22
Set
2010

I veri giubilatori di Profumo

In banca l’azionista decide, ma è il manager a dirgli tra che cosa. Così diceva il grande Raffaele Mattioli alla Comit, il modello da cui non solo Cuccia ma anche i giovani banchieri McKinsey italiani hanno sempre tratto insegnamento. Alessandro Profumo tra tutti, in un decennio e mezzo di strepitosa cavalcata in Italia e 22 Paesi esteri. Ma quando i dividendi agli azionisti scendono a meno della metà rispetto al difficile anno precedente, e poi a un quarto o un quinto degli anni precrisi come nella semestrale 2010 Unicredit, e si è dovuto pure mettere mano al portafoglio per miliardi in aumenti di capitale, lo spazio dei manager si restringe. E di Mattioli non si ricorda più nessuno. Ecco spiegata la levata di scudi in Unicredit di Cariverona con Paolo Biasi e dei trevigiani di Cassamarca,  dei piemontesi di Crt con Palenzona, dei bolognesi di Carimonte e della fondazione Banco di Sicilia. Sono loro, con gli azionisti tedeschi, i veri assassini di Profumo. Non la politica, anche se so che nel dirlo farò storcere a  molti la bocca. La piena delega a Profumo si è rotta piano piano, nel corso degli ultimi due anni.  E non solo per minori utili e dividendi, accantonamenti e rettifiche per miliardi ulteriori dopo aver rafforzato il capitale per oltre 6 miliardi. Le fondazioni non l’hanno mai voluto, un modello operativo accentrato sul capoazienda, con tre vice e sette proconsoli, come doveva essere l’Unicredit targata “S3” concepita da Profumo. “A lui la gestione tecnica, a noi le scelte di politica”. Proprio così: “di politica”, diceva il comunicato delle fondazioni il giorno del comitato operativo che ha rinviato l’Unicredit one man bank per tornare al modello di Banca Unica. E il comunicato era di mesi e mesi fa, non di questi giorni.

Profumo ha ammesso come nessun banchiere italiano, con due interviste al Financial Times a qualche mese di distanza dal crac Lehman Brothers, che dopo la crisi doveva cambiar modello di gestione e finanza. Ma quando chiese soldi ai soci dopo averlo negato per mesi, perse aura e  credibilità. E anche il suo rapporto con la Banca d’Italia di Draghi, che nell’esito finale della vicenda ha avuto il suo peso. La richiesta formale di chiarimenti da via Nazionale a Unicredit per l’ascesa dei libici nel capitale ha infatti consentito a Dieter Rampl di farsi attribuire dal comitato governance dell’istituto il mandato a investigare. Il primo segnale che Profumo aveva un piede già fuori dalla porta.

Sono state le fondazioni, il nemico vero alla fine. Profumo negli anni  ha provato a superare le anime locali, eredità delle fusioni, per fare efficienza. Ma le fondazioni non sono soci qualunque, pesano sul territorio e nella politica. A maggior ragione quando UniCredit esercitava il ruolo che ha esercitato in partecipate come Mediobanca e Generali, dalle quali non a caso Profumo ha fatto impossibile per allontanarsi: dopo aver pensato a scalare Generali nel 2002 e dopo aver cacciato Maranghi che non dava retta agli azionisti però, singolare accusa da parte di chi viene messo alla porta con la stessa imputazione.

Profumo a 20 anni lavorava già in  banca, al Banco Lariano, 10 anni prima di laurearsi. Il suo merito indiscusso è di aver trasformato in 10 anni, dopo la privatizzazione,  il Credito Italiano da modesta banca poco più che regionale nella più aggressiva banca italiana. Nel 2001, Business Week lo celebrava come “il più dinamico banchiere europeo”, con utili che crescevano a botte del 27% annuo e un ritorno sul capitale del 21% che facevano di Unicredit la più profittevole banca europea. Più di dieci anni fa si pensò persino a un matrimonio della sua Unicredit con gli spagnoli del Banco Bilbao, ma l’Italia non era pronta. E venne allora l’espansione a Est che oggi molti rimproverano, insieme alla crescita nel risparmi o gestito con acquisizioni come quella dell’americana Pioneer, poi da dismettere. Acquisizione che a Mario Draghi non piacque, visto che da quando è a via Nazionale non fa che dire che le banche dovrebbero lasciare il risparmio gestito in mani indipendenti.

