17
Nov
2010

Il sadismo del debito pubblico — di Ernesto Felli

Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Ernesto Felli:

Ci mancava solo il conta-debito-pubblico di IBL e Chicagoboys. Quelli di IBL e Chicago-blog non solo sono mercatisti, antistatalisti e teapartisti. Sono pure sadici, perfidi e un pochettino diabolici. Spiattellarci in tempo reale le tredici cifre, in continua espansione, del debito pubblico italiano è appunto una manifestazione di cattiveria e mancanza di pietas.

Gli economisti di professione come me, e tutti gli addetti ai lavori, conoscono la dimensione del debito pubblico italiano, ma preferiscono esprimerla in percentuale del pil, o, se proprio sono costretti ai valori assoluti, si aiutano con le aggregazioni. In questo caso con i trilioni, che è un termine che esiste nella lingua italiana ma che nessuno è abituato ad usare. Il debito pubblico italiano è pari a (circa) 1,8 trilioni di euro. Detto così fa meno impressione, sono solo due cifre. E, senza il contatore di IBL, si fa persino fatica a concettualizzare un trilione – di certo appare meno minaccioso di mille miliardi. 1,8 trilioni.

Vuoi mettere con le tredici cifre spiattellate sul blog, che uno non riesce nemmeno a compitare. Ti metti paura, cominci a sudare freddo, ti prende il panico. Ce n’era proprio bisogno? Non viviamo già a sufficienza nell’incertezza? Però, ogni buona pedagogia è intrisa di un po’ di sadismo. E perciò, dopo la paura, il sudore e il panico, comincia inevitabilmente la riflessione. E riflettere su questo spaventoso fardello è necessario. Forse anche utile. A patto che non ci si faccia prendere dallo scoraggiamento. Perché una possibile risposta all’oppressione che si impadronisce di noi di fronte ad un fardello simile, è il rigetto. Nel caso specifico, il ripudio. Il ripudio del debito pubblico. Che, come si sa, è uno dei possibili modi per risolvere la faccenda.

Che c’entriamo noi con questo debito? Non potremmo semplicemente sbarazzarcene e ricominciare da capo, stando più attenti questa volta? Eh già, ma come la mettiamo con i creditori? Alcuni dei quali (molti) stanno tra di noi, sono i risparmiatori italiani. Né loro, né tutti gli altri stranieri che hanno sottoscritto fiduciosi i titoli del debito pubblico italiano, la prenderebbero bene, ovviamente. Non la prenderebbero bene nemmeno i famosi mercati. E l’Italia, che già non se la passa bene a causa di questo fardello, sarebbe duramente punita.

Dunque, ripudiare il debito non si può.

E allora? Cosa facciamo?

Tutte le possibili soluzioni hanno in comune un elemento. La riduzione della dimensione dello stato. Questa è la medicina. E non è indolore. Ma è l’unica, e si dà il caso che sia anche giusta. Perché è anche il modo attraverso il quale l’economia italiana potrebbe tornare a crescere.

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20 Responses

  1. Ducas

    io voto per chiamarlo 1.8 Teraeuro che suona meglio. Ma quando andrà in scadenza il debito? In quale data bisognerà ripagare i creditori ? quale frazione dei titoli di debito è a lunga scadenza e quale a breve ?

  2. Andrea

    Io penso che la nostra libertà e quella dei nostri figli e nipoti è oppressa dall’enormità del debito dello Stato: quasi 1860 miliardi di euro.
    Tuttavia questo Stato onnipresente non è capace di farsi restituire i 98 miliardi di euro evasi dalle concessionarie delle slotmachine.
    Tutto il resto è fuffa.

  3. Foxbat

    Purtroppo nessun governo, dx e sx, ha fatto qualcosa per invertirne la tendenza. Anzi, trovano nuove entrate se “loro” aumentano le spese.

  4. matteo

    ripudiarlo sarebbe l’unica soluzione.
    Poi non avremmo più accesso al mercato per finanziarci.
    Forse in quel momento i nostri politici eviterebbero di sprecare.

