24
Ott
2010

Disoccupazione giovanile e colpe delle famiglie

Viogliamo dirlo che in realtà gran parte della diosoccupazione giovabnile nel nostro Paese è figlia di un colossale errore culturale, più e prima che della debolezza del nostro tessuto produttivo? A me par proprio così, anche se è impopolare dirlo. E mi sembra sia confermato dall’indagine Excelsior Unioncamere rielaborata da Confartigianato di cui ha scritto oggi il Corriere della sera.

Ogni anno, agli studenti in università, sottopongo questionari su svariati argomenti. Non sono tenuti a rispondere, e garantisco naturalmente l’anonimato, ma chiedo loro di farlo per consentirmi di conoscere meglio chi mi trovo di fronte, che cosa pensi e quali idee si sia fatto non solo delle materie che studia, ma soprattutto della professione per la quale ciascuno ha in mente di prepararsi, del mondo del lavoro e dell’Italia più in generale. Anno dopo anno, accumulo questi piccoli test su un campione di un centinaio di studenti quasi sempre alla fine della laurea di specializzazione, ragazzi che in media hanno più 26 o 25 anni che 23 o 24 come dovrebbe essere. Chiedo anche che esperienza di lavoro abbiano accumulato, chi di loro abbia trascorso almeno più di quattro settimane impegnandosi in lavori a tempo o part time, reperiti come e con quale soddisfazione. Il test comprende anche una domanda sulla prima retribuzione attesa, per un’eventuale occupazione a tempo indeterminato. E poi una sulla remunerazione che sarebbe da ciascuno considerata ragionevole e giusta per lavorare a tempo pieno, al di là di quella ottenibile.

Nel mio campione annuale, gli universitari giungono a fine studi senza avere un’esperienza di lavoro vera in circa i due terzi dei casi, e in alcuni anni si sale addirittura a tre quarti. L’anno scorso, la media delle risposte alla domanda “ma tu quanto davvero riterresti giusto esser pagato, per un lavoro che credi di poter svolgere al meglio”, ha barrato la casella 2600-2800 euro. Netti, s’intende. Commentando, dissi scherzando che se mi indicavano in quale galassia stesse il pianeta in cui poteva avvenire una cosa simile, li avrei seguiti nel viaggio siderale. Seriamente, aggiunsi, le vostre aspettative sono così grossolanamente distanti dal vero perché conoscete poco la realtà del lavoro, ne avete un’idea sbagliata e per questo ancor più frustrante di quanto la realtà del mercato sia problematica in sé.

E’ impopolare dirlo, in un Paese dove a prevalere – anche nell’informazione – è la continua denuncia del lavorio sfruttato, del precariato che rapina presente e speranze future di famiglia dei giovani, e delle imprese che pagano poco e vogliono molto. Ma a me sembra che la difficoltà del lavoro giovanile molte volte dipenda da altro. Da un enorme condizionamento culturale, figlio del balzo in avanti nel benessere avvenuto in una sola generazione – tra fine anni 70 e soprattutto negli 80 – mentre per altri Paesi ha richiesto decenni. Moltissime famiglie – anche tra i redditi medi e bassi – tengono artificialmente i propri figli il più a lungo possibile “protetti” da ogni esperienza concreta di lavoro, da ogni seria consapevolezza delle remunerazioni realmente percepite per mansione e qualifica. La licealizzazione e l’università di massa realizzano così un doppio paradosso: un esercito di studenti (e d’insegnanti) frustrati poi perché le scelte d’indirizzo non corrispondono affatto né alla realtà del mercato del lavoro italiano, né tanto meno alle sue remunerazioni, e insieme l’impossibilità di perseguire sul serio merito ed eccellenza.

Non è solo il mio modestissimo test annuale, a comprovarlo. L’ennesima e ben più autorevole conferma è venuta da Confartigianato e dal rapporto Excelsior Unioncamere sulle difficoltà di reperimento di manodopera da parte delle imprese italiane. Apprendiamo così che se la disoccupazione è oggi all’altissima percentuale del 27,9% per i giovani tra 15 e 24 anni, essa al nwetto di un problema forte che continua a sussistere al Sud potrebbe praticamente azzerarsi o quasi altrove se solo formazione e aspettative dei giovani fossero indirizzate al mondo del lavoro vero, e non a uno che non c’è se non nelle menti delle loro ipertutelanti famiglie. Perché anche in questo difficile 2010 il 26,7% del fabbisogno di lavoro delle imprese italiane risulta insoddisfatto. Al vertice della classifica dei lavori rifiutati dai giovani, qualifiche tecniche come quella di installatori di infissi, panettieri e pastai, tessitori e maglieristi, addetti all’edilizia e pavimentatori, falegnami e verniciatori, saldatori e conciatori. Come si vede, qui non stiamo parlando di braccianti o muratori non specializzati, ma di quella che per secoli è stata l’aristocrazia del lavoro artigianale e d’opificio, tramandata con lunghi tirocini per la formazione di un capitale di conoscenza che non è solo manuale, ma interagisce oggi con macchinari e processi avanzati e specializzati.

In Germania questo non avviene, perché quel Paese ha avuto la lungimiranza di mantenere un canale di formazione professionale ad alta priorità nelle scelte sia dell’istruzione pubblica che delle famiglie. Dipendesse da chi scrive, parificherei in tutto e per tutto il tirocinio e l’apprendistato nelle piccole imprese, in quelle artigianali e di commercio, al titolo professionale dispensato dal sistema pubblico, oggi scartato dal più delle famiglie e dai giovani ignorando che retribuzioni per mansioni tecniche specializzate sono superiori a quelle impiegatizie a cui i laureati finiscono spesso per incanalarsi, pieni di delusione.

Ma non bastano solo le riforme ordinamentali e della formazione. Ciò che serve davvero è un cambio di mentalità. Ed è l’intero Paese a doverlo fare. Riconciliarsi con il lavoro vero significa spingere i figli fin da giovanissimi a sporcarsi le mani, a non disprezzare la manualità, a mettersi alla prova, a uscire di casa anche dieci anni prima di quanto ormai capiti. Apriamo tutti gli occhi, questa deve essere la parola d’ordine. Se in larga misura la disoccupazione giovanile deriva da un difetto percettivo, l’incapacità di vedere è nostra, non figlia di un destino cinico e baro.

