30
Ago
2010

La volpe e il tè

“L’ottimo post di Alberto Mingardi da Washington sulla giornata Restoring Honor ha suscitato molti commenti. Luca Fusari torna qui con le sue opinioni sulla peculiarità liberataria dei Tea Parties rispetto allo show Dio-Patria-Famiglia messo in piedi dalla Fox e rispetto alla tendenza GOP di ‘riprendere il controllo’ del movimento in vista del midterm. Ma Luca affronta anche il tema della possibilità e opportunità di qualcosa di simile in Italia, come aveva chiesto rilanciando ieri Mingardi su Facebook. Spero che altri vorranno contribuire con le loro opinioni. E’ venuto il momento, di dare all’iniziativa libertaria-liberista un fremito di energico attivismo, fuori dai partiti per me, nella società italiana?”  O.F.Giannino

Riceviamo da Luca Fusari e volentieri pubblichiamo

Leggendo i commenti alla manifestazione di ieri tenutasi a Washington D.C. il giornalismo italiano dimostra di essere essere alquanto lontano dalla società americana e dall’obbiettività che dovrebbe caratterizzare i propri articoli giornalistici di analisi dei costumi e della società americana.

La manifestazione di Washington trova la solita macchiettistica definizione di “razzista”, “fanatica”, “xenofoba” più per partito preso (contro) che per i suoi veri significati e contenuti espressi, non riuscendo da parte dei suoi tanti commentatori ad essere analizzata e collocata entro i suoi giusti confini politici da un faziosità giornalistica intenta solo a leggere la politica italiana ed estera entro la stereotipia manichea della propria casalinga faziosità.

Unica eccezione l’articolo controcorrente La pianta del tè di Alberto Mingardi pubblicato su questo sito, il quale senz’altro pone interessanti valutazioni e la giusta contestualizzazione sociale, sociologica e politologica dell’evento andando implicitamente al di là della manifestazione entro una disamina “alla Tocqueville” degli Usa a pochi mesi dalle elezioni del mid-term entro la complessa galassia del conservatorismo statunitense.

L’autore parte descrivendo lo show di Glenn Beck ma subito ci indirizza verso una giusta lettura molteplice della società americana conservatrice del tè, la quale è sempre più protagonista e vera “John Galt” a fronte dei problemi e dei disastri delle amministrazioni presidenziali americane che si succedono come le bolle economiche finanziarie e l’incremento del debito pubblico.

Il conservatorismo americano è un mondo umano prima ancora che politico a parte, che certo non può venir descritto in termini riduttivi o semplicistici a partire dalla sola presidenza americana (o dal presidente che vi è insediato) e neppure da alcuni media di riferimento come Fox News o dagli stessi Tea Party.

Proprio questi ultimi sono semmai da valutare nella loro influenza e interazione anche concorrenziale per azione e impatto, come elementi certamente sempre più presenti e visibili sulla scena politica americana, ma paradossalmente incompresi per finalità e prospettive anche in Italia.

Inizio allora a narrare questo spaccato di realtà americana usando la rinnovata metafora “della volpe e del tè”, dove per “volpe” bisogna intendere Fox News e il suo gran cerimoniere, Glenn Beck, lo speaker televisivo fautore dell’evento di ieri.

Questi è sostanzialmente un giornalista di matrice neocon, una persona certamente opportunista ma abile e certamente sagace, capace di fare il proprio lavoro su tali lunghezze d’onda assumendosi i rischi del proprio mestiere.

Egli si è riconverso a tale ruolo di front-man del popolo ma in questo caso la vocazione religiosa c’entra relativamente poco in prima battuta, in quanto in tempi di crisi e con un presidente americano che all’estero prosegue la dottrina militare di Bush Jr., con un suo ministro della difesa (Gates) al Pentagono ci sarebbe poco da lamentarsi se non si guardasse ogni tanto faziosamente e incoerentemente al debito pubblico nazionale come arma a cui appigliarsi pur condividendo molti capitoli di spesa (estera).

Dibattere di tasse, disoccupazione ed economia è certamente divenuta una priorità obbligata e Beck lo fa talvolta anche certa una certa obbiettiva qualità, ma francamente il personaggio è quanto più lontano ci possa essere dai valori e dai principi di un autentico conservatore americano.

E’ semmai il segno dei tempi, dell’ecclettismo e per certi versi della “schizofrenia politica” che regna nel conservatorismo americano anche nei media, tra tendenze eterogenee e variegate non sempre compatibili o distinguibili politicamente individualmente e politicamente in prima battuta, ma tutte sotto i riflettori e da accontentare e tener in considerazione in vista delle inevitabili scadenze politiche.

Il fusionismo è allora non certo un aspetto spontaneo ma una necessità trasformista se non di convivenza volutamente dettata dagli eventi, ecco che allora Beck da quando è salito alla presidenza Obama si finge mediaticamente il paladino del popolo contro l’IRS (agenzia delle imposte) e saltuariamente per libertario perché è suo interesse farlo credere ai telespettatori (partecipanti ai suoi raduni) recitando tale ruolo e guadagnando di audience.