    Diminuire la dimensione dello stato per chi ci governa significherebbe togliere servizi a noi per mantere i loro.
    (quello che farà il prossimo governo tecnico magari presieduto da Draghi)

  5. Roberto Bera

    “Tutte le possibili soluzioni hanno in comune un elemento. La riduzione della dimensione dello stato.”
    Allora direi di cominciare subito con una battaglia: l’abrogazione del regio decreto per cui si deve pagare il canone alla Rai.
    Se è una tassa – come si evince dal decreto – allora vada direttamente nelle cassa dell’erario come l’irap,irpef, iva…
    Se è la fruizione di un servizio, allora la RAI non si più in “chiaro” ma con decoder…., se vuole essere in chiaro, lo sia gratis.
    Facile, veloce, e spero che la Lega si sia convinta che conviene farla piuttosto che prometterla quando è all’opposizione e poi ripensarci sperando di piazzare qualcuno di suoi.
    La Rai è “di fatto” privata, ma allora abbia il coraggio di trovare privati che la finanziano. (magari un’azionariato popolare di burocrati statali del sud!)

  6. Alessandro

    Tra di voi ci sono persone molto informate in materia economica. Ho una domanda per voi: potete portare un esempio positivo di un paese che e’ riuscito a ridurre il debito dal 100% al , diciamo, 50-60%? Tutto questo ovviamente senza andare in default, ossia bancarotta. Una via per ridurre il debito e’ la svalutazione, ma in EU questa leva non e’ a disposizione dei governi nazionali. Che fare allora?

  7. @Alessandro
    Belgio. Dal 100% all’80% del PIL in 10 anni. Se si vuole, si può. Purtroppo l’Italia non cresce e probabilmente l’interesse sul debito è maggiore della crescita del PIL, ma anche in queste condizioni è possibile ridurre il rapporto debito-PIL. Con un avanzo di pochi punti percentuali di PIL si può ripagare tutto il debito. Purtroppo sarà già un miracolo se riusciamo a ridurre il disavanzo sotto il livello di Maastricht.

  8. Qualcuno non diceva che stavamo meglio degli altri? Nel Dicembre dello scorso anno il nostro Presidente non disse che avevamo superato l’Inghilterra in tutto?!. Ho vissuto e lavorato in Inghilterra per anni ed ho i miei dubbi!! Ad Arcore staranno sicuramente meglio che in UK, ne sono certo. Ad essere seri, non sarebbe meglio invocare il FMI anche per l’Italia, così da imporci una seria cura da cavallo!!! Non taglieranno mai quella selva di Enti e Province, centri di spesa improduttivi e clientelari. Un’amministrazione controllata credo sia l’unica credibile chance, alla luce di dieci anni di politica miope e partitocratica.

  9. Però non tutti i debiti nazionali sono uguali nella loro composizione.
    Io ritengo il debito pubblico (almeno nel caso italiano) come una pistola puntata alla nuca della popolazione. Il bello è che, chi tiene in mano la pistola è anche quello minacciato.
    Il grosso del debito pubblico italiano non è composto da titoli di stato ? Quindi, io che sono un bravo risparmiatore, acquisto titoli che nel privato mi renderanno un lieve interesse attivo e, a livello di cittadino mi creano un debito con un interesse passivo.
    Così nello stesso tempo io sono debitore e creditore nei miei confronti.
    Spettacolo allo stato puro !
    Noi cittadini veniamo spremuti dalle tasse, subiamo i costi di una politica assistenzialista-statalista assurda quanto deleteria e, per di più la finanziamo con i nostri magri risparmi e poi ci fanno credere di essere debitori di cifre astronomiche in continua e inarrestabile crescita e fuori dal controllo di chiunque.
    Se c’è un debitore c’è anche un creditore. Allora chi è questo fortunato creditore a 13 cifre ? Ed io che credevo che i vincitori del superenalotto fossero i più ricchi di tutti ! Sono microbi di fronte ai creditori del debito pubblico !
    Forse sarebbe ora di smetterla con la storiella del debito pubblico ed iniziare a concepire nuove idee in campo economico-finanziario, che siano libere dalle “regole” dei burocrati italiani e della UE che così facendo mantengono grasse le loro caste a spese della popolazione attiva e produttrice di reddito.
    Saluti trilionari.

