14
Nov
2010

9 mld. in 9 anni e 9 mila occupati in meno (Piccolo Guinness della vecchia Alitalia)

Qual è stata la distruzione di valore prodotta dalla gestione pubblica della vecchia Alitalia nell’ultimo decennio di storia della compagnia? E’ una domanda alla quale non abbiamo mai provato a rispondere, avendo in passato concentrato l’attenzione sui soli oneri prodotti sul settore pubblico (e quindi sul contribuente azionista). In questo modo abbiamo tuttavia tralasciato le conseguenze economiche prodotte sui creditori, sugli obbligazionisti e sugli azionisti, rimasti impigliati nel fallimento e che sono stati o saranno rimborsati solo in misura limitata. Proviamo quindi a fare un stima della distruzione di valore realizzata dalla gestione pubblica:

  • 4,13 mld. di euro, corrispondenti a 5,11 mld. di euro del 2009, è la capitalizzazione di borsa di Alitalia nel luglio 1999 (dopo la ricapitalizzazione da 2750 mld. di lire del 1996-98 e l’accordo di integrazione con Klm);
  • 2,06 mld. di euro, corrispondenti a 2,31 mld. di euro del 2009, sono i conferimenti di capitale degli azionisti concessi in diverse occasioni nel decennio 2000;
  • 0,25 mld., corrispondenti a 0,29  mld. di euro del 2009, è la penale pagata ad AZ da Klm per l’uscita dall’accordo di integrazione;
  • 7,71 mld. di euro (somma delle tre voci precedenti in euro 2009) avrebbe dovuto essere alla fine del periodo considerato il valore di Alitalia se nel periodo 1999-2009 la gestione avesse preservato le risorse messe a disposizione, senza accrescerle nè distruggerle;
  • -1,42 mld. è invece il patrimonio netto negativo della vecchia Alitalia che ha cessato le attività secondo la più recente relazione del commissario straordinario;
  • la differenza tra 7,71 e -1,42 mld., pari a 9,13 mld. di euro misura la distruzione di valore realizzata tra il luglio 1999 e il 31.11. 2008, data di cessazione degli effetti economici della gestione operativa dell’azienda (trasferiti a Cai dal 1.12.2008 anche se essa ha assunto la gestione operativa solo il 13.1.2009) 

In 9 anni, in sintesi, sono stati bruciati un pò più di 9 miliardi di euro. Sono stati inoltre persi circa 9 mila posti di lavoro se li calcoliamo, come è corretto, come differenza tra tutti gli occupati, a tempo intederminato e determinato, di AZ fly e controllate, AZ service ed AirOne, e quelli che sono stati assorbiti con l’avvio delle gestione Cai.

E’ inoltre opportuno ricordare che alla data del 31.12.2007 il patrimonio netto di Alitalia era pari, sulla base del bilancio 2007,  a 0,38 mld. e che, considerando la perdita del primo trimestre 2008, pari a 0,21 mld., esso è stimabile alla data del 31.3.2008, vigilia della cacciata dell’aspirante acquirente Air France, a 0,17 mld. di euro. La caduta successiva, da +0,17 mld. a – 1,42 ml., corrispondente a 1,6 mld. di euro, è la perdita di valore imputabile alla mancata cessione a Air France e al perseguimento delle soluzione ‘autoctona’.

Riassumendo: in 9 anni sono stati bruciati in Alitalia 9,1 mld. di euro dei quali 1,6 mdl. negli 8 mesi intercorrenti tra la mancata vendita a Air France e la cessazione degli effetti economici della gestione operativa dell’azienda (quindi dal 1.4.2008 al 30.11-2008). Questi dati misurano la perdita di valore dell’azienda e non includono gli oneri generati sulla collettività dalla cessazione di attività della medesima, quali la cassa integrazione per il personale non riassorbito dalla nuova gestione, che hanno natura economica differente e non possono esservi sommati.

9 mld. corrispondono a un duecentesimo delle cifra che compare in alto a destra su questo blog: il nostro debito pubblico corrisponde a 200 volte i soldi distrutti con Alitalia negli ultimi 9 anni ma cercare le altre 199 Alitalia del nostro settore pubblico non è operazione difficile (anche perchè alcune di esse sono assai più ‘pesanti’ di Az sui conti pubblici). Oltretutto la vecchia Alitalia rappresentava la produzione publica di gran lunga più efficiente (affronterò prossimamente questo tema).