Ieri evidentemente non era il giorno dei principi libertari ma quello della riconversione dei Tea Party partecipanti alla manifestazione verso la solita trita e ritrita logica social-conservatrice e patriottarda neoconiana dell’establishment GOP.

Quella di ieri è stata una manifestazione che se giustamente analizzata cerca di mascherare “alla bene e meglio” le difficoltà della politica rispetto agli uomini comuni della strada.

I secondi sono molto più avanti dei primi, i media conservatori lo sanno e cercano di tamponare il gap tra partito e piazza laddove i politicanti non ci riescono.

I giornali americani ovviamente nelle loro analisi (e faziosità molto simile a quella italiana) non pongono però in evidenza la difficoltà del conservatorismo se non nei suoi aspetti più mistificanti e non a caso anche la disinformazione giornalistica italiana quasi tutta liberal o partigiana per il GOP (in rare eccezioni) tende a sottovalutare tali questioni, ponendo piuttosto in evidenza gli aspetti più graditi o sgraditi dell’organizzazione dell’evento a seconda dei casi.

Ma le profonde divergenze tra il GOP e il movimento Tea Party a partire dalla sua essenza anti-fiscale restano nonostante tale manifestazione.

Non a caso Beck dopo l’appello e il richiamo a Washington si è speso più nell’elogio delle truppe all’estero (e ci mancherebbe comunque!, visto che i soldati sono i primi a rischiare sulla loro pelle per scelte da lui stesso palesemente sostenute pubblicamente in favore delle politiche belliciste durante l’amministrazione Bush Jr!) e della retorica dell’eccezionalità americana e del suo destino manifesto commistionandolo alla fede e alla rivelazione divina biblica (e su questo punto evito di aggiungere ulteriori sarcastici commenti, visto che tale “eccezionalità americana” è sempre più retoricamente citata a fronte di scelte bipartisan tese ad europeizzarla non solo nei suoi aspetti più materiali…).

Come giustamente ha sottolineato Mingardi, la manifestazione di ieri di Washington sembrava più una manifestazione politica per fare il punto sulla situazione politica di partito in vista del mid-term quasi il tempo fosse fermato al mid-term del 2006, quasi si fosse rimasti all’epoca di Bush Jr anzichè a quella di Obama e della crisi economica derivante dalle disastrose scelte di politica economica promosse anche da questi due ultimi presidenti americani.

Lo show milionario della Fox (che certamente non è parsimoniosa nelle spese quando si tratta di scendere nell’agone politico) sembrava teso più verso una “dialettica interna” al centrodestra americano che verso Obama e i Democrats.

Si è quindi cercato di coprire o attutire più il fenomeno dei Tea Party dirottando l’attenzione dell’americano medio verso una delle più classiche manifestazioni retoriche di piazza in favore del partito in difficoltà (fenomeno non sconosciuto ormai neppure in Italia) anziché dibattere su tematiche concrete e basilari per molti milioni di americani (tasse, spesa pubblica fuori controllo, svalutazione del dollaro) e le proposte concretamente poste dal Grand Old Party.

Un segnale forse di come anche nell’opposizione Repubblicana e in particolare nel suo establishment non ci siano molte idee e delle coerenti proposte alternative rispetto a quanto già fatto vedere nel decennio scorso.

E come tra questa e i Tea Party non ci sia quel feeling da molti dato per scontato troppo facilmente.

La manifestazione ha inglobato mediaticamente (per poi neutralizzarla nei temi) le analoghe iniziative Tea party presenti nella capitale in quel giorno; queste erano certo un più insidioso avversario politico per i Repubblicani rispetto alle rimembranti manifestazioni per i diritti delle minoranze afroamericane promosse dal reverendo Al Sharpton in concomitanza con il famoso discorso di Martin Luther King (le quali semmai hanno acuito la delusione afroamericana interna alla comunità sempre più serpeggiante verso il loro presidente di colore).

Cosa c’entra il “Dio, Patria e Famiglia” di Beck con i Tea Party?

Assolutamente nulla visto che i Tea Party si richiamano alla Costituzione americana, alla guerra d’indipendenza e ai Padri Fondatori (i quali non erano certo dei fanatici religiosi puritani).

Il taglio ultraconservatore che Beck e la Palin hanno dato alla manifestazione sembrava teso più a riprodurre un raduno degli evangelici o di cristiani rinati che di pronipoti di Thomas Jefferson e Thomas Paine.

Non è un caso visto che dietro a Beck non c’è solo Fox News ma anche e soprattutto Karl Rove (ex nume strategico di Bush Jr e della componente statalista del GOP) e quindi l’establishment notabilare del Partito Repubblicano.

Rove e l’establishment GOP (anche RINO) da un anno a questa parte stanno cercando di creare delle manifestazioni mediatiche simil Tea Party che possano incanalare il dissenso anche verso lo statalismo politico congenito in gran parte del GOP e del suo establishment entro un messaggio più politicamente corretto e sostanzialmente gattopardesco, inglobabile e sfruttabile come slogan a costo 0 da parte del partito, come è già accaduto retoricamente nella storia GOP degli ultimi trent’anni…

Quella di ieri era manifestazione che non si distaccava da tali mantra retorici, anche se molti tea partier e individui liberamente hanno deciso di assistervi e parteciparvi con le loro Gasden Flag e la propria tenacia anti-governativa nonostante la pensino comunque diversamente su molte questioni da Beck e soci; c’erano insomma più antistatalisti e conservatori coerenti sotto il palco che sopra.