  10. Luciano Lavecchia

    @Ducas
    Sul sito della Banca d’Italia c’è disponibile uno spaccato che potrà interessarti.
    saluti

    http://www.bancaditalia.it > Statistiche > Base informative pubbliche on line > Finanza pubblica, Fabbisogno e Debito > Debito delle Ammini Pubbliche: analisi per strumenti >

  11. azimut72

    “Dunque ripudiare il debito non si può”
    Alle condizioni attuali, la ritengo una frase troppo forte.
    Il recente passato ha dimostrato che ripudiare il debito pubblico si può.
    Inoltre, nel caso Italia, poichè gran parte del Debito pubblico è detenuto dagli italiani stessi, ripudiarlo potrebbe essere un sistema per modificare la mentalità e ristrutturare la spesa pubblica (…il Sig. Rossi sarebbe ancora disposto ad accettare un aumento degli stipendi statali se si fosse scottato in precendenza con i titoli di Stato?).
    Il concetto è tanto più sostanziale a fronte dello sgretolamento degli assetti post-guerra, che libera da molti vincoli internazionali, e a fronte altresì delle decisioni criminali delle istituzioni internazionali che hanno scelto la strada di non far fallire chi doveva fallire aumentando il debito pubblico. Già….è possibile chiamare debito pubblico ciò che in realtà è stato un trasferimento di partite correnti dalle banche private alle istituzioni statali?

  12. armando

    a me tutti quei numeri ricordano una slotmascine
    forse se indicassero la cifra che prima o poi ,in un modo o nell altro,
    ogni italiano volente o nolente paghera sarebbero piu efficaci

  13. @kingo
    Certo non perché ha ristrutturato il debito. Il problema è che il Belgio è un paese inesistente dove una metà della popolazione vive a spese dell’altra metà. Esattamente come in Italia, solo che le due metà parlano lingue diverse.

  14. Ducas

    @Luciano
    Grazie per la info (ho trovato anche il pdf http://is.gd/hpS96). La maggior parte del debito sono titoli di stato a media lunga scadenza o superiore ad un anno (circa 1.5 su 1.8 TE); il che sembrerebbe positivo:) anzi non lo so, ma il Giappone ha un debito più alto del nostro (come percentuale sul PIL) mentre l’Irlanda pur avendolo più basso non riesce a ripagarlo senza finanziamenti dal IMF o altri. Quale sarebbe il valore ottimale del rapporto debito su PIL ?
    (Se io faccio un mutuo di 300keuro e il mio reddito netto è di 30keuro, il rapporto all’anno zero è 1000% (anche se il reddito non centra moltissimo col PIL, perché non tutto il PIL è un’entrata dello stato) . Certo poi col passare degli anni, tale rapporto andrebbe a decrescere, e cmq se la durata del mutuo fosse di 30 anni, ci sarebberero rate da 10keuro all’anno, andando poi a ridurre il mio reddito reale a 20keuro da 30. Alla fine è solamente la rata annuale quella che va poi a modificare il reddito reale, il valore di tutto l’ammontare del debito non fa molto testo: se io faccio un mutuo di 300k in 30anni, il mio reddito reale si modifica come a farne uno di 600k in 60 anni, anche se nel secondo caso il valore del debito totale è più elevato. alla fine dovrei considerare come parametro, il rapporto della rata annuale sul reddito. (che poi io considero essere il dato più simile ai debiti a breve scadenza o entro l’anno).)

  15. Luciano Lavecchia

    @Ducas
    per quanto riguarda la gestione del debito, ti invito a leggere
    http://archiviostorico.corriere.it/2007/luglio/09/Maria_guardiano_del_debito_pubblico_ce_0_070709017.shtml

    e

    http://www.nuovabasilea2.com/basilea-2/maria-cannata-spiega-lanomalia-italiana/

    per il livello ottimale del rapporto Debito/PIL, è un dibattito in corso.. come ha detto Blanchard (The state of macro, 2008), a livello normativo la fiscal policy non ha ricevuto lo stesso livello di attenzioni (e funding) della monetary policy, probabilmente a causa del fatto che le Banche Centrali hanno i soldi e la volontà di capire a fondo i meccanismi che regolano le loro scelte – mentre, e qui è aggiunta mia, i ministeri delle Finanze e del Tesoro, no.

