Cambiategli nome

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La pubblicazione del rapporto dell’InterAcademy Council sul processo dell’Ipcc – l’organizzazione delle Nazioni unite che fa “il punto” sulla scienza del clima – ha generato reazioni eterogenee quanto prevedibili. Gli “amici” dell’Ipcc vi hanno letto una sentenza di assoluzione, i critici una condanna. Probabilmente la verità sta nel mezzo, ma certamente sarebbe sorprendente se la cosa rimanesse priva di conseguenze. Come invece sarà.

Anzitutto, cosa dice il rapporto? Questo il primo paragrafo della presentazione disponibile sul sito Iac:

The process used by the Intergovernmental Panel on Climate Change to produce its periodic assessment reports has been successful overall, but IPCC needs to fundamentally reform its management structure and strengthen its procedures to handle ever larger and increasingly complex climate assessments as well as the more intense public scrutiny coming from a world grappling with how best to respond to climate change, says a new report from the InterAcademy Council (IAC), an Amsterdam-based organization of the world’s science academies.

(Qui l’efficace sintesi di Piero Vietti,  qui un commento caustico di Fabio Spina).

Fin dalle prime righe, si capisce, appunto, che l’esito è favorevole all’Ipcc, ma non tenero. Infatti, il risultato è “overall” di successo ma “richiede cambiamenti fondamentali nella sua struttura di management e il rafforzamento delle sue procedure”. Non è un giudizio di cui andar troppo lieti, se si tiene alla credibilità dell’Ipcc e soprattutto se si considera che dalle conclusioni dell’Ipcc, e dal modo in cui vengono presentate, dipendono scelte politiche destinate a produrre un impatto enorme.

Il Focal point italiano dell’Ipcc, Sergio Castellari, ha commentato:

Nessuna critica dallo Iac ai contenuti scientifici prodotti dai ricercatori e dagli scienziati dell’Ipcc per delineare lo stato del cambiamento climatico in atto sul nostro pianeta ma solo osservazioni su alcune procedure adottate dal Panel, osservazioni che io stesso condivido pienamente.

Ora, a me pare un commento un po’ pilatesco. Infatti, lo Iac non ha criticato i contenuti scientifici dei rapporti Ipcc perché non era questo il suo mandato. Il mandato era quello di rivedere la catena di costruzione dei rapporti e valutarne l’efficienza: lo Iac ha dato quello che, tanti anni fa, avremmo chiamato un “18 politico” (o, se volete, un 18 non politico, ma pur sempre un 18). Quindi, la sufficienza. “Sufficiente” è un giudizio che – perdonatemi – è spesso insufficiente. Vi lascereste operare da un chirurgo la cui unica referenza sia la laurea col minimo dei voti? Quando si occupa un ruolo centrale rispetto a un processo decisionale, non basta la “sufficienza”: ci vuole uno standard molto più elevato di quello formalmente richiesto, e per buone ragioni. Allora, la scelta di Castellari di minimizzare mi pare un nascondere la testa sotto la sabbia. Anche perché trovo difficile sostenere, alla luce della sentenza Iac, che le conclusioni dell’Ipcc sono ineccepibili: nel senso che (da profano) tendo a pensare che difficilmente una procedura inefficiente (e sulla sua inefficienza anche Castellari “condivide pienamente”, parole sue) possa produrre risultati indiscutibili.

Pensavo a queste cose e mi chiedevo a quali conseguenze potrebbero portare se l’onestà scientifica fosse la regola. Sicuramente, credo che le dimissioni del capo dell’Ipcc, Rajendra Pachauri, fossero il minimo sindacale, anche perché una delle osservazioni dello Iac riguarda appunto la durata eccessiva del mandato del presidente. Il quadro paradossale è questo: Pachauri incarica un consulente (che quindi è naturalmente ben predisposto, non lavorando per un ente terzo) di valutare le procedure dell’ente da lui presieduto; il consulente dice che bisogna stringere i bulloni e che, tra gli altri bulloni, uno riguarda proprio la durata del mandato presidenziale; e l’eterno presidente se la cava con una pacca sulla spalla, grazie e arrivederci.

Pensavo a queste cose e mi chiedevo come uscire dalle contraddizioni apparentemente insanabili quando, grazie alla segnalazione di Guido Guidi, ho trovato queste illuminanti parole di Pachauri:

we are an intergovernmental body and our strength and acceptability of what we produce is largely because we are owned by governments. If that was not the case, then we would be like any other scientific body that maybe producing first-rate reports but don’t see the light of the day because they don’t matter in policy-making. Now clearly, if it’s an inter-governmental body and we want governments’ ownership of what we produce, obviously they will give us guidance of what direction to follow, what are the questions they want answered. Unfortunately, people have completely missed the original resolution by which IPCC was set up. It clearly says that our assessment should include realistic response strategies. If that is not an assessment of policies, then what does it represent? And I am afraid, we have been, in my view, defensive in coming out with a whole range of policies and I am not saying we prescribe policy A or B or C but on the basis of science, we are looking at realistic response strategies.

A quel punto ho capito che l’errore era mio, ed era di base. Non c’è alcuna “contraddizione apparentemente insanabile”: c’è, semmai, una “apparente contraddizione insanabile”. Infatti, abbiamo sempre sbagliato quando abbiamo voluto illuderci che l’Ipcc fosse un organo scientifico e che il suo oggetto fosse indagare la scienze per offrire un quadro equo delle conoscenze scientifiche. L’Ipcc – per esplicita ammissione del suo presidente, oltre che per la sua missione – non è “any other scientific body” ma deve la sua forza e la sua credibilità al fatto che è posseduto, governato e indirizzato dai governi. Il suo obiettivo, a fortiori, non è indagare la scienza, ma giustificare decisioni prese a priori (“obviously they will give us guidance of what direction to follow, what are the questions they want answered”, e solo per carità di patria deve essersi morso la lingua prima di dire “quali risposte desiderano alle domande che suggeriscono”). Neppure l’Ipcc suggerisce politiche “sulla base della scienza”: esso si limita a “suggerire strategie di risposta realistiche”. Realistiche rispetto a cosa? Ma alla politica, naturalmente, che è il dna, l’essenza e la ragion d’essere dell’Ipcc.

Dunque, non servono tante riforme né procedure complicate. Basta una sola riforma. Cambiare il nome all’Ipcc in modo che esprima quello che è: Intergovernmental Panel on Climate Politics. Insomma, il Porta a porta (qualunque allusione è lecita e incoraggiata) del clima.

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