Spesa e tasse: tetto in Costituzione, alla tedesca

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L’Europa continua a interrogarsi sul doppio binario che la Germania ha di fatto imposto sin dall’inizio della crisi a ogni tentativo continentale di affrontarne le conseguenze con strumenti comuni. Forse è venuto il momento, ai fini dell’exit strategy innanzitutto del nostro Paese e dunque delle sue scelte politiche più di fondo, di affrontare il nodo delineandolo con chiarezza. Quando dico con chiarezza, significa evitando accuratamente ogni atteggiamento retorico: sia esso ispirato alla retorica federalista-europea, sia alla retorica istituzionalista-europea, sia a quella antieuropeista per fede e professione. Lo dico perché, nella mia esperienza, trovo che la maggior parte dei richiami dell’Europa sui media italiani continui ad essere viziata da questo errore di fondo. Si parla di un’Europa che si vuole o si teme, comunque sempre di una diversa da quella che c’è davvero, e prescindendo da come davvero funziona e concretamente può realisticamente cambiare, non seguendo impossibili balzi in avanti. Veniamo invece al punto.La Germania nel secondo trimestre 2010 è cresciuto del 3,4% sull’anno precedente e se invece proiettiamo sul futuro il suo dato, saremmo al tasso monstre dell’8,8%: non sarà così ovviamente, ma è altrettanto evidente che la crescita tedesca (e quella britannica) dividono di fato l’Europa in due, c’è chi sta nel girone A , da cui la Francia in frenata rischia di uscire, e chi sta nel girone B cioè cresce intorno al,l’1%. C’è poi il girone C, dei Paesi come Grecia e Spagna spinti in recessione dalla stretta necessaria per evitare la crisi del loro debito pubblico. Sappiamo quali sono i due motori essenziali della crescita tedesca. Il primo è un’elevata produttività, innestata sei sette anni fa con un cambio di passo complessivo di prestazione di lavoro, turni e retribuzioni nei grandi gruppi manifatturieri di Deutschland AG, da Volkswagen a Siemens, alla testa oggi dell’export industriale nei nuovi mercati emergenti a cominciare dalla Cina. Il secondo è un impegno rigoroso sulla finanza pubblica, senza alcuna facile concessione al deficit facile. Sono due scelte su cui converge il più delle classi dirigenti germaniche, a prescindere dalla perdita di consenso e popolarità del governo Merkel, che ha perso la maggioranza al Bundesrat alle elezioni di maggio in Renania Nord Westfalia, senza che nessuno a Berlino abbia mai pensato neanche per un secondo a crisi di governo ed elezioni anticipate. Tuttavia, quel che ci si ostina a non capire è da quali pecondizioni siano dipese queste due scelte di fondo. Si imputa alla Germania di non capire che un modello di crescita basato sul suo export manifatturiero extra europeo si rivelerà insostenibile, perché i due terzi del commercio Ue sono intraeuropei e dunque da parte di Berlino si rivelerà un clamoroso boomerang, non agevolare i Paesi continentali a minor crescita sostenendo la domanda interna germanica. Ammesso e non concesso, come diceva Totò. Il punto di fondo è che prima di criticare i tedeschi, bisogna capirli. Fatto è che i tedeschi i limiti se li sono posti nella loro Costituzione, a differenza di noi italiani che li abbiamo sempre aspettati dall’Europa. Di qui a quattro anni il pareggio di bilancio sarà obbligato costituzionalmente, in Germania, e il massimo di deficit pubblico consentito sarà pari a poco più di un punto percentuale di Pil. Il secondo limite costituzionale, posto anni fa da una fondamentale sentenza interpretativa della Corte di Karlsruhe che è l’equivalente della nostra Corte costituzionale, è che in Germania c’è un limite anche alla pressione fiscale, un vero e proprio tetto d’intangibilità da parte dell’ordinamento nei confronti di persone e famiglie. Per effetto di questi due limiti, in Germania spesa pubblica e pressione fiscale sono scesi di 6 punti di Pil negli anni precedenti alla crisi. Ed è su questi due pilastri costituzionali, che la Corte di Karlsruhe ha fondato la sentenza interpretativa del nuovo Trattato europeo, per la quale nessun meccanismo automatico europeo verrà accettato dalla Germania, senza passare prima per un voto del Parlamento tedesco. Prima di accusare i tedeschi, forse sarebbe il caso di porsi un problema rispetto alle vere scelte che hanno fatto: no quella di essere “più cattivi verso di noi”, ma “più severi verso loro stessi”. Poiché non è l’Europa, in grado di dare vincoli esterni al Paese più virtuoso, ci hanno pensato loro stessi a farlo. Allora delle due l’una. Si può credere che, in un’Europa nella quale i mercati cominciano a vedere mese dopo mese malgrado il salvataggio greco due gironi di crescita e di premio al rischio dei titoli pubblici e forse anche a due gironi dell’euro, all’Italia convenga concertare coi Paesi deboli “contro” la Germania, spingendola con politiche fiscali e retributive a consumare e importare di più. Oppure, si può pensare che, come secondo Paese manifatturiero ed esportatore dopo i tedeschi, noi dobbiamo seguire il loro esempio. E allora poche chiacchiere, ci vogliono politici che dichiarino ai propri elettori che occorre un doppio limite in Costituzione: alle pretese fiscali, e al deficit pubblico. Vedere per credere.

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