Ma negli anni 2002-2004, è stata l’ Unicredit Banca d’Impresa – allora a guidarla era Pietro Modiano, poi in SanPaolo, poi in Intesa e ora alla Carlo Tassara di Bazoli – la prima grande banca che ad alcune migliaia di piccole imprese italiane ha proposto prodotti derivati che, nati per la semplice copertura da modifiche al tasso d’interesse, si rivelarono bombe e a tempo, e fonti di perdite per alcune miliardi di euro. E’ l’Unicredit di Profumo, ad essere condannata a rifondere oltre 220 milioni alla vecchia Cirio i cui bond fregarono migliaia di italiani, anche se una Corte d’Appello ha poi  sentenziato che il pagamento è inutile, visto che la Cirio non c’è più. Ed è ancora la compagnia assicurativa vita della sua Unicredit, ad offrire ai clienti che hanno sottoscritto prodotti della Lehman  un rimborso pari solo al 50% del capitale, a differenza di altri istituti italiani che hanno dato ai propri clienti copertura integrale.

Quando Profumo riconobbe al Financial Times che doveva cambiare il modello gestionale della banca, con meno trading di prodotti finanziari, il titolo Unicredit valeva ancora oltre sei euro. Poi venne la grande paura. L’aumento di capitale tanto a lungo negato avvenne con modalità singolari, non solo con altri 700 milioni di perdite dichiarate sull’investment banking fino ad allora negate, ma in più coperto da Mediobanca attraverso l’emissione di titoli convertibili speciali, dalla cedola molto onerosa. Modalità tanto singolari che la Fondazione Cariverona di Paolo Biasi prima le votò, poi all’ultimo momento si tirò indietro. Lasciando spazio ai libici – ecco l’inizio della storia –  che non avevano più problemi a reinvestire in Italia dopo la pacificazione offerta da Berlusconi. Ma da 3,08 euro dell’azione da sottoscrivere, il titolo Unicredit scivolò sino a sotto un euro. E’ di quei giorni, la profezia di Profumo che sarebbe andato in pensione assai presto. I 4 miliardi di utili 2008 incamerati senza dividendi ma continuando a perdere quote di mercato domestico furono accolti dalle fondazioni con un tacito patto: o l’anno prossimo cambia l’aria, oppure va a casa. Eccoci all’anno successivo, con una magrissima semestrale da soli poco più di 600 milioni di utili, e Profumo puntualmente è fuori.

Quando nel 2007 era nell’aria l’acquisizione di Capitalia da parte di UniCredit, il capolavoro di Geronzi di cui Profumo poi si è pentito, temendone gli effetti su Generali e Mediobanca il professor Giovanni Bazoli senza citare Profumo fece un ritratto spietato dei “banchieri all’americana”. Profumo alzò le spalle: non parla di me, disse. Fondazioni e azionisti tedeschi oggi hanno dato ragione a Bazoli. Non la politica, che ha assistito da Roma preoccupata con Tremonti delle conseguenze sistemiche di una dipartirta senza successori pronti. Per il presidente di Intesa, Bazoli, una soddisfazione sicuramente maggiore che per Tosi, il sindaco leghista di Verona.

Direte voi: ma come, non è stato forse il sindaco leghista di Verona, Flavio Tosi, il più guerrigliero dichiaratore contro l’impropria presunta regìa attribuita a Profumo, nel far salire i libici nel capitale della banca senza avvisare fondazioni azioniste e presidente tedesco? Certo che sì. Ma questa è appunto la maliziosa e studiata abilità in cui la Lega ormai inizia ad eccellere, a conferma che anni e anni di politica hanno reso i suoi dirigenti e migliori amministratori locali del tutto all’altezza dei più smaliziati vecchi democristiani di un tempo. In realtà, i leghisti dentro la Fondazione CariVerona ancora non sono formalmente neppure entrati, e Tosi è stato semplicemente astuto sui media a invocare più di tutti il ritorno in banca del “potere ai territori”.

