30
Set
2010

Fincantieri. Non sappiamo né il giorno né l’ora, ma sappiamo che quel giorno e quell’ora arriveranno

Tra smentite, richieste e mezze promesse di nuove commesse pubbliche, dietrofront, rassicurazioni e manifestazioni, l’unica cosa certa per Fincantieri sono i conti. Nel primo semestre 2010 i ricavi sono scesi del 10,7 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. In flessione sono pure tutti i principali indicatori finanziari, e se il portafoglio ordini non è vuoto, non è neppure pieno abbastanza: gran parte degli impianti restano sotto utilizzati e la parola più ricorrente dentro le fabbriche è ancora “cassa integrazione”. Non tutti i rischi, dunque, sono stati scongiurati: forse perché non potevano essere scongiurati.

All’origine di questa tempesta ci sono le indiscrezioni – smentite – sul Piano industriale 2010-2014 che, per far fronte a una crisi che è contemporaneamente strutturale e congiunturale, avrebbe previsto 2.500 esuberi, la chiusura di due stabilimenti (Riva Trigoso e Castellammare di Stabia) e un’accelerazione nel graduale processo di riposizionamento del baricentro del gruppo dalla sponda tirrenica a quella adriatica (compresa l’accentuazione dei poteri decisionali a Trieste). Le interpretazioni più politiciste leggono in questa vicenda un “carotaggio” voluto dal management per saggiare le reazioni a una serie di provvedimenti che, almeno in parte, tutti sanno essere inevitabili; altri ancora vi vedono l’ennesima prova dell’influenza leghista, determinata a attirare o trattenere investimenti pubblici nelle zone elettoralmente più generose.

Può esserci del vero in queste interpretazioni, ed è sicuramente politica la scelta (se sarà fatta e nella misura in cui è già stata fatta) di portare la testa e il sistema nervoso di Fincantieri da Genova a Trieste. E’ politica anche la decisione – posto che si debbano chiudere degli impianti – di farlo a Riva e Castellammare anziché, poniamo, ad Ancona. Ma dietro queste scelte politiche c’è una razionalità industriale che è difficile negare: se la si nega, le cose non potranno che andare peggio. Soprattutto per quei lavoratori che continueranno a cullarsi nell’illusione di un posto per la vita.

La razionalità, dicevo, sta nel contesto di una crisi che è congiunturale per la cantieristica, e strutturale per Fincantieri. L’effetto della congiuntura è evidente nel bilancio 2009 (che del 2010 è solo l’antipasto): gli ordini sono in calo del 30 per cento rispetto al 2008, gli investimenti di un quarto, i margini dell’11 per cento. In crescita, soltanto indebitamento (più 135 per cento), passivo di cassa (circa raddoppiato), e il personale: che cresce del 15 per cento a causa dell’acquisizione di Fincantieri Marine Group ma, se si considera la sola capogruppo, è anch’esso in lieve calo. Per questo è alquanto bizzarro che la classe politica ligure (e, suppongo, anche quella campana) abbia accolto le indiscrezioni sul (falso?) piano industriale come un fulmine a ciel sereno. Il fulmine può esserci stato, ma il cielo era burrascoso da almeno quarant’anni.

Del possibile accorpamento degli stabilimenti liguri di Riva Trigoso e Muggiano si parla da decenni. E’ un tormentone che si ripresenta ogni volta che il barometro economico internazionale segna cattivo tempo. Finora, la baracca si è mantenuta in piedi grazie all’uso delle commesse militari in funzione anticiclica, non senza che nel periodo più recente si siano superati un difficile processo di efficientamento e lo sviluppo di produzioni di nicchia (navi da crociera e super yacht). Durante le crisi precedenti, il calo congiunturale veniva controbilancianto con le commesse pubbliche. Oggi questo non è più possibile, perché l’Italia non è in procinto di muovere guerre (e dunque se la può cavare con la flotta che ha), e soprattutto perché sono venute meno le due fondamentali leve attraverso cui il meccanismo veniva finanziato. La sovranità monetaria si è spostata a Francoforte, sicché non esiste più il bottone dell’inflazione; mentre i vincoli del bilancio pubblico impediscono di incrementare il deficit, e dunque per costruire nuove navi militari dovremmo rinunciare ad altre spese che comunemente sono considerate più importanti, come quelle per la sanità, l’istruzione e le pensioni. Per giunta, molti interventi strutturali sono stati già portati a termine, come il trasferimento della sede per la cantieristica da Genova a Trieste negli anni Ottanta e il feroce taglio dei costi. Questi si sono ridotti di circa il 40 per cento, nell’ultimo decennio, soprattutto attraverso il ricorso massiccio ad appalti esterni e l’ingresso di manodopera straniera.

