

    Ma Magris sul Corriere ce lo siamo perso?
    “Anche quando non si va a teatro o al cinema, fa piacere sapere che comunque ci sono”… … …

  2. maurizio blondet

    Appena il governo si indebolisce, comincia l’attacco al “grasso che cola” da parte delle categorie parassitarie. Fra coloro che protestavano per i tagli alla cosiddetta “cultura” si sono notati l’attore Gifuni, figlio del miliardario di stato Gaetano Gifuni, e il musicista figlio di Veronesi, il cancerologo miliardario Veronesi. Se vogliono esercitare i loro hobbies artistici, e fare spettacoli senza pubblico, perchè non se li pagano loro?

  3. Rocco Todero

    E’ la solita solfa! Se un bene ha un valore ( anche culturale) sara’ venduto sul libero mercato ad un prezzo anche elevato da coloro che quel valore riconoscono. Diversamente perché dovremmo pagare con soldi pubblici attività che non si sostengono autonomamente? Ah… Ho capito! E’ la Kultura, bellezza!

  4. Giuseppe

    Mamma mia. Sapete che non tutto è mercato? Quando ho lavorato (per pochi mesi alla fine degli anni 90) in un Hedge Fund a Westport, CT mi capitava ogni tanto di uscire con i miei colleghi non ancora sposati. Avevo uno dei migliori record (per la precisione il 2° dei junior trader) e quindi ero uno dei più stimati. Uscendo con loro capitava che gli unici argomenti fossero il Football(sono diventato fan dei Pats in quel periodo) e Wall Street. Il loro mondo era ristretto a quello e giudicavano qualsiasi cosa con i paraocchi mentali della loro professione. [Scene simili sono descritte anche nel “Black Swan” di Taleb]. Rimanevano stupiti quando nel tempo libero mi vedevano leggere libri di Storia e Filosofia (una mia passione) e non quegli insulsi manuali sulle candlestick, che tra l’altro non si usavano più da qualche tempo. La cultura, anche se infruttuosa in termini di ritorno monetario è una risorsa inestimabile. Come si fa a giudicare meno importante uno spettacolo perchè non va a vederlo nessuno? “Il mondo come volontà e rappresentazione” è stato scritto da Schopenhauer nel 1919 ed è passato inosservato, per poi essere riscoperto solo negli anni ’50 dell’Ottocento. Se avessimo dovuto giudicarlo a livello di copie vendute avremmo cestinato un grande classico della Filosofia.

  5. Rocco Todero

    Amico Giuseppe, non mi sono espresso a dovere, ti chiedo scusa! Io ho una migliaio di libri, tutti letti, ascolto musica classica ed adoro il teatro. Ma pago tutto di tasca mia, se il prezzo mi garba, diversamente…. mi astengo! Saluti!

  6. Giuseppe

    @Rocco Todero
    Io e te non abbiamo problemi a poter usufruire della cultura, c’è stato però un periodo in cui potevo godere di qualsiasi forma di cultura solo se questa era gratuita o costava poco. Penso che senza l’aiuto della biblioteca della mia facoltà molto probabilmente non mi sarei laureato e- giusto in questi giorni- un mio ex compagno di studi, oggi professore universitario, mi informava che propria quella biblioteca ha ridotto l’orario di apertura (da 8:00-20:00 a 10:00-15:00) per l’impossibilità di mantenere personale. Perchè, ad esempio, i nostri studenti debbono pagare 8.50€ per visitare Villa Borghese o 15€ per visitare gli Uffizi, mentre uno studente europeo può entrare gratis alla National Gallery, al British Museum, al Louvre…?

  7. Massimo Peruzzo

    @Giuseppe semplice, perchè alla National non ci sono mille “imboscati statali” da mantenere come ci sono in Italia! Ma vi pensate che persino il film “mutande pazze” di Dagostino ha preso fondi dallo stato???? è vero che anche in USA il pentagono stanzia (o almeno stanziava) dollari per i film “patriottici”, però lì c’era una precisa linea programmatica (più o meno condivisibile) e comunque sono film del calibro di Armageddon e non mutande pazze.

  8. Luciano Pontiroli

    La visita della National Gallery era libera per tutti, non solo per gli studenti – dico era, perché non so se lo sia ancora, dopo il piano di risanamento dei Tories e dei LibDems.
    In ogni caso, la questione mi sembra vertere non sull’accessibilità alla cultura per i cittadini comuni, ma sul finanziamento di produzioni teatrali, cinematografiche, ecc., cui poi nessuno assiste: libri e dischi sono prodotti dall’industria, nessuno pretende di goderne gratis (o quasi), come nessuno pretende di andare gratis ai concerti pop.

  9. @Giuseppe
    “Il mondo come volontà e rappresentazione” è stato riscoperto anche perchè nel frattempo Schopenhauer pubblicò “Parerga e Paralipomena” che lo fece apprezzare al pubblico liberamente (senza sussidi).

    Nel frattempo Schopenauer dovette subire molte umiliazioni professionali perchè il mondo accademico statale preferì sostenere le idee dei suoi avversari hegeliani.

  10. Guglielmo Boghero

    Il problema troppo spesso è legato al fatto che siamo in Italia, questo vuol dire enorme capacità di sprecare soldi, senza premiare meriti e altre deformazioni tipicamente Italiane.

    Sono contrario agli aiuti di stato sono solo un modo di prelevare più soldi agli Italiani, per gestirne solo in parte per gli scopi iniziali.

