Autorità per l’energia: Fate quelle fottute nomine

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L’attuale crisi politica ha completamente sovvertito l’agenda di governo e parlamento, facendo slittare in fondo alla lista alcuni provvedimenti che, peraltro, già non erano considerati di grande urgenza. Tra questi, la nomina del nuovo collegio dell’Autorità per l’energia, che dovrebbe insediarsi allo scadere dell’attuale (composto dal presidente, Alessandro Ortis, e un solo componente, Tullio Fanelli) a decorrere, teoricamente, dal 16 dicembre. Se le nomine non verranno effettuate in tempi rapidi, l’Autorità rischia di trovarsi decapitata.

La legge istitutiva dell’Autorità e successive modificazioni stabilisce che

L’Autorità è un organo collegiale costituito dal Presidente e da quattro membri. I cinque componenti l’Autorità sono nominati con decreto del Presidente della Repubblica, su deliberazione del Consiglio dei ministri su proposta del Ministro delle attività produttive. Le designazioni effettuate dal Governo sono sottoposte al parere vincolante, espresso a maggioranza qualificata (due terzi dei componenti), dalle Commissioni parlamentari competenti.

Il collegio scade formalmente il prossimo 15 dicembre. Questo significa che i tempi per i passaggi parlamentari sono scarsi e, probabilmente, insufficienti – ammesso e non concesso che un accordo politico sui componenti sia già stato trovato. L’intervento per decreto è molto probabilmente da escludersi, dato che non si capisce in che modo sia possibile argomentare la “necessità e urgenza” di un provvedimento che da sette anni sappiamo di dover prendere. In questo senso, passa in secondo piano – anzi, in terzo o quarto piano – l’incapacità di tre parlamenti e non so quanti governi di completare un collegio che è rimasto monco da quando, il 14 luglio 2004, Fabio Pistella ha abbandonato l’Autorità per prendere la guida del Cnr.

La situazione è talmente sfarinata che l’attuale collegio, che per legge non può essere rinnovato, ha messo le mani avanti chiedendo al Consiglio di stato un parere riguardo la possibilità di una prorogatio: se sia possibile, a quali condizioni, con quali limiti. La non rinnovabilità è una componente essenziale dell’indipendenza, perché fa venir meno l’incentivo perverso dei regolatori a blandire i loro padrini politici. Allo stesso modo, come abbiamo discusso tempo fa in merito all’ipotesi di proroga del mandato di Lamberto Cardia alla Consob, la stessa prorogatio dovrebbe essere gestita con le molle, ed è accettabile solo se è chiaramente finalizzata a consentire la regolare conclusione dell’iter di conferma del nuovo collegio e, dunque, se è di durata assai ridotta – dell’ordine di pochi giorni o pochissime settimane.

La questione, insomma, non è lana caprina per giuristi, ma rappresenta un momento fondamentale per il funzionamento dei nostri mercati energetici. Infatti, le decisioni dell’Autorità vengono prese dal collegio, non dalla struttura – che ha il compito di istruire le pratiche e dare attuazione alle decisioni. A differenza della Consob – da giugno senza presidente – il collegio decade tutto assieme, quindi non è immaginabile che il regolatore energetico continui a funzionare come sta facendo attualmente il suo omologo borsistico.

Una possibile reazione è: chissenefrega. In fondo, l’unico regolatore buono è il regolatore morto, e noi stessi (per esempio nel saggio introduttivo di Sam Peltzman all’Indice delle liberalizzazioni 2010) abbiamo spesso sostenuto che liberalizzare significa deregolamentare. Poiché un regolatore acefalo significa – se non una attiva deregolamentazione – almeno un minor tasso di crescita della regolamentazione, dove sta il problema? Il problema, purtroppo, c’è ed è grande. E ha almeno due dimensioni.

La prima dimensione riguarda il fatto che la deregolamentazione “pura” è più un traguardo che uno “stato”. Quanto meno perché sussitono ancora troppe asimmetrie tra ex monopolisti e newcomer per lasciare che le cose evolvano in assenza di vincoli. Molto brevemente, queste asimmetrie – che sono l’eredità della precedente stagione di monopolio pubblico – richiedono una vigilanza attenta e un intervento talvolta odioso ma necessario per arginare i conflitti di interesse e i comportamenti abusivi (in particolare nel caso del gas, dove le infrastrutture essenziali restano in mano al non-molto-ex monopolista). Le distorsioni vanno corrette: il first best sarebbe separare le reti dagli incumbent e privatizzare tutti e tutto, ma in assenza di tali provvedimenti – oggi politicamente impossibili – il second best è un cauto ma fermo esercizio della regolamentazione. La seconda dimensione del problema dipende dal fatto che, data l’attuale struttura dei mercati energetici, in alcuni segmenti – quelli in “monopolio tecnico” – una qualche forma di regolamentazione è comunque necessaria, sia sotto il profilo tariffario, sia sotto quello tecnico, sia sotto quello della qualità del servizio.

Far venir meno la presenza del regolatore danneggerebbe l’intero mercato, la sua credibilità e il suo sviluppo, anche se fosse solo una parentesi di breve durata. I danni della regolamentazione, in un momento e in un contesto come quelli attuali, sono inferiori, per ordini di grandezza, ai danni potenzialmente derivanti dal lasciare mano libera ai nemici del mercato. Confesso di non riuscire ad appassionarmi alle questioni di cognati e di cubiste, ma trovo frustrante che tutto questo impedisca di affiancare alla schermaglia politica quotidiana una riflessione seria sui temi che meritano attenzione e serietà.

Lo dico brutalmente: fate quelle maledette nomine, e possibilmente fatele bene, selezionando uomini e donne che sappiano combattere la buona battaglia, che non siano compiacenti verso i monopolisti nazionali e locali. Fatele per evitare che le conquiste faticosamente raggiunte in termini di liberalizzazione regrediscano. Fatele per impedire che il vuoto finisca per premiare quelli che, aggressivamente e colpevolmente e non di rado forti di un supporto politico trasversale e clientelare, in tutti questi anni hanno resistito alle pressioni dell’Autorità e hanno conservato il loro artiglio monopolistico.

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