Se non fosse così, se davvero la vicenda dovesse essere letta come per esempio ha fatto Repubblica, se in altre parole fossimo in presenza di uno spietato attacco per allineare la seconda banca italiana al – naturalmente – famigerato governo Berlusconi, non si capirebbe perché al contrario il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, abbia giocato fino all’ultimo nella vicenda assai più il ruolo del pompiere che quello del piromane. Come già avvenuto in passato in presenza di vicende come il salvataggio del gruppo Risanamento per Intesa, rispetto alla tesi della discontinuità aziendale e del fallimento invocata dalla procura di Milano, sia pur rifuggendo da ogni compromettente e improprio atto o dichiarazione ufficiale Tremonti ha tentato il tentabile, per spiegare alle fondazioni che era meglio procedere diversamente, di fronte a una situazione europea e internazionale ancora così fortemente attraversata da instabilità e tensioni proprio sul fronte bancario.

Capisco dunque che il teatrino politico italiano dirà che è stata la Lega ad entrare a gamba tesa, e che in definitiva Biasi e Palenzona  non sono o non sembrano certo di sinistra. Ma è teatrino, appunto, per me. La sostanza è che la caduta di Profumo con la politica c’entra niente, e tanto meno con la sua partecipazione alle primarie dell’Ulivo, e con la partecipazione di sua moglie all’Assemblea del Pd. Ai tedeschi non par vero, dopo quanto profumo ha pagato l’HVB, far ballare alle fondazioni il tango della liquidazione del maggior banchiere italiano che intendeva guidare una banca senza pagar pegno agli azionisti. Ma questa non è la miseria della politica italiana, che ne ha ben altre. E’ la storia del povero mercato italiano. E, comunque, Profumo di errori ne ha fatti: eccome. Dei 40 milioni di buonuscita di cui 2 a don Colmegna, penso sia demagogia facile sparlare: ha prodotto per gli azionisti utili a decine di miliadi in 15 anni prima di deluderli, non lo dimenticate per favore.

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17 Responses

  1. Luciano Lavecchia

    Non sono molto convinto di questa interpretazione dell’ottimo Giannino, sull’estraneità della politica… sicuramente Profumo ha fatto diversi sbagli, compreso il gigantesco cambio di strategia (dalle banche specializzate, progetto McKinsey, alla One4C), ma allora andava segato ben prima.. è il timing che non mi convince. Perchè proprio ora, e perchè, se la mossa era meditata come sembrerebbe, non c’è un’alternativa a Profumo? Sicuramente le dichiarazioni da balena verde dei leghisti non aiutano a capire se sono “noise” oppure sostanza, però… oltretutto oggi sul Sole24ore c’è un’intervista al Governatore della BC libica che dice, testuali “ho anche ricordato come dell’ingresso nel capitale fosse informato non solo l’ad ma anche il presidente Dieter Rampl”. Perchè non pretendere anche la testa di Rampl, allora? Dubbi, dubbi, dubbi..

  2. Giorgio Maria Di Nicolo'

    ottimo pezzo (as usual). concordo pienamente… sono i risultati ad aver ‘estromesso’ Profumo e non l’ingresso dei libici…
    nell’articolo però non fa riferimento ad un paio di cose parzialmente già emerse nella sua trasmissione di stamane su R24:
    a) un cda ‘responsabile’ avrebbe agito con più cautela e avrebbe trovato il sostituto prima di farlo fuori ufficialmente. (la vacatio non è pensabile per una banca come U)
    b) il timore è che i tedeschi prendano il sopravvento…e il fatto che a suggerire al cda il prossimo ceo sia proprio rampl (che nel frattempo ha preso le deleghe) non mi fa ben sperare.
    Unicredit è stata la banca di cui andare orgogliosi perchè cresceva (acquisendo) all’estero. che ora la situazioni rischi di ribaltarsi mi preoccupa. noi italiani (d’animo contradaiolo) siamo spesso divisi e quindi più vulnerabili.

  3. Luciano Pontiroli

    Repubblica c’è rimasta male: ma ci vuole molta fantasia a individuare negli azionisti di Unicredit dei burattini di SB, tanto più se gli interventi di Tremonti sono confermati.
    In ogni caso, spettava agli azionisti – o ai loro rappresentanti nel CdA – ogni decisione in merito alla prosecuzione o all’interruzione del rapporto di fiducia con Profumo (v. anche il sondaggio sul sito); hanno deciso, magari sbagliando, ma hanno deciso.