Servono altri argomenti per convincere i contribuenti che è indispensabile privatizzare (cercando l’acquirente sul mercato e non tra gli amici) tutte le residue imprese pubbliche, dalla prima all’ultima?

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7 Responses

  1. Bravo. Dovrebbe servire da lezione a quei cialtroni (per ultimi gli pseudo-liberali sostenutori di Fini) che insistono nel chiedere soluzioni alla politica. Ringo Starr – che non era uno scienziato dell’epistemologia – diceva: “Tutto quello che il governo tocca si trasforma in merda”! E lui non era italiano…

  2. ForexNick

    Je crois que la grande différence qu’il y a entre les oiseaux et les hommes politiques c’est que, de temps en temps, les oiseaux s’arrêtent de voler.
    Coluche

  3. Rocco Todero

    Ci sono dimostrazioni di una evidenza e di una linearità disarmante! Ma tanto gli statalisti non capiscono un bel niente, darebbero un milardo di euro ad elettore per guadagnare 9 voti! Questi sono ottusi e …. Criminali!

  4. luigi zoppoli

    Bisognerebbe fare attenzione a considerare cialtroni sia pure per ultimi gli pseudoliberali di Fini. Nel Pdl lega erano al minoranza. Ergo pseudoliberali e cialtroni erano e sono tutti gli altri, compresi quelli della banca del Sud, della Cassa Depositi e prestiti snaturata e corrotta, del reiterare la propria ignobile opinione sul futuro di Alitalia eccetera eccetera

  5. ANDREA

    Il problema non è se le privatizzazioni sono opportune, ma in che modo vengono fatte. L’operazione Alitalia ha lasciato 10.000 persone senza lavoro in fase di privatizzazione. In Italia anche le privatizzazioni sono una spendida occasione per fare affari personali, purtroppo. Statalizzala dovevano, del tutto e prendersi la responsabilità di quello che facevano oppure mettere un personaggio come Bondi della Parmalat che la risanava, sul serio. E’ solo una questione di volontà non di teorie economiche.

  6. Antonio

    Tenendo a mente le cialtronerie delle varie aree politica (regola spesso applicata è ‘portare voti’ e non ‘facciamo funzionare le aziende al meglio’), e la gestione di alcune note privatizzazioni di aziende ‘di pubblico interesse’ e dei risultati conseguenti sulle aziende e sui loro clienti (noi in particolare) (Autostrade, Telecom, Acea, municipalizzate varie etc.), penso che la soluzione più adatta per le aziende ‘private’ a controllo pubblico – in particolare aziende di trasporto e utilities – sia definire uno specifico modello di governance dove il controllo dell’azienda pubblica sia tolto ai soci pubblici avendo organi societari composti nella maggioranza da indipendenti veri nominati da organismi terzi slegati dai Soci stessi (es. Corte dei Conti). Le ‘privatizzazioni’ in molti casi non hanno funzionato in quanto guidate al mantenimento di interessi politici, e tanto più quanto la ‘guida politica’ del momento era di parte.

  7. Ugo Arrigo

    Due annotazioni a margine del mio post e dei commenti al medesimo:
    1) Ho rettificato marginalmente i dati riportati in origine perchè in realtà il prestito ponte da 300 mil. del 2008 figura in bilancio AZ come debito e quindi è incluso nel valore del patrimonio netto negativo indicato in -1,4 mld.; esso non va quindi sommato ai conferimenti di capitale. Nello stesso tempo tra i soldi bruciati dalla gestione pubblica occorre considerare anche, rivalutata in euro 2009, la penale da 250 mil. che AZ ricevette da Klm per l’uscita dall’accordo di integrazione. Le due modifiche tendono tuttavia a compensarsi.
    2) Privatizzazioni: si dovrebbe vendere a chi è disponibile a pagare di più (e lo è perchè pensa di poter guadagnare di più dalla gestione, di essere più bravo degli altri nella conduzione dell’azienda). Nel caso specifico la ‘privatizzazione’ è consistita nel trasferire la proprietà a condizioni di favore in mani ‘amiche’, vietando di fatto la presentazione di offerte da parte di chi era disponibile a pagare di più (Air France e, probabilmente, anche Lufthansa. Comunque dal fatto che da noi le privatizzazioni vengano fatte male (in particolare perchè non ci si affida al mercato nella ricerca degli acquirenti) si dovrebbe dedurre, normativamente, che occorre farle bene e non che non bisogna farle.

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