Rove ha capito come i cristiani rinati di Bush jr siano un fenomeno completamente esaurito ma dato che di idee strategiche non ne ha molte neppure lui, cerca ora di incanalare o riconvertire i Tea Party verso lo stucchevole paternalismo perbenista del nazionalismo standard “Dio-Patria-Famiglia” anni ’50 spostando il fuoco di sbarramento più che sulla questione fiscale su questioni puramente fittizie tra Repubblicani e Democratici.

Insomma i soliti ritornelli di partito utili per proseguire con quanto si è visto il decennio scorso.

In molti lo hanno capito da parecchi mesi e il movimento originario del tè nel frattempo si è fratturato in numerosi eventi aventi obbiettivi e richiami ideologici identitari variegati a seconda degli interessi specifici e caratteristici di ciascuna corrente o fazione politica.

Ieri Beck ha svolto per loro il compitino di partito e ha proferito pubblicamente ciò che l’establishment vuole sentire (e sentirsi) dire, non necessariamente ciò che pensa il partecipante tea partier o il libertario liberista.

Come già è avvenuto con la manifestazione del 12 settembre 2009 a Washington, questi ha cercato di coprire e nascondere la paternità dei Tea Party all’anima più libertaria e conservatrice fiscale del GOP rappresentata dal dissidente Ron Paul (si veda la sua R3volution March a Washington nel 2008).

Ron Paul è stato il primo a ricreare e portar in vita il fenomeno della rivolta del tè con i suoi sostenitori durante la campagna elettorale presidenziale del 2008 (ergo i Tea Party sono in origine libertarian),

Non a caso proprio il texano Ron Paul e in seguito suo figlio Rand Paul (candidato al Senato nel Kentucky per il GOP, ed anima dei Tea Party anti-tasse) sono stati in seguito più volte attaccati dai “Tea party” made in Fox o vicini ai neoconservatori Repubblicani a causa delle loro posizioni troppo antistataliste e miniarchiche in economia, politica interna ed esteri (i neocon cercano in pratica di soffiare il copyright “Tea Party” alle componenti libertarian e conservatrici costituzionali e fiscali del GOP per adoperarlo nei più svariati e contraddittori usi).

Non a caso questo “Tea Party” beckiano era sostanzialmente entro la retorica militarista e non certo anti-interventista e costituzionale come quelli libertarian.

Certamente i Tea Party libertari e conservatori fiscali sono ben altra cosa da quelli della Palin, di Beck o dei neocon e ormai bisogna ammettere come il Tea Party sia termine che in sé per sé si sta sempre più riempiendo di tematiche anche non necessariamente e logicamente propositive a contenere la pressione fiscale e la spesa pubblica interna ed estera.

I Tea Party negli Usa non sono solo le grandi sigle “di sindacato” ma anzitutto una galassia composita e frattalica che si autodefinisce su programmi o intenzionalità non sempre compatibili o genericamente legate ai partiti di Washington e alle loro logiche.

I Tea Party nascono con varie finalità a seconda dei cittadini che spontaneamente si organizzano e decidono di rappresentare con tale modalità di organizzazione una data istanza, tant’è che i Tea Party americani non sono un unico movimento, ma sono migliaia e centinaia di migliaia di movimenti Tea Party racchiusi in alcune sigle e categorie politiche (neocon, RINO, libertari, destra religiosa, social-conservatori, populisti, suprematisti, estremisti militaristi, addirittura alcuni liberal hanno inizialmente organizzato dei Tea Party pro Obama pur di attirare consensi, il che è detto tutto!….), non necessariamente legati al solo GOP dato che ormai chiunque può realizzarlo con un paio di amici.

Adesso che si avvicina il mid-term Karl Rove, Beck, Palin e la Fox puntano a coalizzare strumentalmente tali Tea Party nella più machiavellica delle ragion politiche, cercando di usarli come strumenti di propaganda in favore dell’establishment GOP e dei suoi uomini (come è avvenuto con Lindsay Graham Repubblicano RINO avvezzo alla spesa pubblica “a go go” e guardacaso ex rivale di Rand Paul nelle primarie GOP in KY, il quale pur di non perdere aveva organizzato Tea Party a suo nome pressoché deserti in quanto palesemente fake e statalisti rispetto a quelli autentici del vincitore Rand) con la promessa di un “change” che seppure avverrà in termini di maggioranza congressuale di partito rischia di deludere come è già avvenuto nel 1994 visto che l’opposizione al di là degli slogans non ha ancora ben chiara cosa fare (e cosa non fare) una volta giunti a Washington.

Non a caso nei mesi scorsi sono circolate molte voci che parlano dell’intenzione di molti Tea Party americani di intraprendere in futuro la via politica e partitica autonoma e indipendente in proprio in vista del 2012 e certamente qualora i congressisti repubblicani non fossero coerenti con il loro mandato nonostante il loro voto.

Non è da escludere tale eventualità che sconvolgerebbe l’assetto politico del GOP e il suo elettorato.