  4. Antonio

    Ho la sensazione che in questa storia i più astuti siano i tedeschi, che hanno ammaliato le provincialissime Fondazioni ed i loro ‘sponsor’ politici anche (ma non solo) con la difesa dell’italianità (padanità ?) – concetti ormai obsoleti per una banca internazionale in tempi globali – contro il Turco, pronti a intervenire come novelli Barbarossa (contro il Turco, appunto) a conquistare il Belpaese! Avete mica visto ieri Belpietro come si scaldava a Ballarò ?

    Vedremo chi sarà il prossimo AD … In ogni caso, se fossi un azionista UCG, chiederei le dimissioni di tutto il CdA per aver licenziato Profumo in tronco senza aver gestito al meglio il cambiamento.

  5. Jack Free

    Caro Giannino, la Sua ricostruzione dei fatti è ineccepibile. E’ andata proprio così. Una volta private della linfa vitale (i dividendi) le Fondazioni dei Territori si sono trovate con nulla in mano e si sono ribellate. Non hanno più le loro antiche casse di risparmio che pilotavano dall’esterno e dall’interno, non hanno più le sedie nei consigli (da 8 banche si sta passando a una) e nemmeno i soldi da distribuire sul territorio. Ecco perché Palenzona, Castelletti, De Poli e Serafini-Gnudi si sono tutti trovati d’accordo nell’estromettere il CEO e dimenticare rapidamente tutto il supporto che gli avevano fornito in passato e uniti dall’obiettivo comune hanno trovato terreno facile con altri consiglieri.

    Oltre alla ricostruzione vale la pena di domandarsi cosa accadrà della banca adesso, non tra due anni. Le Fondazioni hanno costruito un piano per distruggere, non per ricambiare e ricostruire la banca. Non hanno né un modello per una banca multinazionale, né un leader internazionale in grado di realizzarlo. Hanno creato un vuoto senza sapere come riempirlo a quanto pare.
    Lo sbandamento manageriale è inevitabile proprio alla vigilia della grande trasformazione organizzativa prevista dal progetto banca unica che prevede spostamenti massicci di clientela e dipendenti rischia di aggravare il conto economico del 2011. Ancora peggio immaginare che due culture manageriali ‘perdenti’ (i tedeschi ex-HVB e Capitalia) che senza l’arrivo di Profumo-Unicredit sarebbero state spazzate via dalla crisi finanziaria come tutte altre banche deboli, possono ora installarsi al posto di comando o allargare la loro sfera di influenza sotto un nuovo AD più malleabile di Alessandro Profumo. Questa idea fa venire i brividi a chiunque conosca la banca e ne abbia a cuore il destino. Oggi questo è il rischio n.1 per la banca, per gli azionisti, per i clienti e per i dipendenti.

  6. MAURO BAMBAGIONI

    Che le fondazioni siano “sensibili” all’argomento dividendi è sicuramente vero e conseguente alla loro principale attività: elemosine sul territorio in cambio di consensi a chi le stesse fondazioni pilota.
    La mancanza di dividendi comporta una mancanza di consensi; probabilmente la Lega sta cercando di sostituire il denaro, non più erogato, con il prestigio derivante dal fatto di poter “pilotare” la più grande banca italiana.
    Le fondazioni che rifiutano aumenti di capitale dimenticano che il denaro da esse ora gestito è stato prodotto nel tempo dalla banca stessa e dai territori; e che la crisi sarebbe stata sopportata meglio dalla banca se quel denaro fosse ancora da essa posseduto; ed infine che una banca più stabile avrebbe meno paura di rischiare finanziando le imprese e le famiglie del territorio.
    Ma quanto sopra detto, seppur logico, ha un grande difetto: non porta voti.

    Nonostante ciò penso che se Profumo fosse stato giubilato per i suoi errori oggi avremmo pronto un sostituto competente e professionale; il sostituto invece prevedo che salterà fuori da un lungo lavoro di mediazione tra poteri che ben conoscono il manuale Cencelli. Forse peccherà di professionalità ma almeno sarà un amico degli amici.
    La vicenda mi ricorda molto, nel metodo, calciopoli: non si sono voluti eliminare gli errori in campo (magari con la moviola) ma coloro che li “gestivano” sostituendoli con altri gestori …. amici degli amici.
    Italian style?

