Il dubbio di Gubbio, la ramanzina di Cortina, e i conti di Tremonti

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Dopo il dubbio di Gubbio sullo spezzatino dell’Enel, la ramanzina di cortina su eolico e nucleare: che il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, stia facendo i conti con l’energia? Se è così, ha probabilmente bisogno di un ripasso. Qui la prima puntata. Questa è la seconda.

Durante il suo intervento alpino, il ministro ha affrontato due questioni legate all’organizzazione del nostro mercato elettrico. Nel primo passaggio, ha espresso una dura condanna nei confronti dell’energia eolica; nel secondo, ha spiegato perché senza il nucleare siamo fottuti. In entrambi i casi, ha detto alcune cose giuste utilizzando gli argomenti sbagliati.

Partiamo dall’eolico. Sulla questione, a dire il vero, Tremonti era già intervenuto tempo fa, gettando l’industria del vento nello scompiglio, e oggi lo fa rilanciando l’argomento e riciclando la battuta (ma un grande maestro un giorno mi spiegò che l’importante non è cambiare battute: è cambiare pubblico). Parto dalla battuta:

Non dobbiamo credere a quelli che raccontano le balle dei mulini a vento, le balle dell’eolico, vi siete mai chiesti perchè in Italia non ci sono i mulini a vento?

La battuta esprime una semplice verità, naturalmente, cioè che l’Italia non è un paese ventoso. Si potrebbe però rispondere che il progresso tecnico consente di sfruttare con profitto anche zone meno ventose del passato, e anche questo è un po’ vero, un po’ no. Il problema è se l’energia dal vento sia (o possa essere competitiva) in assenza di sussidi. Nella maggior parte dei casi, non lo è, ma questa è un’opinione: l’unico modo per avere una risposta è lasciare alle imprese del settore la scelta se impiantare oppure no le torri eoliche, e farlo senza distorcerne gli incentivi con sussidi che, tra l’altro, sono spesso troppo alti e sempre troppo incerti (aggiungo: sono alti perché sono incerti). Comunque, Tremonti va oltre e aggiunge:

Il business dell’eolico è uno degli affari di corruzione più grandi e la quota di maggioranza francamente non appartiene a noi.

Non mi è chiaro se con “non appartiene a noi” Tremonti si riferisca all’industria italiana o alla sua parte politica (nel qual caso la cosa sarebbe quanto meno discutibile). Fatto sta che nelle parole di Tremonti si nasconde una verità fattuale – che attorno all’eolico siano volate e stiano volando tangenti – la quale, però, richiede di essere interpretata. In altri termini: la corruzione è intrinsecamente legata all’eolico? Se così fosse, dovremmo trovare episodi più o meno simili anche in altri paesi, e in particolare in quelli che più hanno investito nel vento, come Germania e Danimarca. Invece non è così. Come la mettiamo? La mettiamo che l’eolico è spesso un veicolo di corruzione non perché questa vada via col vento, ma perché i processi autorizzativi e i meccanismi burocratici per ottenere un’autorizzazione sono così opachi, così imprevedibili e così discrezionali da aprire una enorme finestra di opportunità per imprenditori disonesti, politici di facili costumi, e infiltrazioni mafiose di varia umanità. Che poi le regioni del Sud siano relativamente più ventose è una ulteriore circostanza facilitante, ma non la prima né la più importante. Se dunque Tremonti vuole affrontare seriamente la faccenda, deve fare alcune cose molto semplici: semplificare radicalmente i processi autorizzativi, scambiare questa razionalizzazione con una riduzione dei sussidi (la disponibilità ad accettare lo scambio è un indice interessante di quanto l’industria rinnovabile creda realmente nelle sue capacità), e disboscare le distorsioni esistenti. (Me ne sono occupato, senza esplicito riferimento all’eolico, anche qui). Per fare questo, non serve volare alto (anche perché poi è facile cadere): basta mettersi di buzzo buono e lavorare. Azzardo una scommessa: se mai il ministro ci provasse, dovrebbe scontrarsi con le fortissime resistenze della sua stessa base di amministratori (lo stesso accadrebbe se lo facessero gli altri, beninteso). Non è un’opzione, invece, “rottamare” l’eolico: fosse per me tutti i sussidi finirebbero domani mattina, e l’eolico dovrebbe battersi con le sue armi, ma non è possibile perché a questo siamo obbligati dalle direttive europee. Se proprio s’ha da fare, allora, tanto vale farlo bene.