E’ in quest’ottica che vanno visti anche i bilanci degli esercizi precedenti, nei periodi di vacche grasse. Le commesse pubbliche non sono mai mancate, e hanno fatto da base – anche per la, uh, chiamiamola disponibilità della Difesa a ritirare le navi in ritardo e senza troppe pretese – per un rilancio che è avvenuto soprattutto grazie alla capacità di Fincantieri di re-inventarsi come soggetto capace di stare al passo coi tempi. Venendo meno il driver di mercato, il gruppo si è istanteamente ritrovato in un passato non troppo remoto. Venendo meno – complice il rigore tremontiano – il supporto pubblico, la bolla Fincantieri è, se non scoppiata, quasi. Così, siamo allo stesso punto in cui ci trovavamo negli anni Novanta: l’azienda non regge e, dato l’outlook macroeconomico, rischia di non avere il fiato per arrivare alla ripresa.

La peculiarità del 2010, rispetto alle crisi precedenti, è appunto questa: il danno della recessione non può essere tamponato né con misure di efficienza (perché in buona parte già implementata), né facendo appello al buon cuore del Tesoro, né liberandosi di lavoratori prossimi alla pensione (già congedati tra prepensionamenti normali, speciali, e all’amianto). Se queste sono le condizioni al contorno, le mosse previste dal piano industriale “fantasma” sono, almeno in prima approssimazione, una risposta possibile.

In questo senso, c’è oggettivamente poco da fare. E’ sempre meglio un’azienda più piccola ma viva, di una grande, grossa e morta. Se i politici liguri e campani e i rappresentanti dei lavoratori non si schiodano dall’ostinata difesa dell’esistente, il crollo potrà forse essere rimandato, ma non evitato – almeno se il management è davvero convinto che questa sia la strada da percorrere. Meglio, allora, concentrarsi sui margini negoziali veri, che riguardano essenzialmente due aspetti: le modalità e i tempi del ridimensionamento. Senza dimenticare, però, che la proprietà pubblica è anche in questo caso un impaccio, perché finisce per politicizzare una scelta tecnica e industriale, fa sì che tutto venga sempre buttato in un indistinto “tengo famiglia”. E’ un’illusione, e lo è sempre più, ma è un’illusione difficile da sconfiggere. Dunque: privatizzare è necessario, come premessa per un ordinato svolgimento delle razionalizzazioni.

Partiamo dalla tempistica: forse, Fincantieri sarebbe disposta a barattare la pace sociale con un allungamento delle scadenze, per esempio rimandando il D-Day dal 2014 al 2016 o 2018. In questo modo, si potrebbe contenere l’emorragia occupazionale, sia accompagnando i dipendenti più anziani (quelli che restano) alla pensione, sia trovando soluzioni per trasferire gli altri verso gli stabilimenti più promettenti, sia incentivando uscite volontarie (sulla falsariga dell’accordo Telecom di agosto). Si potrebbero, così, minimizzare i licenziamenti unilaterali: ma, dati i numeri, è possibile che alcuni restino, senza contare l’impatto sui fornitori e l’indotto.

Qui si aprirebbe uno spazio dove una politica responsabile vedrebbe esaltato il proprio ruolo non già in quanto colonna reggente, ma crepata, dello status quo, bensì come soggetto incaricato di gestire la transizione. Qualche suggerimento, di cui il ceto politico dovrebbe far tesoro, sta nel programma elettorale di Filippo Penati, candidato del centrosinistra alla regione Lombardia. In quelle pagine, il giuslavorista e senatore Pd Pietro Ichino, adatta alla normativa vigente la sua proposta di riforma del mercato del lavoro. All’azienda viene chiesto di destinare una parte del vantaggio economico ottenuto con la maggiore flessibilità di fatto (seppure a diritto vigente) alla copertura del costo sociale derivante dalle loro scelte. Essa, cioè, dovrebbe impegnarsi a erogare servizi per la riqualificazione del lavoratore licenziato e la ricerca di un nuovo impiego (col contributo della regione); interamente a carico dell’impresa sarebbe, invece,

un congruo indennizzo economico al lavoratore licenziato e un congruo trattamento complementare di disoccupazione, che costituirà anche un potente incentivo all’efficienza dei servizi di ricerca e riqualificazione mirata: più sarà rapida la rioccupazione dei lavoratori, minore sarà il costo del trattamento complementare.

La logica di questo approccio è difendere i lavoratori, creando per loro degli “scivoli” e aiutandoli trovare una nuova, e più produttiva, occupazione. Al contrario, la tentazione di salvaguardare gli attuali stabilimenti senza riguardo alla competitività può avere costi sociali assai più consistenti dei benefici. Infatti, per mantenere livelli occupazionali altrimenti insostenibili, si rischia o di dissestare le finanze pubbliche (come nel passato), oppure di trovarsi a gestire un crollo improvviso. Il conflitto lascia solo macerie. Quella della responsabilità e della lungimiranza è una via stretta e irta di ostacoli, ma almeno non porta dove finiscono i sentieri lastricati di buone intenzioni. La smentita del piano industriale 2010-2014 non cancella le ragioni di una riorganizzazione. Bisogna augurarsi che politici e sindacalisti usino bene il tempo a loro disposizione, senza farsi trovare impreparati a un appuntamento di cui non sappiamo né il giorno, né l’ora. Ma che sappiamo prima o poi ci sarà.