  7. Luca Salvarani

    Mi scusi Giannino, faccio qualche osservazione, sperando di non prendere lucciole per lanterne.
    1-Lei rimprovera a Profumo di aver deluso gli investitori negli ultimi anni, in particolare per pochi utili e ricapitalizzazioni..verissimo però mi sapreppe allora citare quale ceo bancario ha invece rispettato le attese degli investitori? Passera? Mussari? In base a questo ragionamento andrebbero tutti cacciati domani mattina…e senza buonuscita.
    2-Se i dividendi sono stati contenuti cosa doveva fare Profumo? Distribuire riserve o peggio ancora capitale quando non ne aveva abbastanza e ha dovuto fare un ADC? Non è mica colpa di Profumo se le Fondazioni hanno investito gran parte delle loro risorse in una sola impresa perchè altrimenti non contavano niente in termini di governance…la diversificazione di solito serve a prevenire queste situazioni…
    3-Lei critica la forte esposizione di Unicredit al settore finanziario ma è in questo modo che le grandi banche americane hanno fatto miliardi di utili, non certo con l’attività di credito tradizionale con tassi ai minini e rischi di insolvenza crescenti!
    4-Lei dice che le fondazioni rimproverano a Profumo di erogare poco credito. Non si capisce se Lei è daccordo o no. Io credo che abbia fatto benissimo soprattutto in un momento come questo. Non si può criticarlo per erogare poco credito e poi pretendere utili elevati..o uno o l’altro! Se l’impresa è in difficolta, come oggi avviene per tante purtroppo, erogare credito equivale a correre il rischio d’impresa senza essere remunerati per questo e un manager ha il dovere di tenerlo presente!
    5-Non capirò mai per quale motivo Lei coglie ogni occasione possibile per lodare Tremonti! Oltretutto non si capisce bene per che cosa. Forse per essersi per l’ennesima volta intromesso in cose che non dovrebbero riguardarlo? Se il presidente della Repubblica dice una frase su Fiat, peraltro generica, Lei lo critica dicendo che non deve impicciarsi, mentre quando lo fa Tremonti, in un momento peraltro critico in cui avveniva la decisione, ammesso che lo abbia fatto, Lei lo loda…a me sembrano tanto 2 pesi e 2 misure.
    6-Cosa centra Profumo con i libici? Gli stessi che criticano i libici appoggiano il governo che ci fa affari e li accoglie a braccia aperte e col cappello in mano…
    7-Perchè la Banca d’Italia si interessa tanto della partecipazione dei libici? Vuole forse salvaguardare l’italianità di Unicredit? Ma Draghi non è stato forse nominato perchè Fazio faceva esattamente questo?
    8-L’unica cosa che ho capito è che non comprerò mai azioni in una banca come Unicredit, dove l’unica cosa che conta è essere in buoni rapporti col ministro, la fondazione, il politico o il grande imprenditore di turno! Una banca in cui il managment può essere portato a fare favori a certi debitori che siedono in cda (Ligresti) per conservare il posto danneggiando gli azionisti di minoranza. Se questo Lei lo chiama libero mercato…tanti auguri! La prova è che l’unico membra davvero indipendente del cda ossia la Reichlin ha votato per Profumo.
    9-Per come la vedo io questa vicenda è vergognosa e dovrebbe far riflettere profondamente su queste sorta di mostri chiamati fondazioni. Non si capisce chi li ha nominati, in base a quale criterio investono le loro risorse, a chi debbano rispondere del loro operato, perchè il loro portafoglio sia concentrato su una o poche partecipazioni (questo si sa!) aumentandone il rischio a causa della mancata diversificazione, se il loro compito sia fare pressioni sulle banche per facilitare questa o quella impresa amica o investire al meglio le risorse per erogare soldi al territorio e allora gli investimenti dovrebbero essere completamente diversi, perchè uno stato pieno di debiti che può avere difficoltà a rifinanziarsi tollera che vengano immobilizzate e gestite a soli fini di potere, perdendoci nel frattempo un mucchio di soldi, risorse per miliardi di euro…è ora di chiudere queste cosiddette fondazioni!!!!