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35 Responses

  1. Andrea

    Analisi corretta, ma vorrei capire il tuo studio statistico da che università viene perchè il salario “giusto” di 2600-2800 euro sono davvero di un altro pianeta.

  2. Rocco Todero

    Carissimo Giannino sono pienamente d’accordo. Se mi permette questa intuizione l’ho avuta pure io e l’ho manifestata in un commento sul suo recente pezzo sulle lobby degli avvocati. ( mi e’ venuto il dubbio di avergli offerto lo spunto!!! Scherzo, naturalmente! ). Io sono solito parlare solo di quello che vedo e di quello che vivo direttamente. Ebbene, in provincia di Catania, dove vivo e lavoro, l’economia si retta per decenni sull’agricoltura e dalle mie parti in particolare sull’agrumicoltura. Esistono grossi paesoni da 15.000 abitanti in su dove tutta la ricchezza e’ stata frutto della terra e fino a non poco tempo fa al lordo di lavoro nero, tassi di evasione da capogiro e sussidi di disoccupazione non si stava poi cosi’ male. Ma da circa tre decenni si e’ diffusa la cultura dell’emancipazione da lavoro impiegatizio o libero – professionale; i genitori con la gallina dell’appezzamento di terreno che produceva arance, mandarini o limoni hanno creato le uova delle abitazioni per loro e per i loro figli e le uova degli studi universitari per tutti. Ci di e’ concentrati sulle uova pero’ e si e’ lasciata invecchiare la gallina sino al punto dal renderla improduttiva. La produttività della terra ha creato migliaia di avvocati, dottori commercialisti, ingegneri, medici ( uno ogni famiglia) e miliardi di laureati in lettere. Per erogare servizi a chi? A quali aziende? Praticamente a nessuno! Bisognava essere professionisti o dottori in qualche cosa che non fosse legato pero’ alle aziende agricole. Nessuno alla domanda cosa vuoi fare da grande rispondeva: voglio fare l’imprenditore agricolo, voglio che le mie arance, per esempio, siano le più buone di tutte! E alla fine cosa e’ accaduto? Tutti laureati, tutti disoccupati, eccesso di offerta in alcune professioni, eta’ media di un imprenditore agricolo sopra i 55 anni, panico o depressione generale, a secondo dei punti di vista. Come e’ possibile che in Sicilia abbiamo ottime facoltà di ingegneria e giurisprudenza ed invece le facoltà di agraria o i corsi di economia del turismo sono pressoché anonimi? E’ colpa del nostro sistema scolastico dove se lei parla di economia o di posizionamento di mercato con un docente pubblico qualsiasi La prendono per matto, glielo assicuro. E’ colpa di una certa cultura di sinistra imperante nelle scuole e nei settori pubblici dove si e’ ritenuto che tutto fosse cultura utile fuorché l’economia e dove tutti i modelli antropologici erano da indicare a modello fuorché quelli dell’imprenditore, del piccolo artigiano, del lavoratore manuale ecc… Saluti.

  3. Vorrei dire anch’io la mia, giacché si parla di coetanei/colleghi (neo 25 primavere). Condivido gran parte delpost, però su alcuni punto ho qualche perplessità. Inizio dall’università che è il tema più hot: quella italiana é senza mezzi termini un disastro. Ho studiato 3 anni in un’università italiana, di cui 1 come studente Erasmus in Germania e ho deciso, senza pentirmene, che il master (la magistrale) l’avrei fatto coi tedeschi. Per liberare subito il campo da equivoci, preciso che si trattava di un’università del Veneto, cosa succede in quelle del sud glissiamo. Per come la vedo io, il primo vero problema della formazione in Italia nasce proprio nelle università, le quali sono diventate un prolungamento sbiadito delle scuole superiori, o liceo che dir si voglia. La responsabilizzazione dello studente semplicemente non esiste: deadlines che si possono negoziare, esami che si possono ripetere ad libitum nonché “rifutare” (ho condotto tra gli amici europei svariati sondaggi sulla possibilità di rifiutare i voti ma non ho trovato nessun caso simile in Europa: se ne esistono, qualcuno me lo faccia sapere, potrei aver peccato di self selection;)), professori che ti fanno discutere “tesi” senza averne letto più di 5 pagine (sfido che la metà delle tesi alla laurea triennale non passerebbe la prova antiplagio su google 😉 ), totale assenza di assignments, discussioni, papers, tutte attività che richiedono organizzazione del tempo e rispetto delle scadenze. Insomma per farla breve nessuno ti mette il fiato sul collo, nessuno pretende molto da te, ergo te la prendi molto rilassata, salvo poi accorgerti alla fine della fiera che non hai quegli skills fondamentali per essere pronto alla sfida del mercato globale del lavoro (ometto volontariamente la penuria dell’insegnamento delle lingue straniere e gli insegnamenti impartiti in lingua inglese, roba dell’altro mondo!). Per quanto riguarda le esperienze in azienda durante il percorso di studi direi che il mea culpa va diviso abbastanza equamente tra imprese e studenti: qui in Germania il Praktikum è fondamentale per avere accesso poi ad una carriera rispettabile, lo fanno quasi tutti (almeno 1 o 2 volte nei 5 anni di università). Devo dire però che le imprese sono lietissime di ricevere studenti, investire tempo nell’insegnare loro qualcosa e pagargli anche un decente salario. Questa cosa in Italia esiste in forma veramente circoscritta: le imprese (presumo a causa della dimensione ridotta) danno ancora troppo poco peso alla formazione del capitale umano e poche volte sono disposte ad investire risorse. Aggiungo però che la stessa organizzazione dell’anno accademico rende difficile il prendersi 3 mesi (a patto che qualcuno ti accetti per così poco tempo) senza sottrarlo ai corsi o agli esami (in Germania esistono vere e proprie pause tra i semestri, che generalmente durano dai 2 ai 3 mesi, pensate appositamente per le esperienza nelle imprese).
    Artigianato: qui non sono d’accordo con Giannino e spiego perché. Premetto che considero il lavoro artigiano quasi nobile ma gran poco sexy, soprattutto agli occhi miei e dei miei coetanei. Credo fondamentalmente che l’Italia abbia mancato quel salto di qualità verso un’economia più avanzata che tanti giovani (credo) si aspettavano e che forse ancora si aspettano. Quando studi economia o ingegneria il minimo che ti aspetti è di lavorare in ufficio; anche quando ti diplomi perito meccanico, elettrico o whatever, ti aspetti comunque di lavorare in un luogo pulito dove le mani non te le sporchi granché. Errore? Si, può essere ma credo in fondo abbastanza legittimo. Se l’economia del paese è rimasta ai livelli tecnologici di 20 anni fa non è colpa nostra. Molti dei miei colleghi all’università (compreso il sottoscritto) sono la prima generazione che studia non dico all’università (apriti cielo!), ma addirittura alle scuole superiori. L’aspettativa del padre muratore che fa studiare il figlio coincide esattamente con quella del figlio, il quale si aspetta di non fare la fine del vecchio.
    Ultimo brevissimo sulle famiglie: i miei coetanei sono immobili, coccolati in eterno dalla madre, paurosi. Andarsene a Bologna o a Torino per lavoro? Bestemmie. Un tedesco a 18 anni spesso parte per un viaggio all’estero (o va al militare) oppure si trasferisce in un’altra città per studiare. L’eccezione è il non farlo. Le famiglie, ma più in generale la cappa culturale del familismo hard style all’italiana, pesa sulle buste paghe e sullo sviluppo dell’intero sistema. Chiedo venia per la non brevità.