  16. Situazione dello stato italiano:
    Un secolo fa, in tutti i Paesi sviluppati, il fisco prelevava all’incirca il 10% del prodotto interno: cento anni dopo, dove più dove meno, tra imposte nazionali, locali, dirette o indirette, accise, contributi sociali, iva, irap, ici e quant’altro, l’amministrazione dello Stato, di tutti gli Stati dell’Occidente, si pappa, gestisce per conto nostro se lo si vuole dire educatamente, la metà di quello che tutti noi produciamo con il nostro lavoro.

    Con piccole oscillazioni momentanee verso l’alto o verso il basso, l’aumento della pressione fiscale è stato costante, chiunque abbia governato, socialisti o liberali, democristiani o laici, democratici o repubblicani, conservatori o laburisti, destra o sinistra.

    La colossale quantità di denaro (per avere un’idea, ricordiamo che il debito pubblico italiano ammonta “solo” a 1,810 miliardi di euro) – amministrata ogni anno dalla classe politico-burocratica), per quanto ciò possa sembrare paradossale, non serve a quello che, intuitivamente, ciascuno di noi pensa debba fare lo Stato: approntare i mezzi per la propria difesa, provvedere alla sicurezza interna, costruire infrastrutture idonee allo sviluppo del Paese, amministrare la giustizia; e nemmeno a soccorrere chi non per sua colpa non può provvedere a se stesso. Solo il 2% del bilancio pubblico, per esempio, è destinato in Italia alla difesa, solo il 2% alla sicurezza, meno dell’1% all’amministrazione della giustizia, ancora meno del 3% per pensioni sociali e agli invalidi.

    Il grosso della spesa invece serve a pagare prestazioni o servizi di vario genere che ci vengono offerti, la maggior parte dei quali potremmo soddisfare per conto nostro con più efficienza e gradimento. Insomma la classe politico-burocratica si comporta con noi come se fossimo tutti bambini, incapaci di provvedere a noi stessi.
    Non ci consente di mettere da parte un piccolo risparmio e nemmeno di assicurarci privatamente per l’evenienza di una malattia: ci fornisce un servizio sanitario nazionale inefficiente, apparentemente gratuito, in realtà finanziato da quel risparmio che non ci consente di fare per nostro conto. Non ci permette di mettere da parte un più consistente risparmio, magari da investire proficuamente, per provvedere alla nostra vecchiaia: intanto incassa, poi, se ci saranno i soldi, penserà a darci una pensione. Non ci lascia i mezzi per provvedere all’istruzione dei nostri figli: incamera buona parte dei nostri redditi e ci fornisce una scuola scadente, dove ben poco s’impara e quasi nulla si insegna.