Non comprendere che la corruzione non sta nell’eolico, ma nelle procedure spinge il ragionamento su una direttrice sbagliata. Infatti, Tremonti trae le sue conseguenze:

Un punto che ci penalizza è quello del nucleare: noi importiamo energia. Mentre tutti gli altri paesi stanno investendo sul nucleare noi facciamo come quelli che si nutrono mangiando caviale, non è possibile.

Ci sono  varie mine da disinnescare, in queste poche parole. Primo: non è vero che “tutti gli altri paesi stanno investendo sul nucleare“. Alcuni sì, altri no; di quelli no, la maggior parte non ci investono perché l’hanno già fatto. Inoltre, investire sul nucleare non gli impedisce di investire sulle rinnovabili, e viceversa. Non è che io mi ci trovi moltissimo a fare il difensore delle energie verdi, e non lo voglio fare, ma per sostenere una tesi corretta bisogna anzitutto partire da dati fattuali veri. Secondo: il nostro caviale non sono, tecnicamente, le rinnovabili, ma il gas. E il gas non è caviale in senso assoluto, anzi, è un combustibile straordinario di fondamentale importanza in un mix di generazione elettrica. Però ha il suo ruolo, mentre noi lo facciamo giocare in tutte le posizioni. Sicché lo impieghiamo non solo per fare le cose che sa fare bene, ma anche per quelle che sa fare meno bene e in modo molto costoso (la generazione “di base”, che altrove viene affidata a fonti con una diversa proporzione tra costi fissi e variabili quali il carbone e il nucleare). Noto per inciso che la vera competizione, se le cose stanno così, è tra nucleare e carbone (o, al limite, tra nucleare e gas): non può essere, per ragioni tecniche ed economiche, tra nucleare e rinnovabili (come abbiamo cercato di spiegare qui e come non si stanca di dire Chicco Testa).

Ultimo e più importante. Al contrario di quanto sembra sostenere Tremonti, non è vero che siamo poco competitivi perché importiamo energia: è vero che importiamo perché siamo poco competitivi. Se i prezzi elettrici in Italia fossero relativamente alti a causa delle importazioni, basterebbe smettere di importare e produrre in casa. Invece, per una molteplicità di ragioni (tra cui le più importanti sono le opposizioni contro i combustibili appropriati per la generazione di base, le inefficienze della rete e una serie di ruggini normative) il nostro costo di generazione è troppo elevato, e dunque importiamo una quota di energia dall’estero. Se le importazioni servissero a coprire deficit di capacità, la loro quota crescerebbe nelle ore di picco: invece, il grosso è di notte. Ora, è possibile che inserendo il nucleare nel nostro mix avremmo costi (non necessariamente prezzi) più competitivi, ed è possibile che questo andrebbe a scapito delle importazioni. Ma il nesso logico è il contrario di quello ipotizzato da Tremonti e, anzi, a parità di altri elementi avrebbe moltissimo senso aumentare la nostra dipendenza dall’estero e, in particolare, dalla Francia (così come avrebbe senso per la Francia, in altre ore del giorno, aumentare la dipendenza dalle importazioni dall’Italia).

Quello energetico è un settore importante e complesso. Non capire, però, che – in un contesto liberalizzato – si importa perché costa meno non tradisce una incompleta comprensione delle questioni energetiche. Tradisce o l’incompleta comprensione che due più due fa quattro, o la scelta consapevole di chiudere gli occhi di fronte a questa banale verità nel nome del populismo.

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