    Conosco per esempio degli ottimi artisti di ogni età. Essendo ottimi artisti, vivono decentemente del loro lavoro, producono arte di qualità eccelsa, qualcuno poi è divenuto anche celebre.

    L’Italia non ha una “classe Digerente” (scusate ma odio enormemente quel termine) assolutamente non in grado di gestire arte e coltura. Tanto vale lasciare in tasca agli Italiani quei soldi e al limite permettere decise agevolazioni fiscali a chi sponsorizza opere o manifestazioni artistiche.

    Il resto sono solo soldi Spre..CA..TI…

  11. roberto savastano

    condivido l’articolo e tanti commenti, vorrei aggiungere una considerazione, forse stupida, forse da non sottovalutare. se penso alla spocchia di tanti, troppi, addetti alla produzione di arte e cultura e la valuto in relazione al risultato oggettivo non osso non provare ulteriore fastidio per gli evidenti sprechi. chi decide di proporsi nell’ambito cultural-artistico è un po’ come lo sportivo. decide di scendere in un campo dove la competizione è serrata e lo spazio per chi si afferma (e quindi campa, magari anche bene) sono pochi. dove sta scritto che uno solo perchè vorrebbe fare le olimpiadi deve arrivarci? se con dedizione e talento dimostra di essere all’altezza ce la farà. allo stesso modo chi scrive, dipinge, fotografa e così via. se penso a certi “capolavori” pagati con i soldi di tasca nostra, mi vengono in mente i film di Ciprì e Maresco o, addirittura, certi cinepanettoni o iniziative che poi non si fila nessuno davvero mi girano. volete creare? per carità è nel vostro diritto. create qualcosa che mi emoziona? sono felice di pagare. ma sono stufo di dare soldi per iniziative velleitarie e il futile narcisismo dei troppi interessati solo ai red carpet.

  12. Giuseppe

    @roberto savastano
    Se dovessimo giudicare gli incassi i cinepattoni non avrebbero alcun problema ad autofinanziarsi, visto che hanno sempre ottimi risultati di vendita. Comunque non si tratta di tagliare le spese ma distribuirle nel modo più corretto possibile (vedi concerto di Elton John a Napoli). Gran parte (non tutti) di quelli che si lamentano sono artisti di buon valore, che guadagnano benino che però si rendono conto che l’arte italiana riceve veramente pochi aiuti.
    Se vogliamo fare il paragone con lo sport, sai quanti talentuosi sportivi sono costretti al drop-off perchè qui da noi non ce la fanno a tirare fuori uno stipendio dalla loro attività? Anche questa l’ho vissuta sulla mia pelle.

    @Massimo Peruzzo

    E’ vero ci sono molti dipendenti statali che non lavorano. Fidati, se sono lì non saranno certo i tagli a spazzarli via. Se ne andranno i più meritevoli e i parassiti rimarranno.

  13. marco ottenga

    Se uno abitasse in un paese normale sarebbe stimolato a considerare normale far beneficiare di parte di quanto conseguito nella propria esistenza anche ai propri concittadini che in qualche modo hanno dato essi pure un contributo (dalla polizia che rende sicure le strade e le case, ai medici, ai trasporti e cosi via). Un passante attento in Inghilterra vede in grandi citta e sperduti borghi segni di questo civismo, dalle case lasciate per le ragazze madri alle case con cortile lasciate per gli amici balestrieri perche possano allenarsi nel cortile della modesta casetta, lasciamo palazzi, pinacoteche e biblioteche di illuminati industriali e proprietari terrieri, che hanno financo finanziato e partecipato ad esplorazioni, a coloro che hanno costruito i padiglioni per i college dove loro sono stati studenti o donato semplicemente la caffetteria.
    Invidio un po’ costoro per cui, sentirsi parte di un contesto cosi evoluto, ovviamente rappresenta un orgoglio nazionale, cosi come mi piacciono le bandiere dei reparti che fiancheggiano le navate delle loro chiese, certamente che alla fine “right or wrong, but my country!” suona un po’ diverso dalle nostr espressioni dialettali.
    Un Tremonti che “colla cultura non ci fa un panino” cola’ non durerebbe fino a sera dopo una battutaccia del genere, quando si mette una tassa su pochi minuti di filmato come si trattasse di una produzione cinematografica vera e propria, quando si sottrae con destrezza al welfare dei cittadini il contributo del 5 per mille siamo in un paese governato da furfanti che del bene dei cittadini proprio non se ne vogliono curare, anzi li canzonano con favolette tipo Irlanda che solo l’umoralita della Merkel rende problematica per l’Europa dato il limitatissimo debito pubblico di quel fortunato paese: 65% del PIL ! …che con una manovrina di un anno rientra nel 60%, come prescritto da Mastricht. Per il capace Tremonti per 10 anni “in office” diventera un’impresina da 12 anni (al ritmo per noi impressionante del 5% annuo) probabilmente con ogni artificio di cui e capace : cartolarizzazioni (SCIP 1/2), condoni tombali edilizi a cicli ancor piu ribassati (3% vs 5%,ma in UK 38%), Robin Tax, 5 per mille(ma non mai una riduzione sull’8 per mille per la chiesa cattolica o far pagare loro l’ICI.
    Non val certo la pena di finanziare lo spettacolo, potrebbe renderci qualche soldo, l’allegria invece ce la danno gratis i nostri politici, con le loro affermazioni ed i loro comportamenti.

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