  4. Claudia

    D’accordo al 100% e darei la colpa anche alle famiglie di coloro che un posto di lavoro alla Fiat ce l’avevano e ora se lo stanno giocando. I sindacati, per lo meno hanno il loro tornaconto a remare contro, ma le famiglie?
    Quante volte mi faccio la stessa domanda: ma sono tutti orfani? sono tutti senza parenti? senza amici? …quando vedo gente che va a farsi massacrare da X-Factor, al Grande Fratello, a chiedere consigli ai maghi, gente che non capisce la fortuna che ha ad avere un posto di lavoro in Italia piuttosto che in Cina.
    Anch’io avrei preferito fare una diversa scelta di studi universitari, ma non avendo nessuno che mi mantenesse ho fatto alla fine una scelta che mi garantisse un futuro lavorativo certo.
    Il fatto è che le facoltà scientifiche costano fatica cerebrale, quanto più comodo scegliere le varie scienze della comunicazione salvo poi lamentarsi che ci si ritrova a spasso.
    Ma dove sono le famiglie quando i giovani devono scegliere la facoltà universitaria??
    Lettere? Filosofia? Storia? Sì, solo se potete mantenere i vostri figli e i vostri nipoti a vita. Non dico tanto per dire, dico sul serio, un tempo agli studi letterari si dedicavano i nobili, mica tutti.

  5. Sì, che vogliamo dirlo! Io ho già cominciato, veramente, e anche qualcun altro, a quanto pare.
    Non che sia sufficiente dirlo ma per risolvere i problemi prima bisogna individuarli.

    Il rapporto Confartigianato è anche la dimostrazione di quel che succede in un paese in cui si cominci a pensare che non è importante lavorare ma fare carriera.

    Mi si gela il sangue quando leggo, a volte, che la soluzione viene individuata in “più formazione”. Non mi riferisco al pezzo che sto commentando ma a vari altri scritti. C’è un modo di intendere la formazione, mi sembra, che serve solo a mantenere strutture e dipendenti ma non cambia nulla.

    Quello che manca e che aiuta ad affrontare il lavoro in un certo modo è una educazione, che viene prima della formazione. Il cambiamento di mentalità nasce da qui. Ma, chissà perché, non se ne parla molto.

  6. Pastore Sardo

    Articolo impeccabile, una fotografia a cui aggiungerei anche che il vivere con il sedere dei genitori rende molti giovani strafottenti e poco inclini al rispetto altrui e anche quello genera costi in una società dove il costruire assieme non è usuale.

  7. Vabbè, tutto vero, ma… in ospedale è una battuta ricorrente che il lavoro di idraulico è più redditizio e dà più soddisfazioni di quello del medico più reparto, e non è solo uno scherzo, ma quanti dottori farebbero salti di gioia se il figlio dicesse: vado a fare l’apprendista in un officina?
    D’altra parte conosco tante persone che, dopo aver vivacchiato in qualche palude universitaria, si sono resi conto che preferivano fare i falegnami o che si sono iscritti, ad esempio, a infermieristica. Forse l’istruzione superiore (anche liceale) dovrebbe aiutare a fare questo tipo di scelte prima.

  8. Pietro

    Sara’, ma io dopo una laurea farlocca ed aver lavorato qui e la, ho scoperto in Australia che lavare auto usate e’ un lavoro che non mi discpiace. Tornato in Italia, a 30 anni, ho inviato CV e contattato agenzie di collocamento per propormi per tutti i lavori suddetti, e non ho avuto mai nessuna risposta.
    Un po’ come ATM (trasporti pubblici di Milano) che continua a dire di non trovare gente che vuol lavorare, ma il mio CV deve proprio fargli schifo.
    Direi che c’e’ un problema anche nelle aspettative delle aziende e nei metodi di assunzione se uno a 30 anni, laureato e con un buon inglese non trova nemmeno a fare il montatore di finestre e poi si deve sparare articoli come quello del Corriere di ieri.