Non a caso esistono già oggi vari Tea Party apolitici che invitano al boicottaggio del sistema elettorale e del mid-term, protestando contro i RINO (ovvero i finti Repubblicani centristi ed ex Democrats) o per quei pochi statalisti neocon che sono usciti vincitori dopo le primarie interne delle settimane scorse a danno dei beniamini del tè.

Per evitare la possibile diserzione elettorale laddove i tea partier hanno perso le primarie o laddove si faccia largo l’opzione dell’astensione o dei terzi partiti come voto di protesta a fronte della similarità dei due partiti; l’operazione di Beck al pari di altre (si veda i comitati caucus Tea Party nel GOP come quello di Michele Bachmann nel RLC (caucus libertario nel GOP) alquanto neolibertario a cui però non partecipa Ron Paul) è funzionale ad evitare tale possibile svolta che cambierebbe di colpo il sistema bipartitico americano, imbrigliando per tempo i movimenti verso il partito dell’elefante.

Tant’è che Glenn Beck ha un suo seguito ben definito dentro la galassia conservatrice utente anche di Fox News e la sua credibilità e impatto non è certo quella che molti giornali anche italiani affermano oggi.

Stessa cosa si può dire della onnipresente Sarah Palin.

Il personaggio è sempre più una specie di “Paris Hilton della politica” (il che la dice lunga sulla sua influenza e importanza) al di là delle cronache giornalistiche italiane che non mancano mai di citarla e di candidarla in pole position per il 2012 più come spauracchio utile per cancellare le incapacità dei vari Democrats o quale esempio di incapacità politica (non senza un fondamento di verità seppur non malizioso quanto i giornalisti italiani vogliono presentare) a fronte dei disastri di Obama.

Tant’è che solo la stampa liberal e la CBS, CNN, NBC danno risalto a tale personaggio come il Bush Jr dei tempi d’oro di Micheal Moore….

Basti pensare come i comizi della Palin siano quasi sempre politicamente disertati dalle grandi masse per tali ragioni di sua scarsa credibilità e non è un caso se questa è intervenuta in quando collaboratrice Fox News entro l’evento di massa organizzato ieri; se fosse stata per la sua sola presenza certamente l’evento non avrebbe richiamato molte persone.

“Palin is unfit” e non a caso all’ultimo CPAC (il caucus conservatore del GOP) si è beccata un due di briscola nelle retrovie a fronte del trionfo del libertario Ron Paul, e la stroncatura su American Conservative magazine, la rivista Old Right più letta tra i conservatori autentici a stelle e strisce è ben più duratura di una comparsata sul palco con Glenn Beck.

La Palin è una statalista neocon in ambito estero e social-conservatore in quello interno, che gioca a fare la finta tea partier per convenienza e ieri addirittura la sacerdotessa della Destra Religiosa riuscendo brillantemente nel ruolo.

Questo suo cangiantismo è il tentativo continuo da parte del personaggio di voler incarnare (e di trovare) una posizione politica (e una propria collocazione gradita) entro la galassia del conservatorismo GOP, dato che non è molto amata dall’establishment ma al contempo non riesce a sfondare neppure presso il popolo dei Tea Party.

Questa dopo essersi accodata negli endorsement strumentali dietro all’onda lunga del successo di Rand Paul (un vero coerente tea partier) da vera opportunista qual’è a giochi praticamente fatti, è solo riuscita a realizzare una serie di gaffe e svarioni con sue ondivaghe proposte in materia di politica interna ed estera scritte letteralmente sul palmo di una mano!….

In personaggi come la Palin emergono chiaramente la confusione e i limiti del GOP: si critica Obama ma non si critica il Welfare state compiutamente, si critica la riforma sanitaria di Obama ma non la riforma sanitaria approvata a suo tempo da LBJ la questione social-conservatrice pone in evidenza gli aiuti pubblici all’infanzia e alle famiglie disagiate come assistenzialismo, si critica il governo di Washington e la sua politica estera ma non in chiave isolazionista o con un minor attivismo neoconiano ma semmai in chiave ancor più interventista e guerrafondaia

La rotta seguita da personaggi come l’ex governatrice dell’Alaska non è la direzione giusta verso il meno tasse e meno Stato, tendono semmai a riproporre laddove non sono orientate da forme di populismo verso forme di consenso o di lobbying politico poco coerenti e affidabili, basti pensare all’ex paladino dei Tea Party del Massachussetts, Scott Brown, il pupillo di Mitt Romney dopo aver detronizzato i Democrats dal seggio che fu di Ted Kennedy ha approvato con loro in Senato la riforma finanziaria Dodd-Frank tradendo il suo seguito solo pochi mesi dopo la sua elezione.

Questo la dice lunga sulla coerenza e la lucidità di molti tea partier e di molti candidati aspiranti politici.

I Tea Party libertari e conservatori fiscali sono ben altra cosa anche se ormai questi hanno perso l’imprimatur sull’organizzazione del Tea Party.

E’ la democrazia (jacksoniana), bellezza!

Non esiste una piattaforma Tea Party unitaria a parte forse quella delle grosse organizzazioni come i Patriots o quelli di Freedom Works.

