Lo spezzatino indigesto di Tremonti

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Il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, si è recentemente lamentato delle privatizzazioni all’italiana. In particolare, ha detto:

L’apparato produttivo del Paese ha perso la sua massa critica. Ci devono spiegare perche’ le privatizzazioni sono state fatte cosi’. Lo ’spezzatino’ indica quali erano gli appetiti… L’unica struttura dimensionale all’altezza la conservano i gruppi che sono ancora dello Stato. Mi chiedo a cosa sia servito, ad esempio, lo spezzatino dell’Enel, mentre la Francia oggi puo’ contare in questo settore su un colosso di dimensioni internazionali.

A parte che, l’ultima volta che ho controllato, l’Enel – sia pure spezzatinata – aveva ancora lo Stato come azionista di controllo, forse il ministro non si è accorto di alcuni, trascurabili risultati che sono stati raggiunti negli ultimi anni.

Anzitutto, la storia. Enel nasce nel 1962 con la nazionalizzazione dell’energia elettrica, e assorbe tutta la pluralità di operatori privati allora esistenti. Sopravvivono solo un pugno di municipalizzate. Rimane un ente di Stato fino al 1992, quando viene trasformata in società per azioni (il cui capitale è interamente nelle mani del Tesoro). Gli anni fino al 1998 sono un periodo di profonda riorganizzazione, durante i quali la trasformazione da “ministero” a società deve prendere, e prende, sostanza. Sono anche gli anni in cui matura il progetto (poi abortito) dell’Enel “multiutility”, ma questa è una storia diversa (e sovrapposta). Contemporaneamente, il paese inizia a dotarsi degli strumenti richiesti dalle direttive europee in vista della liberalizzazione: la stessa Autorità per l’energia diventa operativa nel 1997, sotto la guida di Pippo Ranci.

La svolta è però nel 1999, quando il decreto Bersani apre formalmente il mercato alla concorrenza, imponendo tra l’altro un tetto antitrust del 50 per cento alla quota di mercato dell’Enel. Da qui nasce l’esigenza dello spezzatino: esso viene fatto per “liberare” i consumatori dal monopolio. L’effettiva libertà di scelta è ancora lontana, ma il frutto non può essere distinto dall’albero. E alle radici dell’albero c’è questa scelta che è virtuosa e, come vedremo, conveniente. Ma, prima ancora dello spezzatino, Enel viene quotata in borsa. Questo è l’inizio della “privatizzazione”: l’anno è il 1999, cioè l’anno del decreto Bersani, l’anno in cui lo Stato deve far tornare i conti per entrare nell’euro, l’anno in cui tutte le decisioni successive vengono, se non prese, almeno impostate.

Lo spezzatino si sostanzia col conferimento di un pacchetto di centrali a tre GenCo – Eurogen, Elettrogen, Interpower – attraverso le quali Enel aliena circa 15.000 MW di potenza. Teoricamente i tre portafogli vengono composti in modo “equo”, cioè in modo tale da non mantenere i gioielli nel recinto Enel e le carrette al di fuori. Non sempre le ciambelle riescono col buco, e non tutti i buchi sono delle dimensioni adatte, ma – ancora una volta – il meglio è nemico del bene e qui, indubbiamente, di bene stiamo parlando. I primi acquirenti delle Genco sono, rispettivamente, Edipower (2002), un consorzio tra Endesa Italia e Asm Brescia (2001), e un consorzio tra Acea ed Electrabel-Suez (2002). Successive riorganizzazioni societarie, e soprattutto l’incredibile e (per quel che ne so) senza precedenti ondata di investimenti che dopo il 2003 ha rinnovato gran parte della flotta esistente ha infine plasmato il mercato e determinato la struttura dei principali attori. Una sorta analoga segue la rete di trasmissione nazionale, conferita inizialmente a una società del gruppo Enel (Terna) e gestita da un organismo pubblico (il Grtn): il sistena troverà la sua razionalità nel 2004, con l’alienazione di Terna e la sua “privatizzazione” e la conseguente unificazione di proprietà e gestione. Anche qui, l’ultima volta che ho controllato Terna aveva lo Stato come azionista di controllo. Sempre l’ultima volta che ho controllato, negli anni in cui tutto questo avveniva (2001-2004) il presidente del consiglio era Silvio Berlusconi e il ministro dell’Economia era Giulio Tremonti, che nella sua “lettera d’addio” (quando a Via XX Settembre fu sostituito da Domenico Siniscalco) rivendicò i risultati raggiunti:

nel periodo in cui ho avuto l’onore di servire il Paese come ministro dell’Economia nel governo Berlusconi, l’Italia ha operato circa un terzo delle privatizzazioni operate in tutto il mondo, in pari periodo, e ha centrato il record europeo delle privatizzazioni.

