25
Ott
2010

Fiat: Marchionne, Fini e l’auto di Stato

Le parole del Presidente della Camera Gianfranco Fini verso Sergio Marchionne, amministratore delegato di Fiat sono molto forti: “si è dimostrato più canadese che italiano”. Senza dubbio è solo un vantaggio. Ci voleva il canadese Marchionne per cambiare le relazioni sindacali in Italia. Vogliamo davvero che si continui ad avere una Fiat che sopravvive grazie ai soldi dei contribuenti? Né Fini né Marchionne lo desiderano. In realtà le affermazioni del presidente della Camera devono essere prese più come uno slogan elettorale e meno come un attacco a Fiat e al suo amministratore delegato; meglio dunque discutere del modello produttivo italiano, del suo fallimento e degli esempi da seguire o non seguire. E su questo ultimo punto vi è un’analisi di Massimo Mucchetti, che nel suo editoriale del Corriere della Sera sostiene che l’America non ha più nulla da insegnarci nel settore auto motive.

Ma è davvero cosi? Esiste una sola America dell’auto, vale a dire quella salvata da Barack Obama grazie ai miliardi di sussidi pubblici e simile all’Italia anni ‘90?

L’America di cui parla Mucchetti nel suo intervento non è un esempio da seguire. Questo è certo. Salvare l’industria dell’auto di Detroit è stato uno dei maggiori errori dell’Amministrazione Democratica americana e l’unico perdente è stato il contribuente americano.

Sergio Marchionne è stato capace di entrare nel capitale di Chrysler senza sborsare un euro. Fiat possiede giá il 20 per cento delle azioni dell’ex gigante di Detroit e potrá salire al 51 per cento per “soli” pochi miliardi di dollari. Un’operazione politica, perché di questo stiamo parlando, perfetta.

Ha dunque ragione l’editorialista del Corriere della Sera?

L’America, per fortuna, non si ferma a Detroit. Esiste un’altra America, più dinamica, che ha capito da che parte girava il vento dell’auto.

Sono gli Stati del Sud, che sempre hanno avuto uno sviluppo economico inferiore rispetto al Nord e agli Stati della Costa Atlantica. Sorprenderà, ma i grandi Stati produttori di veicoli oggi si chiamano Ohio, Kentucky, Alabama. Qui vi è stata ormai da circa due decenni una rivoluzione silenziosa, che ha saputo riformare il settore dell’auto statunitense. Quattro milioni di veicoli prodotti nel momento di picco, grazie all’arrivo di investitori stranieri e non ai soldi dei contribuenti pubblici. Una sana concorrenza tra gli Stati, che il Governo Obama ha pensato di falsare grazie al salvataggio pubblico di due delle “big three”.

Nel vecchio polo automobilistico di Detroit, le posizioni sindacali e l’incapacità di cambiare di un intero “distretto” hanno portato al fallimento di GM e di Chrysler.

La soluzione adottata da Barack Obama è stata quella di iniettare decine di miliardi di dollari per tenere in piedi un sistema ormai vecchio. Questi miliardi hanno portato ad avere una Chrysler che ancora adesso, è a maggioranza azionaria dei sindacati (gli stessi che hanno portato al fallimento) e il Governo Americano.

Il costo del lavoro negli Stati del Sud degli USA nel settore auto, che producono ormai quasi il 40 per cento delle auto americane, grazie agli investimenti diretti esteri delle case automobilistiche europee, giapponesi e coreane, è inferiore di oltre il 40 per cento rispetto al distretto di Detroit.

Si parla di un settore che genera oltre 81 mila posti di lavoro diretti e oltre mezzo milione di posti di lavoro indiretti.

La concorrenza nel sapere attrarre gli investimenti è essenziale e questo l’Italia non l’ha capito, nonostante gli avvertimenti di Marchionne.

Avere una parte del sindacato che vuole bloccare Fiat, perché l’azienda porta un investimento di centinaia di milioni di euro in Italia (caso Pomigliano d’Arco) in cambio di maggiore produttività, mostra come l’Italia sia destinata a fare ulteriori passi indietro nelle classifiche di competitività citate ieri da Sergio Marchionne nella trasmissione televisiva condotta da Fabio Fazio.

L’America ha ancora tante cose da insegnare all’Italia nel settore dell’auto. L’esempio però arriva da quegli Stati del Sud degli USA che hanno saputo attrarre investimenti esteri e non arriva certo dal modello di “fabbrica di Stato” che è stato alla base della politica di Obama negli ultimi due anni.

“L’auto di Stato” non è il modello americano, è il modello Obama. L’unica certezza è che l’Italia, che per troppi anni ha sussidiato Fiat, con Marchionne ha l’opportunità di voltare pagina.

Saranno capaci i politici e i sindacati a comprendere la svolta?