    Perché il sistema piaccia ai burocrati è presto detto: se non ci fosse, non ci sarebbero i burocrati. Perché piaccia ai politici è leggermente più difficile da capire, ma in fondo è anch’esso del tutto comprensibile.
    Anzitutto c’è una ragione psicologica: il politico è per natura un “ghe pens’ mi”, uno che crede di avere la soluzione buona per quasi tutti i problemi della comunità in cui vive; altrimenti non farebbe il politico. In altre parole, ci troviamo in presenza di un mirabolante inventore di soluzioni per le questioni più disparate.
    Avete mai sentito un politico rispondere a una qualsiasi domanda “non ne so assolutamente niente e non saprei che cosa fare”?
    Il politico, insomma, si sente un po’ come un piccolo (o un grande) padre: egli sa e fa quanto è bene per noi, provvede e dispone nel nostro interesse. In questa sua convinzione confortato dalla fortunata circostanza che quanto egli crede sia bene per noi è certamente anche un bene per lui. Immaginate di diventare assessore di un comune, una provincia, una regione o addirittura ministro.
    Dall’oggi al domani vi trovate lì, nel cassetto, qualche milione (di euro) o addirittura decine e centinaia di milioni.
    Quale sarebbe la vostra immediata reazione: decidere di spenderli meglio del vostro predecessore per il bene della comunità (di cui fanno parte, casualmente, anche i vostri elettori e voi stesso) o rinunciarvi?
    Posso assicurarvi che una delle cose più belle del mondo è poter spendere, onestamente, il denaro altrui, nel caso particolare nostro, fosse pure solo per il fatto di scansare l’angoscia che invece ci prende quando il gruzzolo che diminuisce è quello delle nostre tasche, magari per il fatto di dover pagare una delle innumerevoli opprimenti tasse che ci massacrano.
    Il problema e che comunque dichiarano di non avere risorse per le nostre esigenze di infrastrutture e minore fiscalità.
    In pratica i politici stanno saccheggiando le nostre tasche e il nostro futuro.
    Cari amici, non convenite con me che a questo ritmo tra sei o sette anni l’Italia sarà pronta a seguire il destino dell’Argentina?
    Da queste cifre risulta evidente che fino ad oggi i nostri governi sono stati incapaci di gestire l’economia e che quindi è urgente correre ai ripari, se non vogliamo che i nostri risparmi e i nostri beni finiscano in polvere. È insomma opportuno che tutte le categorie sindacali e imprenditoriali, con a capo le loro associazioni e i loro rappresentanti, prendano in mano la situazione e tolgano ai politici il potere di spendere e distruggere la nostra economia.
    Non mi permetto di dare soluzioni (anche se qualche idea l’avrei), ma è opportuno che immediatamente si studi a fondo la situazione: non c’è più molto tempo.
    Mi appello a tutti coloro che non vogliono più subire in silenzio gli sprechi, la tassazione da rapina, gli innumerevoli soprusi e i divieti inutili che questo Stato quotidianamente ci impone. La politica deve essere al servizio dei cittadini e derivare da questi ultimi la sua legittimazione. Al contrario, oggi siamo troppo spesso sudditi di politicanti, burocrati e lazzaroni che vivono come parassiti sulle spalle dei ceti produttori. Essi si limitano a chiamarci ogni cinque anni alle urne, e ci obbligano a scegliere tra politici davvero troppo simili l’uno all’altro.
    Il problema è che mentre i ceti produttivi diminuiscono, le sanguisughe aumentano.
    Gli uomini liberi devono alzare la testa e non accettare le intimidazioni di uno Stato che, se non frenato nella sua invadenza, può portarci entro una società totalitaria anche senza che noi ce ne accorgiamo.
    Al fine di giustificare assurdi aumenti delle tasse e dei controlli, in questi giorni si fa un gran parlare di evasione fiscale. Ma l’argomento più importante è come politici e burocrati spendono i nostri soldi.
    Per giunta, nel mondo del lavoro e nei rapporti economici è stato di fatto quasi abrogato il diritto contrattuale, oggi sostituito da una legislazione minuziosa che – in nome del diritto dei più deboli – serve solo gli interessi dei politici e delle corporazioni sindacali. L’Italia è ormai afflitta da una malattia cronica ed è oppressa da una burocrazia parassitaria che la corrode in ogni sua fibra e che spreme oltre misura i ceti produttivi. Per questo, essa è incapace di fare un passo indietro per dare alla nostra economia una nuova spinta, tale da avvicinarla alle società più progredite dell’Europa.
    Bisogna che la nostra economia diventi moderna, aggressiva, dinamica e flessibile, ma sotto questo aspetto siamo fanalini di coda proprio in quell’Europa in cui i nostri governanti, a torto o a ragione, ci hanno portato.
    Siamo oberati da un fisco vorace e oltre a ciò in troppi settori (dalle poste alle ferrovie, dall’energia ai trasporti aerei) dobbiamo fare i conti con monopoli mal gestiti, costosi e inefficienti. Secondo i dati dell’International Agency delle Nazioni Unite in Italia l’elettricità costa il 20% in più che nel resto d’Europa (ed è meglio non fare confronti con gli Stati Uniti), il gas il 40% in più e le comunicazioni il 30% in più (dati Pricewaterhouse Coopers).
    Potrà sembrare una barzelletta, ma a Hong-Kong la tassazione è davvero del 15%:e questo spiega quanto sia cresciuta quell’economia nel corso degli ultimi decenni.
    Ma anche in Europa, mentre da noi si parla sempre di concertazione con sindacati ed associazioni di categoria che troppo spesso rappresentano solo se stesse, Irlanda, Spagna, Inghilterra e Portogallo hanno introdotto regole flessibili che hanno fatto di queste nazioni le nuove “tigri d’Europa”.
    Dobbiamo essere consapevoli che se le stesse regole fossero applicate da noi anche la nostra economia conoscerebbe un analogo boom.
    Bisogna quindi reagire! E cambiare in fretta: comprendendo che nessuno ci regalerà mai la nostra libertà. Sta a noi conquistarla. Sta a noi alzare la testa di fronte allo Stato e non subire più passivamente arbitrii e sopraffazioni.
    Per questo invitiamo quanti ritengono che la libertà d’impresa e di contratto sia un diritto inalienabile della persona a prendere contatto con i colleghi e le associazioni di categorie, agendo al più presto per bloccare una situazione che sta rapidamente incancrenendo.
    Bisogna sconfiggere le tesi secondo cui lo Stato deve pensare a tutto. È anzi fondamentale che si comprenda l’esigenza di lasciare gli individui sempre più liberi di contrattare, vendere e produrre: senza vincoli assurdi e costosi.
    Chi ha detto che senza i signori dei partiti e senza lo strapotere monopolistico di una classe politico-burocratica non sarebbe possibile vivere in pace, lavorando onestamente, coltivando i propri ideali e perseguendo i propri obiettivi nel rispetto di quelli degli altri?
    Cari amici, non subite più passivamente! L’Italia sono gli imprenditori e lavoratori non certo i politici, i burocrati e gli sfaccendati.
    Da troppe parti è stato coltivato un ottuso odio ideologico verso l’imprenditore e ora questo sentimento è alla base di regole assurde che li vessano in ogni modo. La loro colpa maggiore, fino ad ora, è stata quella di essere pazienti. Per questo motivo ora devono organizzarsi assieme ai loro dipendenti e mobilitare le associazioni di categoria e i sindacati affinché da pecore si sappia diventare leoni, e la si smetta di subire assurde angherie solo per quieto vivere.
    Bisogna contrastare con molta decisione, qualsiasi imposizione di nuovi adempimenti o tasse, anche minima, a forza di piccole cose ci troviamo sulle spalle una montagna di fastidi.
    Senza un’immediata azione di contrasto non ci può essere un futuro per l’Italia.
    Svegliamoci: perdere un’ora di lavoro oggi significherà la tranquillità del domani.