  9. Pasquale

    A mio avviso, occorrerebbe introdurre un sistema scolastico come quello svizzero, con una chiara distinzione tra formazione liceale e professionale, così come tra università teoriche (votate alla ricerca) e applicate (che guardano all’industria).
    Un sistema dove al liceo e agli studi “alti” puntano solo quelli che realmente vi sono portati (e non si parla di censo, ma di testa), mentre per gli altri si offrono infinite possibilità lavorative, con praticantati, e formazione tecnica seria.
    Poi ogni ragazzo deve essere libero di scegliere e di poter passare da una formazione all’altra, se crede di aver sbagliato strada. Ovviamente, ogni passaggio deve prevedere una valutazione e non essere automatico.

    L’Italia è il Paese dei Dottori (falsi, perché senza Dottorato) inutili.

  10. alex

    @Elia Berdin
    Visto che sono un tuo quasi coetaneo e ho fatto esperienze simili alle tue vorrei confermare tutto ciò che dici. Non sono però d’accordo sulla parte dell’artigianato. Su quel punto Oscar Giannino non sbaglia. Fra una decina d’anni, se non prima, piaccia o non piaccia, a noi e ai nostri genitori, ci ritroveremo commesse laureate, muratori con un master e portieri di notte laureati in filosofia. Il perché lo hai spiegato tu stesso descrivendo comparativamente il sistema universitario italiano e tedesco (che è ben lungi dall’essere ottimo!). E aggiungerei che in Germania la selezione per entrare è dura e si basa spesso sul voto del diploma. Poi ci vorrà una generazione almeno perché noi, laureati e genitori, non ci faremo fregare dai nostri figli spendendo decine e decine di migliaia di Euro per farli diventare commessi (in negozio, non alla Camera!).

  11. Le famiglie indirizzano verso i licei, e conseguentemente verso l’università, soprattutto a causa dell’inadeguatezza della formazione tecnica e professionale che, oltre a non raggiungere gli scopi educativi che si prefigge, spesso vive nel degrado culturale e sociale rappresentando una sorta di “scuola ghetto” di seconda serie. Non credo che nella maggior parte dei casi si tratti dello snobismo di volere un figlio laureato a tutti i costi, ma semplice istinto protettivo.

    Dall’altro lato è presente una forte resistenza burocratica all’ingresso nel mondo del lavoro, in pratica un artigiano dovrebbe prendere un ragazzo a “scatola chiusa” assumendolo dopo soli 45 giorni di prova, che per altro costano tra avviamento pratica e stipendio più di 1000 euro, per 5 anni con un contratto da apprendista, un mix di costi e mancanza di flessibilità che scoraggia molti e impedisce al mondo del lavoro di supplire alle carenze di un comparto istruzione fallimentare.

    Daltronde la mancanza di ricambio nel campo delle maestranze qualificate (e in parallelo l’alta disoccupazione dei laureati) è un problema che affligge tutti i welfare state moderni, compresi gli “illuminati” nordici, segno che uno dei settori in cui lo stato ha fallito di più nel tentativo di sostituirsi al mercato è proprio l’allocazione delle risorse umane.

  12. @alex

    Grazie Alex per il contro commento. Aggiungo subito però che non sono d’accordo. Ti spiego come la penso: tu descrivi uno scenario simile a quello cubano, dove i prof sono costretti a guidare i taxi per arrotondare la paga infima che hanno. È chiaro che si tratta di un’inefficienza pazzesca, cosa che nel nostro contesto non sembra (almeno fino ad ora) esserci. Tra 10 anni probabilmente nemmeno: certo se assumi che il paese rimane a tasso tecnologico pari al 1990 allora potrei anche convergere con te, ma credo che la competizione globale faccia imparare un po’ a tutti l’arte della sopravvivenza!
    Comunque un dato importante che sfata questa visione è senz’altro il numero di laureati (a prescindere dalla facoltà) italiani dai 25 ai 34 anni che é del 19% contro una media europea del 30% (fonte Eurostat, articolo riportato da Repubblica). Ora se questo é un dato attendibile, direi che il problema del surplus di laureati (come sostieni tu) semplicemente non sussiste. Piuttosto potremmo parlare di laureati-patacca (scienze della comunicazione ecc) in eccesso con informatici in pesante deficit, una specie di mismatching domanda offerta. A naso mi pare che sia forse più questo il problema, ma a esser franco non mi convince. Poi uno si chiede perché gli artigiani non trovino giovani da occupare: credo ci sia un mix di ragioni più o meno rilevanti. In Italia esiste una fetta non trascurabile di persone inattive (specialmente al sud) che rendono la partecipazione al lavoro appunto molto Bassa. Le paghe sono cronicamente basse (leggi gran poco sexy) perché la produttività media in molti i settori (e probabilmente in quelli artigianali molto di più, visto che quasi un’azienda su 2 non usa nemmeno le email per comunicare!) é molto Bassa. Aggiungo anche che la tassazione è vigliaccamente alta! Terzo non trascurabile fatto riguarda il mercato dei servizi: preistorico, inefficiente e ancora relativamente piccolo (relativamente all’industria si intende). Quest’ultimo potrebbe essere, se liberalizzato SELVAGGIAMENTE, una buona risposta alla presunta discrepanza tra lauree offerte e lauree richieste. Il discorso sarebbe ancora molto ampio e molto interessante ma concludo, pena l’essere noioso e fortemente anti “ermetico” ;).

  13. Roberto Bera

    Parzialmente OK.
    -Esiste anche, in campo tecnico scientifico un ritardo italiano. E’ molto più remunerativo e facile trovare lavoro all’estere, soprattutto dopo Erasmus e Master esteri.
    -x Rocco: se i miei avessero avuto un pezzo di terreno, non avrei esitato a studiare filosofia e continuare nell’azienda agricola, magari trasformata in bio-dinamica.
    -Le aspettative dei genitori sono fatali, perchè immaginano il mondo come si è evoluto da quando loro erano ragazzi ad oggi: ti obbligano ad investire sulla “bolla che sta per scoppiare”.