I Tea Party Patriots però non sono che una delle sigle ma non “la” sigla né una organizzazione unica che detta una linea politica e ideologica a tutte le altre e a tutti gli aderenti o realizzatori dei vari Tea Party che non si riconoscono in tali sigle.

Tutti si possono dare appellativi di “Tea Party”, fatto sta che Tea Party Patriots non viene riconosciuta da molti che la accusano di lobbismo e di vari atteggiamenti politici ed ideologici discutibili sul piano concreto e queste questioni americane sono discusse sui forum e siti web in clamorose risse con insulti e minacce non tanto criptiche

Quindi è sbagliato considerare i Tea Party americani nella loro omogeneità (neppure in termini nominali) dato che negli Usa esistono Tea party contrapposti e fazioni politiche interne al GOP contrapposte e non legate neppure sul dato delle tasse (torno a ripetere come le spese militari e le spese interne denunciate dai tea partier libertarian pauliani e costituzionali non equivalgono per significato e proposte alle manifestazioni per l’incremento delle spese militari o interne leggermente calmierate della Palin o dei RINO i quali creano tea party al solo scopo elettorale autoreferenziale).

E ogni giorno nascono nuove sigle vicine all’establishment che sempre più cercano di imbrigliare i tea partier locali in tante sigle “sindacali” o lobbistiche di vecchio stampo per facilitare il controllo centrale da parte del partito.

Fox News contribuisce allo sforzo, anche se bisogna riconoscere come le posizioni unitarie non siano nonostante tutto all’ordine del giorno tra i vari gruppi, almeno sui forum americani.

I Tea Party Usa non sono espressione servile della politica partitica americana, benché Rove, la Fox o Beck vogliano realizzarlo o farlo credere via cavo.

Mingardi nel suo articolo giustamente tende a distinguere e a valutare ciò andando al di là delle questioni politiche meramente fenomeniche del raduno o solamente economiche per porre in conclusione una analisi libertaria di libertà anche individuale e nei diritti negativi all’interno dell’ambito civile e sociale, mediante la metafora della “pianta del tè” e dei suoi consumatori.

La questione delle libertà economiche e della proprietà è prioritaria heyekianamente per poter giungere a legittimare le libertà individuali e i diritti civili ma nel caso italiano al pari di quello americano (di ieri) l’anomalia di tali eventi e di molti Tea Party è quella di dar spazio a istanze che non sono certo ben disposte a riconoscere una società aperta e maggiori libertà responsabili sia nelle questioni economiche che dei diritti civili.

Vi è però un eccesso di ottimismo e di fusionismo ideale anche da parte di Alberto Mingardi nel riconoscere o avvalorare in tali eventi e Tea Party una capacità rivoluzionaria e propulsiva laddove purtroppo al di là dei palcoscenici o delle folle oceaniche c’è poca cosa.

Obama né è un esempio in negativo assodato, i Tea Party potenzialmente potrebbero creare il vero “change” oppure seguirne una analoga sorte divenendo un fenomeno di tendenza modaiola e perché no pure di tendenza e di merchandising o di nicchia (come è avvenuto con i cristiani rinati) senza però risolvere nulla entro l’ambito dei rapporti di forza dei poteri forti del/nel partito e delle lobby a Washington D.C.

Le differenze sono sostanziali e i punti di vista non sono né equivalenti né unitari nel conservatorismo americano tra le sue varie anime, proprio come non lo erano pochi anni fa durante il doppio mandato di Bush Jr.

Per quanto riguarda l’ambito italiano le cose per certi versi non sono così differenti né in termini politico-partitici con l’elettorato né a livello di rapporti tra associazioni e movimenti aventi istanze contrarie al fisco e all’invadenza dello Stato, eppure l’Italia non può né può essere gli Stati Uniti (e questo è bene ricordarcelo!).

Basti sottolineare le differenze tra un movimento culturale e di divulgazione di principi e tesi libertarie e liberiste antistataliste come Movimento Libertario di Leonardo Facco e l’iniziativa (alla quale pure aderisce il ML) dei Tea Party Italia.

Questi ultimi sono una piattaforma per lo più liberaldemocratica o liberalconservatrice tendente alla sola retorica miniarchica a fronte del solo scambio d’opinione tra personaggi della politica e dei vari think tank e associazioni e fondazioni fuori e dentro il Palazzo.

I Tea Party Italia non hanno ancora ben compreso la situazione complessa politicamente ed economicamente degli Usa, in compenso si pongono pressapoco sulla lunghezza d’onda di Beck e della Fox come orizzonte di funzione in rapporto con la politica.

Quindi più che sulle istanze anti-fisco basilari e originarie del Movimento Libertario o di Ron Paul e Rand Paul negli Usa, su istanze di endorsismo beckiano politico a ciò che oggi è presente nella politica italiana (il che è tutto dire!).

Il Tea Party Italia è inclusivo e consociato con la politica di palazzo statica e statalista dei partiti e tende ad atteggiamenti se non ambigui certamente poco in linea con quanto promosso dal ML e dalle componenti libertarie e fiscalmente responsabili o indipendenti dalla politica.

