Gli ultimi giorni di Pompei

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Domani, 10 novembre, il ministro Bondi riferirà in Parlamento sul crollo avvenuto nei giorni scorsi a Pompei. Il disfarsi della Scuola dei gladiatori ha dato il via a una serie interminabile di dichiarazioni, alcune troppo “di pancia” per essere prese in considerazione, altre utili per capire cosa è successo e come fare in modo che in futuro l’attività di tutela possa prevenire ulteriori crolli, a Pompei come in altri siti di particolare valore storico/archeologico. Premesso che chi scrive non ha una laurea in conservazione dei beni culturali, alcune cose però possono essere messe in evidenza per definire precisi problemi.
L’area archeologica di Pompei, causa degrado e incapacità gestionali, è stata commissariata nel 2008. Il ricorso a procedure emergenziali ha prodotto alcuni buoni risultati, ma inevitabilmente non ha potuto invertire (in così poco tempo) una tendenza che negli anni è stata segnata da incuria e scarsa attenzione.
Il primo mito da sfatare è quello dei soldi (“non si stanziano risorse sufficienti per la conservazione del nostro patrimonio”). Se è vero che gli stanziamenti del Mibac sono stati ridotti in questi ultimi anni, è altrettanto vero che la capacità di spesa del ministero presenta dati assai negativi. In sintesi, se si sostiene che i soldi sono pochi, ancora meno sono quelli che il Mibac riesce a spendere. L’esempio della Soprintendenza dell’area archeologica di Pompei conferma il fenomeno. Al dicembre 2009 poco più del 50 per cento della dotazione finanziaria annuale non è stata spesa (fonte: Eurispes). E’ chiaro come sussistano problematiche di ordine amministrativo e organizzativo.
Anche sul Foglio di oggi si legge una dichiarazione (“sotto vincolo di anonimato”) di un dirigente del settore che ha conoscenza di quanto succede a Pompei e dintorni (“Con due milioni e mezzo di visitatori l’anno, Pompei produce circa 25 milioni d’euro l’anno. Ma non ne spende più di 8. Tanto che si sono accumulati 40 milioni di euro residui”) che conferma quanto detto sopra.
Anche in termini di personale impiegato, si sente dire in questi giorni come questo sia insufficiente. Forse il dato assoluto può far propendere gli “esperti” a pensarla in tal modo. Il dato relativo mostra invece come, ad esempio in Campania, sia concentrato un quinto del personale a disposizione del Mibac. Se infatti si analizza come sono distribuite le risorse umane a livello territoriale, il 18 per cento presta servizio nella regione dove risiede l’area archeologica di Pompei. E’ vero che ogni regione presenta un patrimonio differente, ma la Campania ha circa 1700 unità in più rispetto alla Toscana e quasi 3000 in più rispetto alla Lombardia (fonte: Mibac).
Una conclusione in merito a questi due fenomeni (capacità di spesa e distribuzione territoriale del personale) dovrebbe portare a dire che il Mibac avrebbe bisogno di essere riorganizzato in una struttura più agile e snella, con poche e chiare funzioni. Che la distribuzione del personale a livello territoriale lascia molto dubbi in merito alle reali necessità, e che il ricorso a strumenti d’emergenza nasconde reali deficit strutturali.
Poi c’è tutto il discorso di natura tecnica legato alla tutela del patrimonio. E questo dovrebbe essere il solo ruolo che lo Stato dovrebbe ritagliarsi, lasciando perdere velleità gestionali volte a valorizzare e a garantire la fruizione dei beni culturali. Scindere i due aspetti non è cosa facile, ma si potrebbe cominciare agendo in termini di sottrazione di competenze pubbliche, dove possibile. Probabilmente in questi anni si è avverato quanto sosteneva  Giovanni Urbani, assai critico rispetto alla nascita del Ministero dei beni culturali. La sua preoccupazione riguardava la inevitabile “crescita burocratica del settore, a detrimento di quella tecnica”. Bisognerebbe allora ripartire dai fondamentali: quali sono i compiti dello Stato?

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