  14. Bel post, anche se non al 100% per me. Comunque ogni parola del buon Oscar per noi è Bibbia. Ne discutiamo spesso qui http://www.pensieroazione.it

    Ecco quello che penso di questo post
    Il post di Giannino è corretto ma non al 100% a mio parere (e non sai quanto mi dispiace): si dimentica che siamo il paese dove anche il laureato viene pagato 1000 euro al mese, figuriamoci un garzone di falegname, il paese che ha i salari presunti più bassi di tutta Europa (quasi) e un costo della vita relativamente troppo alto per i salari che offre (solo così spiego i 2600 netti chiesti), il paese dove chi appare guadagna più di chi fa (e sappiamo quanto fa male).

    Avessi avuto un mestiere di famiglia lo avrei proseguito, ma chi e come ti insegna il mestiere un falegname, un idraulico, un installatore di infissi? Il problema non è solo la mancanza ma anche un modo per entrare in questi canali, un modo per bilanciare la domanda e l’offerta e, magari, far ritornare all’offerta (la manodopera) il manico del coltello di una contrattazione che sia pure locale e non nazionale, moderna e non legata a vecchi modelli operaio/padrone, flessibile e legata ai risultati, ma non finta come quella attuale.

    In più si è effettivamente creata una cultura del tutto e subito che fa male, malissimo, ma che non può essere imputata alla nostra generazione: a noi piuttosto ci daranno le colpe di quella dopo, se ce ne saranno, le colpe, e se ci sarà, la generazione.

  15. marea

    Condivido l’ articolo ed anche tanti commenti. Intanto penso che effettivamente l’ offerta formativa non sia adeguata:non esistono canali formativi che ti insegnino a fare il falegname, l’ artigiano, il tecnico qualificato etc.
    Poi, entrando sull’ argomento della statistica (ragazzi che pretendono 2800 euro), io penso che il problema sia che in Italia si studi troppo. Quasi voler creare tutti scienziati.Secondo me le Università fatte di solo 3 anni andrebbero benissimo per inserirsi nel mondo del lavoro. Ho fatto il vecchio ordinamento( laurea a ciclo unico) ma ricordo bene che fatti gli esami dei primi tre anni, il callo era fatto.Forse si potrebbe chiedere agli studenti: se ti facessi studiare di meno quanto ti aspetteresti come stipendio? e penso si troverebbe l’ equilibrio tra domanda ed offerta.
    Infine trovo effettivamente che il sistema sia concepito per una formazione eterna. Faccio un esempio: supponiamo ci si laurei, non si trovi lavoro e ci si dia da fare ad inventarsi qualcosa, si inventi un lavoro. Ecco dopo poco tempo, arriva qualcuno e ti dice: questo lavoro non puoi farlo, ti serve un attestato, un certificato, devi seguire un corso per ottenere il certificato (magari il lavoro lo hai inventato tu e i formatori hanno copiato quello che tu hai inventato).
    Non si può continuare così.

  16. Ducas

    Ciaooo
    IMHO: la mia famiglia non mi ha mai condizionato né costretto in alcun modo sulla scelta universitaria, mentre invece cercò di influenzare (anche se già mi ritenevano responsabile) di quella delle scuole superiori. La colpa è delle famiglie solo in quei rari casi in cui mantengono per 10 inutili anni uno a vivacchaire all’uni. Quindi non condivido la tesi, almeno per quanto riguarda me stesso, che la colpa sia della mia famiglia. Quando studiavo ingegneria al Politecnico di Milano avevo ben altre aspirazioni che quello che prendo ora, (e so che non mi devo neanche lamentare). Puntare in alto non è sbagliato e non capisco perché uno che si fa un mazzo tanto all’università, dovrebbe farlo per aspirare a prendere meno di quanto prenderebbe senza farla (sarebbe un totale controsenso). Non è vero che mancano agricoltori, o manutentori, o operai: semplicemente il lavoro non c’è. Ho parenti che non riescono a trovare il lavoro neanche non specializzato. Il problema se mai è diverso, il problema non è che hanno sbagliato le famiglie o quelli che si sono fatti il mazzo per diventare ingegneri, avvocati, etc; il problema è che il lavoro adesso non c’è, ma 10 anni fa non lo sapeva nessuno o meglio dicevano che non lo sapevano. Il problema è che non siamo competitivi per niente ma non dipende da noi stessi singolarmente ma dipende dall’insieme. Il problema è che è rimasto solo da fare i contadini, perché è uno dei pochi business fortemente aiutato e sovvenzionato dallo stato e in cui la concorrenza batte sicuramente meno che nel campo dell’elettronica (computer, macchine fotografiche o cellulari italiani non esistono) o della meccanica.

  17. marea

    dimenticavo, secondo me le Università dovrebbero formare e non selezionare, la selezione dovrebbe farla il mercato dopo

  18. Alex

    Grazie per la risposta. Il mio non è certo uno scenario cubano; molti dei laureati attuali non saranno costretti ad avere un secondo lavoro per sopravvivere, credo semplicemente che dovranno adeguarsi. Il rapporto excelsior fotografa fra l’altro il degree premium. Ciò che emerge è che i laureati triennali (25-29 anni) hanno stipendi uguali o poco inferiori ai coetanei diplomati. Per i laureati in specialistica un premio di circa 3 mila euro lordi l’anno. Il tutto sempre in media. Mi pare che gli stipendi d’ingresso (lordi) italiani non siano così distanti da quelli tedeschi. La sottile differenza è nel netto, cioè nelle tasse che paghiamo all’altare della progressività tanto difesa dalla sinistra.
    Il secondo punto è sul progresso tecnologico. Prima dici che siamo rimasti indietro di 20 anni, poi sei d’accordo con me se questo fosse vero. Per quel poco che so, siamo abbastanza vicini alla frontiera tecnologica (lasciamo da parte il Sud per un momento). Ma è vero che non assorbiamo lavoratori high skill? Il rapporto dice anche che mancano studenti dell’area trade, cioé i commerciali che parlino 2-3 lingue, sappiano calcolare una percentuale e supportino l’internazionalizzazione. Guess why..?
    Terzo (e ultimo, grazie, è stato bello discutere con te!) io non ho mai parlato di surplus di laureati. La mia opinione è molto peggiore, la selezione la fa già il mercato (perché l’università non ci è riuscita): Esclude i laureati patacca (non importa di quale corso o formazione) coloro che non hanno voglia di sbattersi, non dimostrano serietà e non sono al passo con i tempi. Mentre l’università non esclude i futuri raccomandati e ci manda tutti, dritti dritti verso un decennio di disoccupazione strutturale.
    @Elia Berdin