(Hat tipo: Goffredo Galeazzi).

Il resto non è storia ma cronaca, o qualcosa che sta nel mezzo. Enel è cresciuta sana e robusta (seppure indebitata per l’importante campagna di acquisizioni) e oggi si definisce “una multinazionale dell’energia”: non sono sicuro che, potendo scegliere tra l’essere azionista di Enel o di Edf (il presunto esempio positivo nella citazione iniziale di Tremonti), il ministro dell’Economia preferirebbe il gruppo francese. L’apparente paradosso è che, contemporaneamente, sono cresciute sia Enel, sia i concorrenti, tanto che oggi esistono almeno cinque gruppi di grandi dimensioni nella generazione elettrica (Enel, Edison, Eni, Edip0wer, E.On) e svariati altri di dimensioni medie o piccole.

La privatizzazione e lo spezzatino si sono sviluppati di pari passo con la progressiva apertura del mercato, che dal 1 luglio 2007 riguarda tutti i consumatori, compresi quelli domestici. Come spieghiamo nell’Indice delle liberalizzazioni, il mercato ha così raggiunto un grado di apertura dignitoso sia in assoluto, sia rispetto ai benchmark più sfidanti (nel nostro caso, la Gran Bretagna). Con o senza benefici per i consumatori? La risposta sta non solo nei risultati raggiunti in termini di “switch” (cioè l’effettiva mobilità dei consumatori) che non sono disprezzabili, ma anche e soprattutto nel mutamento generale che privatizzazione e liberalizzazione e spezzatino hanno imposto al settore. Il bilancio di questi anni sta nella presentazione della relazione annuale del Presidente dell’Autorità per l’energia, Alessandro Ortis:

A questi fini serve pure completare e sostenere le liberalizzazioni e le regolazioni che hanno già garantito risultati importanti: nel settore elettrico del nostro Paese, ad esempio, una riduzione di oneri stimabile in più di 4,5 miliardi di euro all’anno, rispetto al 1999. A questo dato ha contribuito, per il 40%, la riduzione di componenti tariffarie regolate e, per il 60%, la pressione competitiva che ha indotto investimenti per impianti nuovi e più efficienti.

Ciascuno è libero di valutare autonomamente questi dati – se siano positivi o negativi, meglio o peggio di quanto si attendeva – ma sarebbe sbagliato ignorarli. E’ appena il caso di osservare che, nonostante l’aumento esponenziale dei prezzi dei combustibili nel periodo pre-crisi, i prezzi dell’energia elettrica in Italia sono restati (in termini reali) costanti o moderatamente crescenti, e ciò per effetto proprio della cornice competitiva che è stata creata. Dunque, per tornare al punto di partenza, è difficile sostenere che la somma di privatizzazione, spezzatino e liberalizzazione abbia penalizzato l’Italia. E sarebbe ingeneroso pensare che la sola liberalizzazione, senza la (parziale) privatizzazione e senza lo spezzatino, avrebbe sortito risultati altrettanto significativi in così poco tempo. Chi è sfiorato da questo dubbio, dovrebbe chiedersi perché nulla del genere si sia verificato nel contiguo settore del gas, dove – a una liberalizzazione formale – non ha corrisposto il tentativo di “smontare” il monopolio dando respiro alla concorrenza (in parte, va riconosciuto, perché i fondamentali del business sono diversi: ma non così diversi da impedire un’evoluzione parallela). Questo non significa che tutto va bene: significa che tutto va meglio (e potrebbe andare ancora meglio se applicassimo, con più convinzione, gli insegnamenti di questo decennio). Per usare una formula abusata, rovesciandola, molto resta da fare, ma molto è stato fatto. Con errori e ingenuità, ma nondimeno nella direzione giusta e con conseguenze concrete.

Il ministro Tremonti ci ha abituati al suo gusto per la provocazione, ma la provocazione non può prescindere da una base fattuale che, nel caso in questione, esiste, è facilmente accessibile e si suppone sia nota al responsabile dell’Economia, quanto meno nella sua veste di azionista di Enel (e percettore di dividendi forse perfino troppo lauti). Dunque, la domanda di Tremonti non è retorica. Il ministro si chiedeva “a cosa sia servito… lo spezzatino dell’Enel”. E’ servito a creare un’azienda seria, un mercato che funziona abbastanza bene, e un sistema elettrico che non ha nulla da invidiare, e molto da insegnare, ai competitor europei.

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