Il Tea Party Italia non è un Tea Party americano di protesta, in quanto non valorizza o non ritiene di adeguarsi ad una determinata piattaforma culturale e di azione di Tea Party, ma pone entro/sotto tale etichetta o “brand”, variegate e contraddittorie impostazioni ideologiche e culturali alquanto dissonanti e non compatibili in termini di partecipazione e finalità da conseguire.

I Tea Party Italia sono organizzati come un talk show, con una tipologia di partecipazione fusionista rispetto anche a quelle monotematiche e identitarie degli originali tea Party libertari e conservatori fiscali americani rispetto a quelli RINO e neocon.

Il movimento dei Tea Party Italia deve cambiare passo come hanno già fatto notare molti libertari tra cui lo stesso Leonardo Facco presso il sito del Movimento Libertario (qui la discussione sul sito ML mentre qui la risposta del responsabile della loro organizzazione David Mazzerelli e le prospettive future da lui prospettate).

Il Tea Party Italia non è un momento né un movimento di protesta fiscale contro il Governo e lo statalismo, su questo bisogna essere chiari ed espliciti cercando di evitare possibili sperequazioni o voli pindarici sull’onda lunga di quanto è avvenuto in questi anni negli Usa.

E’ semmai un momento di dibattito trasversale tra protagonisti della politica e delle associazioni liberiste e libertarie fuori dalla politica, il quale sempre per le analoghe questioni di mancanza di coerenza formale con l’impianto originario tenderà a trasformare sempre più il Tea Party Italia in una sorta di meccanismo della politica a proprio uso e consumo, un palcoscenico per i politici e per le loro promesse.

In questo i Tea Party Italia è certamente affine all’evoluzione (o involuzione politicante dei Tea Party americani 2.0 promossi dalla Fox).

Tant’è che si inviteranno fin dalle prossime tappe italiane esponenti politici catto-comunisti del PD e si sono invitati esponenti cattosocialisti pidiellini e finiani di Governo con risultati alquanto imbarazzanti e poco inclini alla logica di tali eventi.

Quello che francamente lascia l’amaro in bocca in queste esperienze italiche di Tea Party è la voluta e sistematica assenza di proteste fiscali e di azioni concrete contro il governo e lo Stato pur avendo a che fare con un esecutivo che è palesemente contrario alla riduzione della spesa pubblica e alla riduzione della pressione fiscale.

Forse non casualmente visti gli sponsor e i personaggi partecipanti a tali manifestazioni….

Non è assolutamente naturale che il tea party italiano graviti sulla partitocrazia statalista di governo e opposizione, dato che questi sono soggetti con nessuna prospettiva per i contribuenti nel taglio alla pressione fiscale.

Il PDL  poi non è il GOP, con tutti i problemi che ha il GOP questo è ancora senza dubbio migliore del PDL e della monarchia assolutista di Berlusconi.

Credere che Lega Nord, PDL, FLI o altri soggetti politici siano di centrodestra e libertari-liberisti è già un errore politologico, pensare che i tea party italiani debbano scimmiottare quanto accade recentemente negli Usa come lobbying o partecipazione al gioco elettorale anche laddove non c’è analogia di contesto e di percorso compiuto è semplicemente assurdo!.

Berlusconi è il vero maestro di Obama per promesse e per comunicazione elettorale, tant’è che il primo si era pure complimentato con lui quando è stata approvata la riforma sanitaria!….

Questo per dire come siamo messi oggi per conservatorismo e liberalismo italiano!.

Non basta parlare di centrodestra americano per trovare una condivisione sulle tasse, né basta parlare di sostegno di alcuni tea partier ad alcuni candidati libertari, neocon e dell’establishment GOP per dichiarare una linea politica/prassi condivisa da tutti quanti (questo è un grossolano errore).

Allo stesso modo non basta invitare un esponente del “centrodestra” governativo italiano che si auto-nomina come “liberale e liberista” per aver davanti a sé un autentico difensore dei contribuenti e un interlocutore credibile (figuriamoci esponenti della sinistra italiana inneggianti a Obama!…).

Allo stesso modo pensare che il Tea Party Italia possa affermarsi come piattaforma di consenso o di supporto per candidati politici “liberali” nei due partiti italiani è di per sé cosa impossibile, dato che non si comprende quale aiuto potrebbero fornire a tali nominati dalle segreterie politiche, né con quali fatti a loro sostegno (e in favore dei contribuenti) realizzati e compiuti nella legislatura corrente (agli sgoccioli) o antecedenti.

Inoltre non si è ancora compreso come a livello politico in Italia sia impossibile compiere una qualsiasi forma di endorsement presente negli Usa tramite ATR o presso alcuni Tea Party (i quali perlopiù criticano duramente sia il GOP che i Democrats allo stesso tempo, sostenendo solo i candidati realmente liberisti, libertari e conservatori fiscali quando ve ne sono a disposizione).

Il fenomeno Ron Paul in Italia non esiste al momento e non è riproducibile per ragioni congiunturali, strutturali, culturali e politiche intrinseche agli USA (sin dalla loro costituzione e storia americana) rispetto al nostro disastrato Paese.

Ora i Tea Party italiani paiono mirare a riprodurre ciò che non è realizzabile (endorsement e lobbying politico) mentre paiono timorosi (quali sono le prove che dimostrano il contrario?) a inscenare cortei, proteste e manifestazioni di piazza contro il governo, l’agenzia delle entrate e questo centrodestra (ovvero sono timorosi di realizzare le cose più semplici, popolari e immediatamente comprensibili a largo pubblico).