  19. rever

    Devo forse ricordare che l’Italia ha il più basso numero di laureati non solo percentuale ma pure assoluto di tutti i paesi europei: dunque dove sono tutti questi italiani che inseguono il mito dell’università? che l’università italiana sia scadente è vero, ma dobbiamo anche ricordare che l’abbandono scolastico è alto e che il numero di laureati italiani è basso in assoluto, quindi non c’è forse anche un problema nel sistema Italia se uno sparuto numero di laureati non riesce a trovare lavoro per ciò che ha studiato?

  20. Mago

    Ora come ora fare stage durante l’università è sinonimo di andare fuoricorso, non è feasible. Servirebbero quei 3 mesi estivi liberi alla “americana”.

  21. @Alex

    Ciao, grazie per la discussione. Sarò breve poi concludiamo il thread.
    Sul premio basso alla laurea credo incida pesantemente la dicotomia del mercato del lavoro: i giovani rimangono, pur avendo spesso titoli di studio superiori, marginali alle imprese perché considerati la parte flessibile della forza lavoro. Una volta superato il periodo iniziale (facciamo 5 anni?), entrano in regime contrattuale del tutto simile ai senior e il divario aumenta in favore dei laureati. Se la stessa indagine é fatta su fasce d’età superiori, il gap skilled-unskilled credo converga sulle medie europee (o per lo meno delle economie periferiche della UE).
    Sul salario lordo Germania vs Italia: lo Spiegel della settimana scorsa riportava una paga media per “erst Vollzeitjob” per i maschi di 3456 mentre per le femmine di 2877 (interessante il gender gap; se hai dimestichezza col tedesco posso linkarti la pagina). Ora a quanto ammonti il lordo in Italia non lo so, ma ho qualche dubbio sul fatto che si avvicini a queste cifre. La differenza con tutta probabilità sta nel maggiore TFP che la Germania ha rispetto a noi. Il livello di tassazione a naso é del tutto comparabile, ripeto a naso.
    Ultimo punto sul progresso tecnologico: il livello che abbiamo é pericolosamente in ritardo comparato al resto delle economie avanzate. Esistono sicuramente industrie vicine alla frontiera, le grandi che fanno utili ecc, ma ne esistono tantissime altre molto in ritardo, sopratutto fra le piccole (ecco il perché del riferimento agli artigiano nel precedente post) e nei servizi. Ora, questa crisi consoliderà le aziende migliori, farà morire molte delle marginali, sui servizi difesi dalla concorrenza internazionale l’effetto purtroppo sarà molto minore. Concludo dicendo che nei prossimi 10 anni credo sarà inevitabile per molte industrie colmare il gap con le concorrenti (tecnologico, capitale umano ecc) pena lo scenario in cui chi rimane a lavorare in Italia dopo la laurea dovrà accontentarsi di fare quello che passa il convento (cioé quello a cui ti riferisci tu).
    Bene, grazie degli spunti interessanti, concordiamo su molte cose, altre meno, abbiamo studiato all’estero ergo l’abbiamo vista giusta (come si dice dalle mie parti) 😉

  22. alex

    @Elia Berdin
    Grazie. Si, se puoi linkarmi lo Spiegel, te ne sarei grato. Sono d’accordo sul punto chiave che la differenza dei salari sta nella produttività, almeno in quella del lavoro. Sulle dimensioni del divario salariale e le sue cause vorrei vederci più chiaro (richeista agli autori del blog :)). Per il momento posso solo linkare a KPMG: http://www.kpmg.com/Global/en/…/Individual-Income-Tax-oct-2010.pdf
    Secondo l’indagine Excelsior il salario lordo annuo è di 28mila Euro (maschi) e 24mila per le femmine (sempre per i laureati spec fino a 29 anni). Questi sono i salari nominali. I reali in Italia sono più bassi per i problemi di concorrenza di cui parlavi tu.
    Ancora grazie e alla prossima!

  23. Vincenzo Pascuzzi

    “Disoccupazione giovanile e colpe delle famiglie”

    di Vincenzo Pascuzzi

    Scrive Oscar Giannino su Il Messaggero del 25.10.2010 (1) riportando un post presente sul suo blog (2): “ … se la disoccupazione è oggi all’altissima percentuale del 27,9% per i giovani tra 15 e 24 anni, essa potrebbe praticamente azzerarsi o quasi se solo formazione e aspettative dei giovani fossero indirizzate al mondo del lavoro vero. Perché anche in questo difficile 2010 il 26,7% del fabbisogno di lavoro delle imprese italiane risulta insoddisfatto. Al vertice della classifica dei lavori rifiutati dai giovani, qualifiche tecniche come quella di installatori di infissi, panettieri e pastai, tessitori e maglieristi, addetti all’edilizia e pavimentatori, falegnami e verniciatori, saldatori e conciatori.”

    Forse l’autorevole editorialista si è confuso e ha commesso un errore confrontando le percentuali e non i valori assoluti. Infatti “Sono i 641 mila giovani italiani fra i 15 e i 24 anni che non studiano, non lavorano ma nemmeno lo cercano, il lavoro” (3) mentre le figure professionali mancanti – indipendentemente dall’età – sono 147 mila, cioè meno di un 1/4: “sarà difficile reperire il 26,7% delle figure professionali …. a fronte di circa 550 mila nuove assunzioni le imprese avranno difficoltà a coprire oltre 147 mila posti” (4).

    Peraltro, in Italia c’è bisogno di più laureati (42 mila nel 2008) (5) e di diplomati e di meno giovani con qualifica professionale regionale (6).