  8. Luca

    Gent.mo Dott. Giannino,
    in questi due giorni non ho sentito alcun intervento, in forma di articolo o di intervista volto a compendere l’interpretazione dell’allontanamento di Profumo secondo il punto di vista dei nuovi soci libici. Parafrasando la frase di Mattioli da Lei inserita in apertura, le banche libiche hanno deciso di investire seguendo le indicazioni del past AD e in nemmeno due settimane lo scenario è completamente cambiato. Magra figura per quella che è stata definita l’unica public company italiana.

  9. ANGELO100

    Mi spiace dottor Giannino, lei dimentica che il sistema italiano e’ bancocentrico e che non si puo’ pensare che l’operazione italia-Libia non abbia prodotto una qualche contro partita di goverance bancaria, in quel Governo di cui la Lega fa parte. Certo possiamo chiamare un Blog Chicago Blog, possimoa rifarci ai libertari, pensare all’economics, ma non ci si dimentichi che in Italia la governance bancaria e’ anche goverannce politica, non fosse altro per il ruolo delle fondazioni e del significato pubblico del risparmio. Ma non e’ che per caso ci si puo’ rifare a qualche originale idea e modellistica italiana per descrivere l’Italia piuttoso che fare rischiose operazioni culturali che rischiano di confondere i commentatori ancora prima dei lettori? grazie Angelo Leogrande

  10. Dispiace che le banche italiane non siano tecnicamente fallite come hanno fatto molte di quelle straniere. Così le fondazioni (e molti incolpevoli azionisti minori) avrebbero avuto il valore del loro investimento azzerato pagando la mancanza di differenziazione del portafoglio.
    Dispiace che un manager in gamba venga defenestrato per localismi politici di breve respiro.
    Dispiace che un ministro della Repubblica intervenga a gamba tesa su un argomento non di sua pertinenza, mentre dovrebbe far rispettare le leggi con la sua moral suasion (o con la guardia di finanza) prima di tutte la legge Amato Ciampi di vent’anni fa e le successive sul tema, che dovrebbero limitare il potere delle fondazioni nelle banche.
    Dispiace ancora una volta che qualcuno venga punito non per gli errori che fa, ma per come la pensa.
    Dispiace che l’Italia sia ancora così.
    A destra come a sinistra.

  11. Contrariamente al solito, questa volta NON mi trovo a favore delle Sue valutazioni.

    Da persona fuori dell’ ambito specifico, propendo maggiormante per lo scenario presentato e descritto da LUCE SALVARANI.

  12. Sicuramente Profumo a reso grande e trasparente Unicredit, ma sebbene in passato a fatto molto è da un po’ che la Banca non guadagna come prima. Ora che nel mondo della finanza ci sia una ristrutturazione anche nel modo di guadagnare non c’è dubbio. Non credo molto cambierà o forse cambierà ma non del tutto il modo di gestione delle banche, ma intanto cambiano i vertici di molti banche. Certo le fondazioni hanno soci che con la politica e il radicamento a molto a che fare e forse Profumo pensava di poter andare avanti nell’internazionalizzazione della banca e dei suoi soci che mai si concigliavano totalmente con i soci maggiori. E quando il rendimento cala tutto diventa più difficile. La vicenda Unicredit però da un grande insegnamento: se i soci sono attenti e sanno cosa vogliano riescono a cambiare anche il manger più potenti. Ecco forse in Parmal e Cirio questo non è successo.

  13. Jack Free

    La rissa pubblica tra De Poli (fondazione Cassamarca) e Geronzi dovrebbe fornire una prova indiziaria non banale che l’analisi di Oscar Giannino (le Fondazioni sono i mandanti dell’omicidio Profumo, non la politica…) era azzeccata.
    E fornisce anche altri elementi di squallore, insieme alla trista probabilità di rivedere Profumo a capo di qualche banca estera e uno straniero al suo posto in Unicredit.

  14. salvadòr pantalòn

    sono uno dei tanti clienti e un piccolissimo azionista di unicredit; mi dava molto fastidio il modo di muoversi nella politica di profumo, mentre invece non mi dispiaceva il suo metodo di gestione della banca; dopo questo “25 luglio” che ha visto i soliti voltagabbana sacrificare il cesare di turno per potere riprendere e mantenere il potere, spero che il vento del nord assesti un bel colpo alle fondazioni! non era il ministro tremonti che qualche anno fa desiderava parecchio disfarsene per dare maggiore risalto ai loro enormi capitali?

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