  17. Alessandro F.

    avrei un paio di domande per quelli di voi più sperti in tema di economia.

    il nostro debito pubblico è disastroso ma gli amministratori del condominio Italia (come Tremonti per citarne uno a caso) ci dicono che tuttosommato possiamo stare tranquilli perchè abbiamo un debito privato (famiglie, banche, imprese) molto basso quindi i due fattori dovrebbero compensarsi.

    da qui la prima domanda : ce la raccontano giusta ? quali sono le iterazioni e le relazioni tra debito pubblico e privato nell’economia di un paese ?

    poniamo il caso che Tremonti abbia ragione e che ci sia motivo per stare davvero tranquilli….qui arriva la seconda domanda….per quanto tempo ancora possiamo stare tranquilli ?

    no…perchè io vedo che il fenomeno del credito al consumo in Italia è in costante crescita (poichè sono in crecita la disoccupazione e gli stipendi bassi).
    Una volta le famiglie della classe media ricorrevano alle rate solo per le grosse spese straordinarie (auto e casa) mentre oggi basta andare in un qualsiasi centro commerciale per trovare accanto allle casse gli sportelli per ottenere finanziamenti.
    Nella cassetta della posta e sul parabrezza dell’auto mi capita spesso di ritrovarmi i volantini delle società finanziarie che offrono prestiti immediati.
    Molta gente oggi ricorre alle rate per pagare il televisore, il frigorifero, la bicicletta, le spese mediche.
    Si ricorre alla carta di credito per rinviare al mese successivo il conto della borsa della spesa al supermercato.
    Per non parlare poi delle famiglie che devono tenersi in casa i figli disoccupati fino a 35 anni e oltre.