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7 Responses

  1. Ettore

    Gentile Signor Stagnaro,
    il suo articolo è assai stimolante, soprattutto per un ligure come me. La prego, però, di evitare l’uso dell’espressione “efficientamento”: è davvero poco gradevole alla lettura. Cortesi saluti.

  2. agilli

    Credo che sia anche necessario uno sforzo dello Stato, non tanto per salvare Fincantieri, ma piuttosto per pagare l’uscita dei lavoratori. Tenere aperti stabilimenti improduttivi è estremamente costoso: se solo una parte di quella somma la si dà ai lavoratori come buonuscita, Fincantieri sopravvive e i lavoratori non protestano.

    Salvatore Modica ha fatto una proposta simile per chiudere i finanziamenti ad occhi chiusi al sud.

    Questo studio di due docenti (libertari) americani credo sia istruttivo:

    http://belfercenter.ksg.harvard.edu/files/gholz_sapolsky_v24n3.pdf

    saluti, aa.

  3. Ottimo articolo, che non manchero’ di far leggere ai miei amici che lavorano per sussidiarie di Fincantieri, le brutte notizie è meglio averle subito. Piuttosto sono preoccupato per il prepensionamento “all’amianto”…

  4. Il miglior commento ad un articolo che auspica la chiusura di uno dei più grossi stabilimenti liguri è non commentarlo…tanto in Liguria le offerte di lavoro abbondano…

  5. anam

    Gent.Le Sign. Stagnaro, i fatti sono quelli da Lei descritti, cioè quelli che sappiamo tutti, ma Le ricordo che dietro ai fatti volte ci sono diverse verità..magari i proventi della vendita delle aree piu’ appetibili potrebbero servire per finanziare i cantieri americani, le ricordo che l’America ha commissionato a fincantieri circa cinquanta pattugliatori,magari le sfugge che il governo diede a fincantieri circa quattrocentomilioni di euro per gli investimenti necessari, e forse non sa, visto che non lo dice che parte di questi denari servirono proprio per l’acquisizione di tali cantieri, in momenti di crisi non si chiudono realtà produttive, anzi si impara dalla germania, che come Lei saprà ha rifiutato le commesse di tre navi da crociera per potenziare i propri cantieri in modo da non farsi trovare impreparata il giorno della ripresa. Non c’è sicuramente bisogno di menti illuminate per capire che ciò che ci propone il senatore Pietro Ichino è una follia tutta italiana, cose del genere sono possibili in paesi come la francia o la germania dove l’attenzione al sociale è molto marcata, in italia si discute ancora del costo del lavoro e della competitività, ma se tutto girasse intorno a questo gli operai del congo sarebbero i piu’ produttivi ma a me pare non sia cosi’, in germania si lavora meno e si guadagna di piu’ ma il governo sa come affrontare le crisi, forse lei saprà che per uscire da una crisi ci sono due strade: ridurre il costo del lavoro, o investire in tecnologie.. ridurre il costo del lavoro è una pazzia perchè esiste già qualcuno che lo fa e riesce a farlo meglio di noi, veda Vietnam india ecc.. quindi cerchiamo di investire in nuove tecnologie e potenziamo ciò che abbiamo, e poi la invito ad informarsi su quale sia il cantiere piu’ produttivo del gruppo, anzi lo dico io, è proprio quello di riva trigoso, vede attualmente fincantieri ha un portafoglio ordini di circa 8 miliardi e mezzo di euro, pensi un pò che a riva trigoso c’è piu’ di metà di questo portafoglio.. altro che crisi e cantiere quasi chiuso! caro Sign. Stagnaro la invito magari a riflettere di piu’ sul fatto che l’italia è un paese di faccendieri, e se collega questo alla aree di riva trigoso magari capisce che la “crisi” è forse un’alibi… inoltre manca una politica industriale adeguata, cioè stimolare gli armatori a costruire le proprie navi in italia, in america il Sign. Obama come del resto Lei saprà ha commissionato le sopracitate cinquanta navi a fincantieri con l’obbligo che fossero costruite in cantieri americani e NON italiani… in america si che sanno come affrontare la crisi!!! Auguri.

  6. ciro

    in tutti questi anni di vacche grasse di fincantieri ,invece di mangiarsi i soldi,o donarli agli agnelli per poi rispenderli nel calcio,o spartirsi mazzette;li investivano una parte in cantieri che come dicono loro non sono all’avanguardia:vedi c.mmare che aspetta il bacino da 30 anni e mai lo fanno,nonostante cio’ uno dei piu’ produttivi d’europa nel suo settore.ma se ho fatto trasfeste nel nord est italia in fincantieri,germaniae francia se non fosse per le ditte dell’indotto del sud,questi non fanno un ca….. dalla mattina alla sera.prima di parlare fatevi un giro per i cantieri.

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