    A prescindere da queste precisazioni, è ovvio che sarebbe sicuramente utile e auspicabile un migliore orientamento degli studi in funzione del lavoro disponibile. Non è però corretto incolpare le famiglie e solo loro: è troppo facile e sbrigativo! Dovrebbero essere il Ministero dell’Istruzione e quello del Lavoro a fornire gli orientamenti giusti e a provvedere concretamente all’istruzione che servirà. Non a caso viene citato l’esempio della Germania.

    ——-

    LINK

    (1) Il cambio di mentalità che il paese stenta a fare – di Oscar Giannino – 25.10.2010
    http://rstampa.pubblica.istruzione.it/utility/imgrs.asp?numart=UV9UA&numpag=1&tipcod=0&tipimm=1&defimm=0&tipnav=1

    (2) Disoccupazione giovanile e colpe delle famiglie
    http://www.chicago-blog.it/2010/10/24/disoccupazione-giovanile-e-colpe-delle-famiglie/

    (3) I novecentomila «invisibili» senza studio né lavoro
    http://www.corriere.it/cronache/10_agosto_17/sergio-rizzo-invisibili_0aedd022-a9cb-11df-8b1f-00144f02aabe.shtml

    (4) IL 26,7% DELLE FIGURE RICERCATE DALLE AZIENDE RIMANE IRREPERIBILE
    http://www.blogrisparmio.it/lavoro/lavoro-nonostante-la-crisi-il-267-delle-figure-ricercate-dalle-aziende-rimane-irreperibile.html

    (5) Indagine Excelsior-Unioncamere: mancano 42mila laureati all’economia italiana – 25.11.2008
    http://www.ingegneri.info/Indagine-Excelsior-Unioncamere-mancano-42mila-laureati-all-economia-italiana-_no_comment_x_268.html

    (6) Monitoraggio dei fabbisogni professionali delle imprese italiane – 29 luglio 2010 da Enrico Tonetto
    http://www.enricotonetto.it/?p=716

  24. Vincenzo Pascuzzi

    La disoccupazione giovanile è colpa di troppa istruzione?

    pubblicato: giovedì 03 giugno 2010 da giulio

    E così, il tasso di disoccupazione giovanile è al 30%. Difficile in queste condizioni (ma non impossibile), insistere sull’orrido stereotipo dei bamboccioni, che restano a casa perché viziati e privi di virtù. Tuttavia c’è un modo,ben più raffinato, di dare ai giovani anche la colpa della propria disoccupazione: un argomento che – ahinoi – fa molto presa sulla mentalità degli italiani.
    La spiegazione diffusa recita più o meno così: “Si è alzato troppo il tasso di istruzione, e quindi i giovani non vogliono più fare gli umili e sani lavori di una volta. Pretendono troppo: ecco spiegata la disoccupazione”.
    Come in tutte le spiegazioni di senso comune, c’è molto di vero in questa ricostruzione dei fatti. Eppure, come spesso accade, ancora di più è quello che le sfugge: lo vediamo dopo il salto. [pubblicità]
    Cominciamo col notare un dato che getta un primo dubbio su questa ricostruzione: l’Italia è tra i paesi europei con il tasso di disoccupazione giovanile più alto ma anche, allo stesso tempo, tra quelli dove il livello di istruzione si è alzato di meno negli ultimi decenni.
    Come spiegare questo apparente paradosso? Con l’arretratezza del sistema produttivo italiano: le tanto lodate piccole e medie imprese dello stivale, ad esempio, sono spesso specializzate in settori manifatturieri che hanno fatto volare il paese in passato, ma che difficilmente riescono a trainarne l’economia oggi.
    Settori in cui la competizione si fa più sul costo della forza lavoro che su innovazione e ricerca. Questo spiega da un lato perché ci sia scarsa domanda di lavoratori qualificati, ma dall’altro anche le ragioni della crescita zero sperimentata dall’Italia negli ultimi 15 anni.
    Sul primo fronte, questo stato delle cose fa sì che un’enorme quantità di capitale umano – quello dei giovani altamente istruiti – vada sprecato. Attraverso la disoccupazione, il ripiegare verso lavori sottoqualificati o la famosa “fuga dei cervelli” all’estero.
    C’è una storiella emblematica, che circola tra chi studia l’imprenditorialità in Italia, che rende bene l’idea di questa situazione: è quella dell’imprenditore brianzolo con due figli, un maschio e una femmina. Il primo eredita la direzione della “fabbrichetta” di famiglia, ma smette di studiare relativamente presto.
    Sua sorella invece, non destinata alla successione, viene mandata a studiare management alla Bocconi. E così finisce per portare le sue conoscenze – e il suo potenziale di innovazione – in un’altra azienda, magari all’estero. Mentre l’impresa del fratello soffre sempre più la concorrenza internazionale.
    E questo perché, nell’anno domini 2010, pensare di competere a livello globale senza fare innovazione né investire in ricerca significa votarsi alla sconfitta. Pensare di potere competere con Cina e India sul costo della forza lavoro è infatti evidentemente suicida.
    E’ per queste ragioni, in fondo, che i paesi europei che hanno livelli di istruzione più alti dei nostri riescono contemporaneamente ad avere tassi di disoccupazione giovanile più bassi e una crescita economica più forte – mentre l’Italia da anni (ben prima della recente crisi) fa fatica a raggiungere anche un solo punto percentuale di incremento del PIL.
    Se anche i ventenni italiani abbandonassero un domani le università, per puntare in massa agli umili e sani lavori di una volta (l’artigiano, l’infermiere, addirittura l’agricoltore, come suggerito dalla Lega l’estate scorsa), difficilmente il paese uscirebbe dalla crisi. Più probabilmente, anzi, accelererebbe il suo declino (già in corso).
    Le nuove generazioni, in fondo, hanno l’unica colpa di essere più “europee” di quanto il loro paese voglia essere. Di aver creduto nel futuro, nel progresso, e in quella mobilità sociale che i loro genitori – rispetto alla generazione dei nonni – hanno avuto.
    Forse dovremmo smettere di vedere i nostri giovani altamente istruiti come delle persone che hanno aspettative irrealistiche e “si sono montate la testa”; dovremmo piuttosto pensare a loro come a un’enorme riserva di capitale umano, di cui tristemente non sappiamo che farci. Il proplema è che non ci perdono solo loro: ci perdiamo tutti.

    http://www.polisblog.it/post/7821/la-disoccupazione-giovanile-e-colpa-di-troppa-istruzione

  25. marea

    Liberali, ma liberali veri però.Chi si chiude nei recinti ha solo paura della concorrenza, cerca di difendere i vantaggi di posizione, è pseudoliberale. Un liberale vero è per la li-ber-tà.

