22
Ott
2010

RAI: il monopolio mai abolito – Daniele Venanzi

Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Daniele Venanzi:

Nello stato sociale il cittadino è costretto a cedere parte del suo guadagno alle istituzioni in cambio di servizi di cui non ha mai richiesto l’usufrutto e per i quali non è stato messo in condizioni di pattuire il prezzo. Lasciando da parte le convinzioni liberomercatiste, bisogna ammettere che esiste una scala gerarchica basata sull’utilità sociale nella lunga lista dei servizi erogati dallo stato al cui vertice vi sono sicurezza, sanità e istruzione.

Il modo migliore per cominciare a discutere del ridimensionamento delle competenze statali è iniziare a spuntare quella lista dal basso e depennare le voci di maggiore spreco e minore utilità pubblica. Basta un po’ di ragionevolezza per comprendere che la scomparsa improvvisa del welfare in una situazione di pressione fiscale particolarmente penalizzante pari a circa 70 punti percentuali e di mercato drogato dall’ingerenza statale comporterebbe grandi squilibri sociali tanto tra i privati cittadini quanto tra gli imprenditori.

La priorità va assegnata a quelle liberalizzazioni che pongono termine alla stagione del finanziamento pubblico a pioggia volto ad accentrare e mantenere posizioni di privilegio e di comando nelle mani dello stato tramite il possesso di aziende dalla presso che inesistente funzione di ammortizzazione sociale.

La RAI abusa sin dalla sua nascita di un privilegio di casta che comporta in primo luogo una gravosa spesa sulle spalle di ogni contribuente e in secondo momento una concorrenza tutt’altro che leale nei confronti delle altre emittenti televisive, poiché la sua esistenza è garantita non solo dall’offerta proposta sul mercato, i cui risultati verrebbero in condizioni normali ripagati dagli introiti pubblicitari, ma da un’imposta riscossa annualmente assicurata dallo stato che, di tanto in tanto, stabilisce persino degli aumenti, a riprova che non vi è alcun modo in cui la TV statale possa fallire per mancanza di fondi o quanto meno essere penalizzata dalle scelte del mercato. In questo modo la qualità del servizio viene compromessa poiché la RAI, a differenza delle sue concorrenti, non necessita di un palinsesto migliore per batterle. Nel caso in cui invece riesca ad ottenere un miglior dato Auditel, quest’ultimo sarà in ogni modo falsato dai maggiori fondi disponibili grazie all’imposizione tributaria al fine di rendere la trasmissione più concorrenziale.

La sentenza n. 202 della Corte Costituzionale che nel 1980 sancì la libertà di esercizio delle trasmissioni via etere su scala nazionale, permettendo così la nascita delle principali concorrenti dei canali di stato, non decretò di fatto la completa abolizione del monopolio, poiché la RAI continua ad essere la voce ufficiale dei governi che si susseguono all’amministrazione della cosa pubblica, ignorando qualsiasi logica di mercato.

È sufficiente pensare al terremoto che investe i vertici dell’azienda di Viale Mazzini ogni qualvolta il paese torna alle urne ed esprime la sua preferenza per una nuova maggioranza. Quello della televisione di stato è un espediente volto ad assicurare ai poteri forti del paese un canale preferenziale attraverso il quale diramare informazioni, spesso arbitrariamente distorte, e influenzare la coscienza comune secondo la propria volontà. Il Presidente della Repubblica Luigi Einaudi, da strenuo difensore della libertà individuale, comprese i meccanismi perversi per cui si pretendeva di istituire il servizio di (dis)informazione pubblico ancora prima che questo fosse creato.

Seguendo l’insegnamento del filosofo libertario Murray N. Rothbard, potremmo asserire che l’informazione non è un diritto, bensì una libertà, poiché nessuno può negare a ciascun individuo le libertà di informarsi e di informare, il che lederebbe in primo luogo quelle di pensiero e parola. Questo però non implica, per i motivi sopra elencati, che lo stato possa arrogarsi il diritto di istituire il monopolio su dei media attraverso la creazione di reti di sua proprietà con la subdola e menzognera pretesa di garantire un’informazione equa e accessibile ad ogni cittadino.

Bisogna tenere a mente che da sempre i giornali sono fondati e diretti da privati cittadini e di sovente sono organi d’informazione ufficiale di partiti e movimenti politici. L’esistenza stessa del privato nel settore dell’informazione rende utopica la becera pretesa statalista del fare della divulgazione delle notizie un coro che decanta all’unisono le sole verità dello stato.