La questione politica è il significato e non-senso della presenza futura e passata di esponenti del governo (ma in futuro anche di questa opposizione) ai Tea Party.

Esponenti politici italiani che al pari di molti loro colleghi americani non comprendono minimamente le logiche liberiste e che certamente mal comprendono la buona fede degli eventi Tea Party Italia nel loro scopo finale e di organizzazione (dato che poi parliamo di un fenomeno di importazione estera a loro culturalmente sconosciuto) vengono invitati come ospiti e come interlocutori, il rischio della deriva sindacalista dei Tea Party italiani (quali potenziali bacini di voti elettorali da contendersi a suon di fantasiose promesse) è quanto di più concreto e di vecchio che purtroppo potrà compiersi,visti anche gli interlocutori di palazzo ricercati/invitati…

Appare evidente allora come l’intenzione da parte degli organizzatori del Tea Party Italia di invitare comunque tali personaggi come ospiti produca dissonanza, malumore e profondo disaccordo presso il pubblico (di cui faccio parte) dei possibili partecipanti e utenti ai Tea party Italia (questo sia che si fosse presenti sia che lo si guardasse da un monitor).

La questione vera da porre è allora la seguente: il Tea Party organizza tali eventi per sé e i suoi organizzatori o per i contribuenti e coloro che pagano troppe tasse?.

La domanda parrebbe provocatoria e forse lo è, ma solo se la leggiamo entro la considerazione di una utilità effettiva, di presenze politicamente incoerenti in un simile contesto.

Forse bisognerebbe tornare a considerare i Tea Party Italia per quello che dovrebbero essere da un punto di vista utilitaristico quale strumento e manifestazione utile per i contribuenti e i cittadini contro le tasse e il governo.

Se in tali assise non si convincono o educano i cittadini sulla giustezza della battaglia anti-fisco e dell’antistatalismo, accontentandosi piuttosto di riportare i risultati dello scudo fiscale o della lotta al lavoro nero (come enunciato da Capezzone a Forte dei Marmi), tali eventi sono totalmente inutili.

Se non si spiega ai contribuenti questioni fondamentali nei prossimi anni a venire (tipo questione monetaria, federalismo fiscale…) da un punto di vista economico ed etimologico corretto, si rischia solo di dare assist al teatrino della politica, di cadere in equivoci neolinguistici orvelliani consegnando il ruolo decisionale sulle libertà economiche e sulle vite degli individui direttamente ai politicanti.

Il Tea party deve essere un modo per contenere le fughe dei cittadini dalla politica dei partiti o piuttosto una forma per dare un taglio alla partitocrazia?

Secondo Beck e gli organizzatori dei Tea Party italiani si, secondo i libertari e il Movimento Libertario no.

A quanti Tea Party americani ha partecipato personalmente Nancy Pelosi?.

Che io sappia in nessun evento, Capezzone ed esponenti dell’esecutivo hanno già presenziato oltre a Forte dei Marmi anche in altri eventi del tè italiano parlando solo degli ottimi risultati introdotti dalla lotta all’evasione fiscale e dallo scudo fiscale realizzato da questo esecutivo e delle altre “mirabolanti imprese” berlusconiane di questi 15 anni!.

Non certo quanto coerentemente di liberista e libertario ha detto in quella occasione Oscar Giannino!

Penso che sia chiaro a tutti l’obiezione che ne consegue a tali affermazioni, senza che debba esplicitarla qua….

Il Tea Party italiano non dovrebbe riprendere nessuna istanza politico-partitica italiana come suo riferimento e quale propria rappresentanza (sia essa come ospite sia questa come intermediazione per le proprie richieste).

Non a caso il Movimento Libertario a differenza del cartello dei Tea Party Italia a cui aderisce, considera differenti le priorità nella propria azione da compiersi rispetto al movimento italico del tè.

La politica e la sua casta per i libertari sono il vero problema nel nostro Paese, senza porre la questione della protesta fiscale con la disobbedienza civile nonviolenta è impossibile modificare o costringere lo Stato e i suoi protagonisti a retrocedere dalle vite e dai portafogli dei singoli individui contribuenti.

Il Tea Party Italia per dirla come un noto politico “tentenna” alquanto su questo punto, troppo per essere alla lunga un iniziativa credibile e coerente con le sue origini nominali.

Appare evidente come ci sia una profonda differenza di stile e di logica d’azione umana tra i tea party libertari americani (in particolare liberisti e libertari simili al Movimento Libertario per logica) e i tea party italiani.

Quindi come ci siano differenti priorità tra i libertari del Movimento Libertario e la casta ospitata (e riverita) nei Tea Party italici.

Un Tea Party non dovrebbe appartenere alla casta politica che ci governa e in questo caso l’esempio americano è senz’altro calzante (almeno sino al prossimo mid-term), ma non bisognerebbe fermarsi al solo plagio o imitazione del fenomeno, bisognerebbe comprendere che i Tea Party sono nati come fenomeno contro anche una certa politica “conservatrice” della destra americana.