  26. sergio

    ciao a tutti, ho 52 anni e son 31 anni che lavoro , o meglio, lavoravo, in quanto da 6 mesi sono in cigs e poi sarò in mobilità.
    l’azienda dove prestavo servizio , una multinazionale del tessile, ha pensato bene di delocalizzare , badate bene, non la produzione,( già fatta 5 anni fa ), ma la logistica.
    e dato che io ne facevo parte eccomi qua.
    facevo l’impiegato e avevo uno stipendio di 26000 euro lordi annuo( ma i primi 5/6 anni ero operaio , nonost. abbia la maturità scient ).vuol dire oltre 1300 netti x 14 mens. .
    sul perchè non ho continuato gli studi sorvoliamo….
    orbene, mi sto dando da fare con curricula spediti a dx e a manca , ma a tutt’oggi ho avuto solo 5/6 risposte ( negative ) e 3/4 colloqui mnon ancora conclusi, perchè adesso non ti assumono al primo incontro, ma event.dopo 2/3 volte .
    3 gg.fa per la mansione di acquisitore ordini mi propongono uno stipendio di 1200 e.netti x 14 mens. ( ma bisogna vedere se ti prendono, non sono l’unico a cui guardano ) .
    concludo :
    se per caso sarò assunto, dovrò accontentarmi di questo ,e sostenere le spese casa-azienda ,cosa che prima evitavo, andavo al lavoro a piedi .
    e ritenermi FORTUNATO , con quello che si sente in giro sulla disoccupazione .
    certo non pensavo di concludere così ( dopo tutto il mazzo fattomi negli anni in azienda ) la mia ” carriera ” , ho ancora 8/9 anni alla pensione .
    vi assicuro cmq che sul posto di lavoro di nepotismi ne ho visti anche troppi ,gente senza arte ne’parte con qualifica di quadro o dirigente.
    spero di non esser fuori tema.
    good luck to everyone !!

  27. sergio

    tanto per precisare, hanno spostato la logistica in francia .
    si vede che i francesi hanno più peso “politico” di noi italiani ,dato che noi gli abbiamo regalato il lavoro che a loro sicuram.mancava, se no per legge ci avrebbero dovuto (parlo dell’azienda ) chiedere se eravamo disposti a trasferirci .
    ma nessuno ci ha chiesto niente…..
    possono sbraitare quanto vogliono i politici , ma la verità è che non gliene frega un cacchio , solo Fiat per loro , e gli altri ??????????????

  28. bamboccione

    Spesso si parla di giovani e della loro difficoltà nell’ emergere, ma non viene mai riportata una delle cause limitanti la vera crescita dei giovani, l Italia è un paese dove la libera compettizione è totalmente assente, qualsiasi tipo di appalto pubblico, concorso affidamento di incarico avviene attraverso una serie di “sotterfugi” da cui i giovani e soprattutto chi sa fare le cose viene escluso.
    Basterebbe trovare dei sistemi di selezione trasparenti per innescare un sistema competitivo che da la possibilità a chiunque ma soprattutto ai giovani di crescere guadagnarsi lavori e soprattutto vedere che tutti gli sforzi fatti servono a qualcosa…..

  29. Matteo

    @Pascuzzi, qui non si parla di crescita economica ma del fatto che i giovani italiani non vogliono svolgere i lavori manuali e gli imprenditori devono così assumere immigrati mentre milioni di giovani italiani rimangono disoccupati o a lavorare nei call centers. E’ vero che offrire maggiori opportunità ai giovani laureati ed intellettualmente dotati beneficierebbe la nostra economia ma non tutti quelli che escono dai laurefici, valgono sul mercato del lavoro sia per il corso universitario scelto che per la scarsa selettività di molte facoltà nelle nostre università. In più rimarrebbe il problema di quella massa di lavori manuali disponibili che i giovani italiani, anche se intellettualmente poco brillanti, non vogliono fare.

  30. sergio

    @Mauro
    hai letto i miei 2 post ? tu non vivi nella realtà .
    il tuo discorso vale solo per il pubblico ,nel privato fanno quel che vogliono ,o quello che è capitato a me non conta nulla ?

  31. laura

    @Elia Berdin
    Sono capitata per caso su questo blog e visto la data, purtroppo, anche molto in ritardo. Mi scuso quindi per questo mio tentativo di rispondere ad un argomento già dibattuto, ma ancora non superato. Mi ritrovo molto nelle sue argomentazioni e penso che, per il genere umano in generale, vivere o convivere in una società che detta delle regole ben precise, può diventare condizione ineluttabile da cui nessuno può prendere completamente le distanze. Questo per dire che siamo sempre e dico “sempre” condizionati da regole, leggi, modi di vivere e soprattutto da ciò che una società ci offre. Quindi, è giusto che madri, padri, figli devono con onestà intellettuale assunersi le loro responsabilità per tentare di costruire una società migliore, un modello di vita più sano, anche attraveso i sacrifici e capacità di adattamento. Ma è anche vero che le condizioni oggettive ed esterne che l’uomo spesso subisce, sono determinanti per le differenze culturali che si verranno a creare. In Italia è sempre esistito un modello specifico di famiglia che può essere considerato positivo o negativo, ma che tuttora è fondamentale perchè di aiuto (anche economico) in moltissime situazioni difficili, dove lo stato è spesso assente.

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