Tornando all’analisi della situazione italiana, la RAI grazie al canone ha generato nel 2009 introiti pari a 1.645,4 milioni di euro (bilancio ufficiale del 31.12.2009 disponibile sul sito RAI) che risulta a seguito di vari aumenti nel corso degli anni l’imposta più evasa dai contribuenti. I ricavi ottenuti dalla riscossione dell’imposta superano notevolmente i guadagni generati dagli spot pubblicitari: 998,5 milioni di euro (medesima fonte). Il ricavo netto totale RAI pari a 3.177,8 milioni di euro è leggermente inferiore a quello di Mediaset Italia che ammonta a 3,228,8 (fonte bilancio Mediaset 2009). Ma il notevole apporto finanziario al tesoretto costituito dalla riscossione del canone penalizza la godibilità della programmazione concorrente, in quanto, a differenza della RAI, necessita di una maggiore presenza di spazi pubblicitari al fine di sovvenzionarsi.

Le cifre dovrebbero far riflettere da un lato sul vantaggio che l’emittente statale detiene sulle rivali e dall’altro sull’ingiustizia di tale tassazione dimostrata dal modo in cui ne rispondono i cittadini. Il privilegio RAI si traduce, tra le tante ingiustizie, nella possibilità di stipulare contratti con i dipendenti ben al di sopra del loro valore di mercato, come testimoniato dalle eccessive retribuzioni dei cosiddetti “conduttori d’oro”. In questo modo si è in presenza di un “monopolio della qualità”, poiché i restanti principali canali televisivi non posso permettersi il lusso di strapagare i propri dipendenti migliori perché ne risentirebbe eccessivamente il bilancio aziendale.

Ai detrattori della liberalizzazione delle trasmissioni via etere vale la pena ricordare che già da molti anni prima della scesa in campo delle reti Mediaset il palinsesto RAI era principalmente composto da trasmissioni di svago e intrattenimento piuttosto che da programmi di informazione o approfondimento culturale, per cui le altre realtà inseritesi nel mercato non possono essere imputate di aver concorso a svilire la qualità media dell’offerta televisiva. Lo stato non detiene in alcun modo l’illiberale principio di auctoritas per cui si ritiene in diritto di imporre ai cittadini cosa è giusto guardare sui propri teleschermi.

Tirando le somme è ragionevole credere che l’imposta sul canone televisivo sia la prima delle tasse da abolire in un processo di liberalizzazione dell’Italia poiché, come dimostrato, racchiude nella sua natura l’essenza del principio liberale per il quale non possa esserci libertà individuale se si rinuncia a quella economica. Ne consegue che la cittadinanza dovrebbe chiedere con maggior forza ai propri rappresentanti l’abolizione della suddetta imposta per garantire anche agli individui più onesti e rispettosi delle istituzioni la liberazione da questa volgare forma di finanziamento della propaganda statalista. Infatti, non è l’evasione la strategia vincente con cui aggredire il burocratismo, poiché fino al momento in cui non sarà la legge a decretare la fine di questo sopruso il paese non potrà dirsene ufficialmente liberato.

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8 Responses

  1. Sergio De Prisco

    Forse non tutti sanno che la RAI fonda le sue pretese di pagamento del canone su una legge fascista ancora in vigore, il Regio Decreto Legge n. 246 del 21 febbraio 1938 “Disciplina degli abbonamenti alle radioaudizioni”.
    Chi faccia una breve ricerca si rende conto di come il regio provvedimento sia stato solo il preludio di una lunga serie di provvedimenti di identica estrazione culturale emessi subito dopo.

    Eccoli in tutta la loro magnificenza:

    R.D.L. 21 febbraio 1938, Disciplina degli abbonamenti alle radioaudizioni
    R.D.L. 5 settembre 1938, Provvedimenti per la difesa della razza nella scuola fascista
    R.D.L. 7 settembre 1938, Provvedimenti nei confronti degli ebrei stranieri
    R.D.L. 23 settembre 1938, Istituzione di scuole elementari per fanciulli di razza ebraica
    R.D.L. 15 novembre 1938, Integrazione e coordinamento in testo unico delle norme già emanate per la difesa della razza nella Scuola Italiana
    R.D.L. 17 novembre 1938, Provvedimenti per la razza italiana

  2. Michele Penzani

    @Sergio: l’inizio della programmazione dei programmi televisivi inizia il 3 gennaio 1954: dal ’38 bisogna annotare, tra le “piccole” cose se sono successe:
    10.07.1943 sbarco degli alleati;
    25.07.1943 destituzione di Mussolini ad opera del neo Governo Badoglio (che dichiara altresì il continuo della guerra a fianco della Germania);
    27.07.1943 scioglimento del PNF;

    (pausa di 2-3 anni ufficiali di guerra civile)