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9 Responses

  1. stefano tagliavini

    Dunque avrebbe ragione Marchionne? Mi chiedo dove sono state tutte queste
    persone che danno ragione all’amministratore delegato della FIAT negli
    ultimi 30 anni. La FIAT è andata ciclicamente in crisi, ha sbagliato
    spesso inevestimenti, ha beneficiato di una politica dei trasporti
    nettamente sbilanciata a favore del trasporto su gomma, prova ne sia
    l’attuale sistema dei trasporti merci su rotaia ad esempio, ha usufruito di
    aiuti economici senza precedenti e oggi ci viene a dire che i suoi utili
    sarebbero maggiori se non ci fossero gli stabilimenti italiani?
    Se non si fossero stati lo Stato italiano, scusate il gioco di parole, gli
    operai italiani con i loro sacrifici, la FIAT sarebbe andata a picco non
    una ma due o tre volte. La FIAT nel nostro paese ha sempre fatto il bello e
    il cattivo tempo, spesso il cattivo tempo. A questo paese e ai veri
    metalmeccanici Marchionne il metalmeccanico dovrebbe dire solo grazie.
    Crisi economiche e industriali hanno da sempre colpito un azienda che negli
    ultimi anni si è sempre di più indebolita rispetto ai suoi competitori.
    Paga i suoi operai meno rispetto a quanto percepiscono gli operai tedeschi
    del settore auto, fabbrica auto decisamente scadenti e non è in grado di
    entrare nei mercati stranieri, l’accordo con la crysler è costato poco
    visto le condizioni economiche in cui versava l’azienda americana e
    comunque in Germania il sndacato dell’auto tedesco per OPEL ha preferito
    gli austriaci.”

  2. Andrea Giuricin

    Gentile Stefano Tagliavini,
    La ringrazio per il suo intervento.
    Marchionne ha ragione sul presente ed è su questo che puó rispondere, dato che negli anni ’80 e ’90 non era in azienda.
    Fiat ha vissuto di aiuti pubblici e del protezionismo del mercato, ma ormai sono il passato.
    Volendo, si puó parlare del passato, ma è meglio andare avanti.
    Vogliamo importare il modello Obama? È uguale a quello italiano che nè Fini nè Marchionne vogliono.
    La Fiat non è forte, come ho scritto in tanti pezzi. Le manca una vera struttura globale ed è debole in Asia.
    Il sindacato tedesco ha scelto Magna? E Opel è restata a GM, grazie ai soldi pubblici di Obama.

  3. gregorio

    Caro Giuricin, con molta abilità stilistica Lei conclude con una domanda retorica.
    L’esternazione di Fini, infatti, è vacua e, semmai, un’ulteriore dimostrazione di come la classe dirigente Italiana non comprenderà mai la svolta. Perchè? Sono troppo presi dall’auto referenzialità, dal circo mediatico nazionale. Dal voler “piacere” comunque e per forza. Alla dichiarazione di Fini ne seguiranno altre 20 (altrettanto futili) da parte di altri politici su altrettanti spazi mediatici.
    Risultato? Per il paese e per i lavoratori nessuno.

    Il dramma non sta soltanto nel fatto che “la Fiat potrebbe fare meglio se non producesse in Italia”, ma peggio : che non si trova più nessuno a volerci venire!

    Giova ricordare che nel 2005 la General Motors ha versato “cash” alla Fiat 1,5 miliardi di Euro pur di svincolarsi dall’obbligo di occuparsi della chiusura di almeno 3 stabilimenti in Italia. Tuttora sono in attesa di sapere dal governo quali fantomatici investitori esteri si celino dietro al subentro di Fiat a Termini Imerese. Scusate, dimenticavo, sono argomenti troppo noiosi questi. Meglio fare un sopraluogo in Puglia per sapere cosa sia veramente successo in casa Misseri.

  4. Luca Giammattei

    Gentile Giuricin, ma quegli operai del sud degli stati uniti, con i loro salari si possono permettere di acquistare cio’ che costruiscono?

  5. Hi, Mr. Giuricin.
    Una domanda mi arrovella. Se la Polonia costa 1/3 rispetto all’ itaglia, perchè mr. Marchionne non se n’è ghiuto ? Io, da “azionista vulgaris” lo inseguirei con un palo turco. Da ieri…come da dimostrazione…senza itaglia..avrei guadagnato di+… e dunque lo inseguirei con 2 manufatti ottomani. Perchè Mr. Marchionne non svolge per bene il suo compito di AD ???. Dov’è il trucco ??.
    Mr. Giuricin, per sua info, sono il monopolista dei pali turchi “worldwide”, e non ho ricevuto ordini da shareholders FIAT…come la mettiamo?
    @GREGORIO. Il paradosso continua. GM regalò 1.6G€ cash a FIAT…per essere comperata. Infatti pochi mesi dopo GM al collasso veniva valutata 2G$. Molto meno del liquido “evaporato”. Tantochè i soci CAI, viste le resistenze delle vergini sindacali alitaglia, valutata 1G€, pensarono di comperarsi GM. Una irripetibile epopea suina.

  6. xxxmen

    @Luca Giammattei
    In un programma che parlava della chiusura di uno stabilimento della Toyota nel sud degli USA, sentivo citare stipendi addirittura di 80-100k Dollari negli anni del BOOM.
    Chi doveva tirar su soldi, poteva farlo lavorando il più possibile.

    Certo che se a pomigliano i giovani votano no perchè il week-end devono andare a ballare. E’ immorale sostenere un aumento di retribuzione.

  7. luigi zoppoli

    Concordo con le ipotesi dell’articolo. Vorrei solo aggiungere che per quanto riguarda GM e Chrysler, nel pessimo andamento hanno inciso pessimi manager. Rick Wagoneer ad esempio avrebbero dovuto pagarlo di più ma per stare a casa e non far danni. La Mercedes ha commesso altettanti errori in Chrysler di cui l’ultimo è stato svendere la compagnia a Cerberus. Troppo poco spazio per entrare in particolari che l’autore cperaltro immagino conosca.

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