Fiat: perché penso Fini abbia torto

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Su questo blog parliamo spesso della nuova Fiat e di ciò che Sergio Marchionne ha chiesto con energia di mettere al centro dell’agenda per nuove relazioni industriali, basate su uno scambio tra più produttività e più salario reale ai lavoratori. Dunque sapete come la pensiamo. Ma la battura pronuncita oggi dal presidente della Camera Gianfranco Fini mi ha molto colpito. Non intendo in alcun modo fara un processo alle intenzioni, parlare di messaggio elettoralistico e di calcolo preventivo su come la pensi la maggioranza degli italiani. Non ho molto dubbi sul fatto che l’onorevole Fini abbia toccato un tasto molto popolare,  ricordando che la Fiat esiste grazie al contribuente italiano e che Marchionne sembra parlare più da manager canadese che italiano. Eppure, trovo che nel merito le parole di Fini siano profondamente sbagliate, per almeno tre ragioni. Provo a spiegarle.

La prima riguarda il passato. Per un secolo, dalle disinvolte manovre finanziarie del senatore fondatore – che per poco non lo portarono ad essere arrestato, su ordine del procuratore del re di fronte a denunzia dei soci fondatori come Biscaretti di Ruffia – alla prima guerra mondiale, dal fascismo al protezionismo del mercato domestico dell’auto, dal caso Alfa Romeo sfilata alla Ford per quattro lire fino ai lunghi anni pre crisi di incentivo pubblico all’acquisto di auto (di cui Fiat godeva scemando la propria quota nazionale, e sempre più si avvantaggiavano le case estere per i propri propdotti più competitivi) non c’è dubbio alcuno che le cose stiano come ha detto Fini. Di quel passato, è la politica a portare la responsabilità, da Giolitti a Mussolini, dalla prima Repubblica alla seconda. L’azienda ne ha beneficiato eccome, ma è la politica ad aver sempre creduto che così facendo la Fiat poteva essere indotta innanzitutto alla funzione di grande occupatrice di massa di manodopera, e a condizionarne l’allocazione degli impianti a fini anche di consenso, e non solo di sviluppo, com’è puntualmente avvenuto a conminciare da Termini Imerese  (la cui scelta avvenne nel 1970…). La politica ha continuato a ragionare così anche quando la globalizzazione abbatteva le barriere dei mercati nazionali e la competizione diventava mondiale. Ogni volta che la Fiat si trovava  a un passo dal fallimento e sempre senza riuscite strategie di partnership e di consolidamento mondiale, la politica ha creduto di poter rinviare un appuntamento con la storia che era invece inesorabile. Se anche il sindacato ha condiviso – come ha condiviso – lo stesso errore, le sue colpe sono meno gravi, perché era ovvio che difendesse la base occupazionale italiana.  Di fatto, la politica italiana non ha mai capito che per difendere nella globalizzazione una manifattura dell’auto insediata nel nostro Paese, era preferibile adottare misure favorevoli all’insediamento competitivo nel nostro Paese anche di gruppi concorrenti. Esattamente come due decenni fa fece l’America, che aprì a Toyota e Honda che iniziarono a rpdourre a costi e retribuzioni fino a più di un terzo più bassi di GM, Ford e Chysler. O come il Regno Unito,  che non ha più produttori britannici ma produce più auto che da noi in Italia.  Quel passato è fi- ni- to. Finito non perché la politica italiana abbia capito. O perché nel frattempo – com’è avvenuto – Marchionne è riuscito a trasformare l’ennesima grande crisi in una grande occasione di ingresso nel mercato americano con la Chrysler affuidatagli da Obama proprio perché è “canadese” – o svizzero, se volete –  assai più che italiano.  E’ finito solo perché con Tremonti la linea della lesina alla fine ha detto no alla protrazione degli incentivi. Per quel che mi riguarda, meglio tardi che mai. Perché per tutti gli anni in cui alla Fiat si dava la stampella di Stato io ho sparato e stracriticato, e la cosa mi ha esposto a tutte le critiche del giornalismo accodato a Torino e alla politica.  Ma allora mi aspetto che un politico avveduto dica che per fortuna quella lunga fase è fi-ni-ta. E aggiunga però che la lezione da trarne è che la politica ha sbagliato. Non che dica, come ha fatto Fini, che l’impropria influenza della politica sulla Fiat a questo punto deve continuare, in nome dei tanti favori fatti in passato.