    18.06.1946 la Corte di Cassazione (12 Magistrati contro 7 tra cui il Presidente), dichiara la vittoria della Repubblica;
    46-48, periodo in cui le forze politiche dei “padri costituenti” creano, anche in molteplici ed elevati momenti di tensione sociale, quello che sarà poi l’equilibrio partitico del regime parlamentare italiano (mettiamoci come data simbolica l’attentato a Togliatti il 18.07.1948):
    …Arrivando al 03.01.1954, giorno il cui iniziano ufficialmente le programmazioni televisive della RAI, credo che di acqua sotto i ponti per cambiare il primo dei R.D.L. da Lei citati (gli altri mi risulta piuttosto difficile riuscire a metterli in un insieme attinente al canone RAI) ne sia passata…

    …Mi sembra altresì corretto ricordare che l’utilizzo delle onde radio, come strumento di comunicazione di massa, avviene negli anni ’20 e che la diffusione del mezzo, in Italia, la si debba proprio al ministro delle Poste Costanzo Ciano del 1° Governo Mussolini.
    …Per quanto concerne l’utilizzo del mezzo di comunicazione di massa, dalla data del suo avvento fino alla fine della cosiddetta “televisione fanfaniana”, è accezione comune che il suo ruolo, come la radio, era riconducibile al solo scopo informativo, in un’ottica di formazione culturale e di identità nazionale in funzione della modesta realtà socio-economica dell’epoca.

  3. marco

    La RAI fonda le proprie ragioni per esigere il canone sulla quantita di giornalisti e tecnici mantenuti a nostro carico, la lottizzazione e una pillola avvelenata che si sono dati i politici come valvola di sfogo alle loro clientele e polizza assicurativa (idiota) per una certa attenzione del raccomandato verso il suo padrino.
    Ma la ciliegina viene da Bettino che si e finanziato una emittenza privata, non fidandosi di quella lottizzata. Colla scomparsa del padrino il picciotto ha utilizzato lo strumento per fini personali, ed e’ il primo a temere la cancellazione del canone: sarebbe un massacro la concorrenza tre reti contro tre, i bilanci ne soffrirebbero e l’immagine pure.
    Meglio addormentare il cane pubblico con una ricca dotazione di entrate, condizionare la struttura tutta con qualche pedina spregiudicata, lasciando che inefficienza, conformismo e lotte intestine consumino tutte le risorse loro messe a disposizione.
    Che ci possiamo fare? nemmeno le direttive europee che spediscono Fede nello spazio ascoltiamo, tanto a pagare c’e sempre pantalone.
    Per cortesia non scomodiamo liberismo e mercantilismo, quando guano e’ di letame bisogna parlare.

  4. Piero

    come sarebbe bello se la stragrande maggioranza dei commentatori filoSilviani non facesse finta di dimenticarsi che :
    * è giusto privatizzare xrchè carozzone costosissimo (fra un annetto rischia default)
    * è in mano alla politica (sono fornitori della rai il cognato di Fini.. la moglie di Bocchino… la Endemol del Berlusca… Tarek amiconissimo africano nonchè aiutante italiano del suddetto Silviuccio)
    * ma x aprire il mercato bisogna concedere le frequenze a diversi concorrenti
    * mentre il suo amico Silviuccio (LO SANNO TUTTI GLI ADDETTI AI LAVORI) ha assegnato praticamente tutte le Frequenze Digitali Terrestri a sè stesso.. ai suoi amici.. ai suoi fornitori.. eccetera eccetara..
    Ma sino a che il Controllore/Orientatore diretto/indiretto del 80% del Sistema Televisivo UNA SOLA Persona tutto questo non avverrà mai.. xrchè Esso somma ai tradizionali interessi dei politici dei partiti (GRAVE DANNO) anche rilevantissimo interessi economici in EVIDENTE conflitto di parte (GRAVISSIMISSIMO DANNO)…

    LA MERA ABOLIZIONE UNILATERALE SENZA APERTURA DEL MERCATO SAREBBE NON UNA LIBERALIZZAZIONE CONDIVISIBILE… MA L’ENNESIMO REGALO SEMPRE AL SOLITO TIZIO.. E QUESTO LEI LO SA BENISSIMO 🙂 🙂
    🙂

  5. Molti dei programmi RAI sono un sofisticato strumento di distruzione di massa delle intelligenze e di annichilimento del libero arbitrio delle persone.
    I soliti giullari e buffoni di corte ora si dedicano ad aiutare il pubblico a guardare dal buco della serratura i piu’ tristi ed angoscianti delitti inanellando interminabili trasmissioni ove si costruiscono le piu’ disparate teorie ed ipotesi basate sul niente. utilizzando in dose massiccia i FORSE, SE, PERO’, CHISSA’, consulenti a pagamento e gionalistine alle prime armi.
    Vergogna
    Anton

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