Perché in Italia vince la “preferenza L”

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Questo paper l’avevo messo da parte l’anno scorso, ed è rimasto colpevolmente a dormire sotto una pila di stampe, a conferma che la carta tradisce più dei computer. Mi è ripassato per le mani sbarazzandomi di carta inutile. Ma è come se mi abbia parlato, scivolando via per farsi raccogliere e leggere. Lo consiglio a tutti. Perché punta il dito su una singolarità italiana in cui ci imbattiamo tutti ogni giorno: lavoro, scuola, università, servizi pubblici, organizzazione e prestazione del lavoro nelle imprese private, politica, sindacato, professioni. Dovunque in Italia si tocca con mano il prevalere della “preferenza L”. Dove “L” sta per low:  bassa qualità. Dovunque, la bassa qualità è una convenzione accettata, anche se a chiacchiere convive con molti proclami di chi dichiara di non volerla e di non praticarla. Di fatto, la bassa qualità e il pressapochismo sono una conventio di massa, la vera Costitizione materiale del Paese. Ma perché?

Per chi la pensa come noi che non esitiamo a dire che dall’Italia se non migliora bisogna essere pronti ad esercitare l’exit visto che la voice serve a poco, cioè ad andarsene senza troppe nostalgie, non è un caso che il aper l’abbiano scritto due studiosi italiani di qelli che non rinneano il proprio Paese, ma fatto sta che la propria carriera l’hanno fatta all’estero e non tornano. Diego Gambetta insegna Sciologia ed è fellow del Nuffield College ad Oxford, Gloria Origgi si è perfezionata in filosofia del linguaggio e scienze cognitive al Polytechnique e insegna a Parigi all’Institut Jean Nicod del CNRS.

G&G hanno ragione: in Italia la “preferenza L” vince sulla “preferenza H”, il basso sull’alto, il pressapochismo sul perfezionismo e la precisione, non solo melle truffe commerciali olearie e vinicole ai danni dell’Ue e nelle quote latte, tanto meno è prassi con cui la parte meno acculturata e patrimonializzata del Paese tenta di sfangarla dall’eccesso di competizione portato dagli have sugli have not. E’ regola e non eccezione in ogni ambito. Quando viene documentato che  l’economista Stefano Zamagni copia pagine iuntere non quotate da Robert Nozick, il filosofo della politica e rettore del Suor Orsola Benincasa Antonio Villani fa la stessa cosa da molti autori tedeschi, e il filosofo Umberto Galimberti idem con patate copiando di soppiatto da Giulia Sissa che insegna in California, alle loro carriere e stima reputuazionale non capita assolutamente nulla, anzi si scatena una reazione come quella di Gianni Vattimo “cari signori, la filosofia è copiare”, oppure ancora, nel caso di Zamagni, una difesa a oltranza in nome del fatto che lo si vorrebbe colpire in quanto “di sinistra”. Senza contare il fatto che ciascuno ha detto o fatto capire di essere sommamente innocente, perché la copiatura indichiarata avveniva a opera di studenti-negri estensori dei testi per il prof, che certo non aveva a quel punto facoltà di cotnrollo delle citazioni e plagi…

Ma, ripeto, il problema è generale, dell’intera società italiana, non certo del suo corpo accademico e solo di una scuola e università ridotte a mega ammortizzatori sociali di massa (vedi polemiche sui precari: per averlo detto alla radio fuori dai denti come mio costume mi son beccato migliaia di sms d’improperi) invece che a palestre dove si acceda in nome di ciò che si dovrebbe promuovere, cioè merito ed eccellenza.

E il motivo per cui dovunque vince il fattore L è un enorme equilibrio di Nash, quello cioè in cui nessun attore del gioco ha interesse a disallineare la propria preferenza, rispetto a una soluzione alla von Neumann, chealteri le’quilibrio innome del fatto di prevedere un vincitore netto. Se ci ensate bene, è la stessa colpa che si fa al maggioritario in nome del parlamentarsismo e dell’eterna mediazione parlamentare spacciata per essenza della democrazia, è la stessa risposta che si oppone a qualunque riforma vada a incidere seriamente su rendite consolidate, si tratti delle farmacie o di accessi e tariffe delle professioni, dell’ordinamento giudiziario o del pubblico impiego.

L’effetto di questo equilibrio di Nash a favore del fattore L è una buona spiegazione, purtroppo, della bassa produttività italiana comparata, dunque ha effetti negativi certi a lungo andare nel suo complesso, anche se a milioni di praticanti indefessi si traduce nell’apparente vantaggio a breve di autotuela e autopromozione, scegliendo di corrispondere ogni giorno ad altrettanti convinti della superiorità di L su H.

Per chi  crede e punta su H, dunque, la scelta non è predicare, come facciamo qui. O meglio serve ma è un pannicello caldo, la comunicazione pubblica vive come un rito la celebrazione dell’eccellenza tradita, perché poi la imputa sempre a qualcun altro, a chi ha vinto le elezioni o a chi ti escluso dal posto perché amico degli amici come se non lo fossi 90 volte su 100 anche tu.

Oltre le prediche inutili, per chi crede nel fattore H la via consiste nell’associarsi, formare capitale umano e fisico, assumere e licenziare, stipulare contratti e osservarli eccetera SOLO con coloro che praticano la stessa opzione. Perché solo così a lungo andare, e all’emergere del vantaggio sicuro di maggior produttività e benessere da maggior serietà, inizierà a risultare incentivanmte a catena disallineare dall’equilibrio di Nash al ribasso il comportamento concreto di un sempre maggior numero di infingardi avvantaggiati dalle reti relazionali che sono la vera ossatura, dovunque, del nostro Paese.

Roba tosta, da calvinisti illusi? No. E’ la via più seria a cambiare il Paese, quella della serietà.

Se questo alle elezioni significa poi non trovare un partito o una coalizione in linea col fattore L, allora non basta non votare. Perché l’alternativa all’exit cioè all’espatrio per chi può, nella teoria dei giochi è voice cioè fondarne uno nuovo. Di sole persone serie. E chi ride dicendo “illusi” o è un rassegnato profittatore e allora lo capisco, oppure se non ha niente da perdere ha solo da guadagnarci.

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