  18. Alberto

    Stupendo, e a pensare che nelle università ci (mi) ingozzano con teoria proto/neo keyenesiana, che se uno studente ha un minimo di interesse alla sinistra scienza è costretto a farsi il mazzo da solo per cavare un ragno dal buco.
    Ripudiare il debito?
    magari..come abbiamo già fatto qualche lustro addietro dichiarandolo irredimibile ” e saluti a tutti”! ma quelli era tempi diversi in cui il concetto di ingegneria finanziaria non era nemmeno nell’i per uraneo.
    Visti i tassi di crescita previsti (i m b a r a z z a n t i) e l’alta competenza dell’intera classe politica attualmente stipendiata , il rischio di default si avvicina sempre di più ( salvo una salutare ecatombe che in qualche maniera ci permetta di fare ammenda agli errori..ma dubito); credo fortemente che andando di questo passo tra un paio di anni (a scenario attuale ) altro che tripla A di rating…
    Poi vedi Draghi che pontifica come al suo solito dal suo scranno , anestetizzando quel minimo di platea con il solito mantra “stiamo bene, i conti hanno retto, il sistema bancario andrebbe rinforzato, ci vuole crescita”, è da 24 anni che sono su questo pianeta e tolti 4 di stupenda e magnifica incoscienza, è da 20 anni che sento parlare dei soliti problemi impossibili da risolvere, se non a parole durante la campagna elettorale, ed inizio seriamente a credere che ci stiano prendendo per il culo.
    chi chiede soluzioni , dovrebbe capire, che queste pur essendoci, non produrranno effetti significativi nel breve periodo , ma si tratta di manovre che dimostreranno il loro potenziale (se ben perseguite e ben escogitate) solo nel lungo//issimo periodo ( sostanzialmente si fa prima ad emigrare, farsi una vita da un’altra parte, e poi ritornare da vecchi arteriosclerotici per intravedere una miglioria); che poi..e qui i vien da ridere.. il debito pubblico è qualcosa di importantissimo, ma in un paese che in 150 (c e n t o c i n q u a n t a) anni non è riuscito a colmare il gap tra nord e sud ( ricordo sempre germania est ed ovest e l’efficienza con cui è stato affrontato questo gap) può seriamente pensare di poter fare qualcosa per migliorare?
    dai su..siamo seri…
    Un saluto affettuoso a tutti e buona Immacolata!

  19. alberto lapioli

    del debito pubblico non frega niente a nessuno ,in primis ai nostri politicanti di lungo corso,a quelli che nella politica hanno trovato rifugio e conforto da decenni ormai e non hanno la benchè minima voglia di scollarsi da quella sedia, in nome dei valori del risorgimento , di Mazzini , Garibaldi Cavour e compagnia ,eccoli poverini fare le ore piccole in riunioni estenuanti,in affollati dibattiti a parlare di che? di chi è più onesto?di chi produce più disegni di legge?mandiamoli tutti a casa questi rincoglioniti , a 70 ,75 anni è giunta l’ora della pensione, per tutti; non si può avere una lucidità di pensiero,una fluidità del ragionamento che quelle cariche richiedono, a quelle venerande età.mandiamoli a casa e restituiscano il maltolto , le auto blu , i voli , i telefoni , le case a prezzi stracciati perchè gli amici degli amici….ecc ecc.
    Il referendum ha sentenziato una novità questa classe di ladri usurpatori e pedratori ha rotto i c…….deve andarsene, per fare posto ad una nuova classe di amministratori, fuori dai bizantinismi, e dalla retorica, gente fresca 40/50 anni che sono in grado di essere vicino ai giovani senza perdere di vista chi ha qualche anno in più,magari al posto di 1000 parlamentari ne bastano solo 500 , magari sono in grado di far ripartire l’economia. Per il momento andate a vedervi un famoso film di Visconti , Il Gattopardo,
    il dialogo della scena madre tra i due boss recita più o meno così” dobbiamo cambiare tutto per far si che nulla cambi”

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