La seconda ragione riguarda il presente.  Marchionne ha semplicemente ricordato che nella nuova Fiat non può contuinuare a funzionare come in passato: quando cioè tutti gli stabilimenti italiani dell’auto complessivamente nel contro aggregato perdevano, e gli utili venivano invece dal Brasile e dalla Polonia. E’ stata questa, la realtà dei recenti anni: i posti di lavoro italiani di Fiat Auto erano sussidiati dai risultati realizzati dai lavoratori polacchi e brasiliani. Chi replica che Marchionne mente perché dovrebbe invece opensare a trattare col sindacato i nuovi modelli che non ha e magari anche allestimenti e fornitori, scientemente aggira il problema di fondo. Nel nostro Paese, qualunque grande gruppo manifatturiero esposto alla concorrenza ha dovuto delocalizzare quote crescenti della propria produzione.  Perché alla bassa produttività effetto delle esternalità negatrive dovute ai sovraccosti energetici, delle infrastrutture e della logistica, si sommano relazioni industruiali basate su princìpi e regole vecchie, da mercato compartimentato autarchico e non globalizzato. Il nuovo presente che Marchionne addita ha una legge, “senza utili si chiude”. Non è una minaccia autoritaria: è una banale realtà. Da una politica avveduta – massime se poi prende voti di centrodestra –  mi aspetto che questo nuovo presente vienga condiviso e spiegato agli elettori come la base di scelte nuove. Lo ha capito una parte maggioritaria del sindacato, con l’accordo interconfederale del 2009 e le nuove deroghe al contratto dei meccanici, lo ha capito perché sa che lo scambio porta oltre alla difesa del lavoro più salario reale ai lavoratori, non salario invariato come in Germania o minor salario come negli USA. Ma l’onorevole Fini, evidentemente, con le parole di oggi mostra di non averlo capito. Oppure comunque  strizza l’occhio a chi dice che le cose non stanno così. Oppure ancora a chi chiede la cogestione e il sindacato nel cda. Ma strizzare l’occhio e dirlo esplicitamente è la stessa cosa, per quanto mi riguarda, quando mla scelta deve essere netta e o si sta di qua, o di là.

La terza ragione riguarda il futuro. Nel futuro, non sta scritto a lettere d’opro che l’Italia riesca a difendere la sua manifattura nell’auto, se non si adegua al mondo di ieri e di oggi in un solo colpo. Questa è la giustezza – secondo me – della posizione di Marchionne. Che non può con una bacchetrta magica recuperare il gap di investimenti e tecnologie che la magrezza delle tasche del socio di controllo non ha consentito a Fiat negli anni in cui tedeschi e giappionesi e francesi invece avevano risorse e le hanno usate scalando le classifiche mondiali. Eppure, ha ragione lo stesso, perché comunque l’operazione americana è avviata, ma se non vogliamo che Fiat diventi solo socio di controllo – speriamo ce la faccia- di Chrysler e resti in Polonia e Brasile, allora dobbiamo cambiare marcia e relazioni industriali in Italia.  Io penso che l’Italia possa farcela, a difendere l’auto e ad avere magari anche stabilimenti di competitor. Ma ci vogliono politici che capiscano che cosa l’Italia deve fare per riappropriarsi di un futuro che oggi le è negato, dalle sue regole e costi. Non politici nostalgici di un passato sbagliato.

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