Oggi con un presidente come Obama i vari opportunisti e promoter come Palin e Beck possono certamente riprendere fiato e buttarla in retorica a costo 0 illudendo e intrattenendo il pubblico americano partecipante con proclami e invocazioni nell’alto dei cieli, salvo poi essersi comportati o comportarsi esattamente come i loro bersagli retorici quando si tratta di decidere se spendere o tagliare.

In Italia il problema è la presenza di un governo che si dichiara e si presenta agli elettori come di centrodestra e amico delle partite IVA e dei piccoli e medi imprenditori,  salvo poi ripetere le gesta obamiane della sinistra americana o quantomeno non distinguendosi da una epigonicità di modelli e storia politica italiana già vista in passato.

L’Italia è davvero un Paese che viaggia all’incontrario rispetto agli Stati Uniti, il problema è che la classe politica italiana è tutta orientata verso un unica direzione: quella del Big Government.

Purtroppo salvo poche eccezioni come il Movimento Libertario e alcuni think tank come l’Istituto Bruno Leoni e questo blog non sempre si riesce a cogliere e a riportare tali fenomeni d’Oltreoceano nella giusta contestualizzazione prendendo da questi gli aspetti più propositivi e favorevoli a far crescere l’albero della libertà (o la pianta del tè) anche nel nostro Paese.

Piuttosto c’è una incredibile e congenita tendenza tutta italiana nel voler riportare o imitare anche in casa nostra, gli aspetti più furbescamente o astutamente deleteri o controproducenti di simili eventi o realtà.

In Italia le volpi non sono soltanto i media quanto semmai presenti anche in politica e queste sono come numero di voci in maggioranza (anche quando non lo sono) rispetto a quella dei consumatori del tè, dei libertari-liberisti o dei suoi sedicenti imitatori italiani d’oltreoceano.

Questa è una condizione su cui bisognerebbe maggiormente riflettere a mente fredda.

E’ già avvenuto in questi decenni con la politica “del popolo decisionista” e a “regime maggioritario bipolar-bipartitico” fino alla realizzazione dei partiti persona che si sono introdotti in Italia modelli e proposte politiche che non solo hanno illuso ma anche deluso nella loro risoluzione pratica dei problemi, dato che nel nostro contesto italiano manca quella consapevolezza del senso comune, quella responsabilità e quella storia che invece possiedono molto spesso gli americani come anticorpi al populismo e “all’egemonia della maggioranza democratica” parafrasando A. Tocqueville.

Da noi tali iniziative di fatto non hanno limitato l’ingerenza da parte della classe dirigente politica nel persistere a battere strade erronee, anzi le hanno acuite e favorite.

Volendo ora importare e riprodurre i Tea Party in Italia ponendoli sotto l’ombrello dell’ennesima modalità di consociato politicismo privo di mordente verso le stanze del potere, si rischia nuovamente di operare uno strabico errore che non solo non sarà in grado di risolvere i problemi irrisolvibili come il debito pubblico e la disoccupazione, ma neppure di far ripartire l’economia obbligando lo Stato e la politica a retrocedere entro una sensibilizzazione e un opera di divulgazione e informazione alla libertà.

Innestando la pianta del tè nell’italico terreno delle volpi (della politica) si rinuncia a priori non solo ad una reale operatività al suo esterno contro di esse ma a qualsiasi sua crescita.

Paradossalmente si passerebbe dal rifacimento americano della favola di Esopo della “volpe e l’uva” a quella più collodiana e italiana di Pinocchio e dell’episodio del “Gatto e della Volpe” con tutte le conseguenze del caso…

Nel 1787 Thomas Jefferson scrisse in una lettera a William Stevens Smith come “L’albero della libertà deve essere rinvigorito di tanto in tanto con il sangue dei patrioti e dei tiranni. Esso ne rappresenta il concime naturale“; ebbene il rischio che incorre l’esperienza americana e alla lunga anche e sopratutto quella italiana del tè (priva di anticorpi presenti invece negli Usa) è quella di una pianta che rischia di non germogliare né di rinvigorirsi ma di rimanere imprigionata e soffocata dal “concime naturale” in cui viene a trovarsi.

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26 Responses

  1. bill

    In pratica, e condivido, si rischia di assistere all’ ennesima replica di un movimento che nasce catalizzando una sensibilità diffusa, ma che nel giro di qualche tempo si istituzionalizza e entra a far parte del gioco partitocratico.
    Di esempi ne abbiamo tanti: associazioni di consumatori, pensionati, casalinghe, cacciatori e pescatori..In pratica, trampolini di lancio per carrieristi vari, ben felici di andare a sproloquiare in qualche talk show televisivo (passando come esperti e spesso dicendo sciocchezze sesquipedali) e a seguire di poggiare le chiappe su una poltrona in parlamento.
    Penso sia ovvio che un attivismo liberista possa e debba svilupparsi solo ben lontano dai partiti, che sono una componente a pieno titolo della macchina statale.

  2. Pitocco

    Ancora una volta in questo blog si inneggia al conservatorismo di stampo americano, liberista e sfrenato.
    Si prende una masnada di poveracci, ridotti al lastrico dalle misere speculazioni dei soliti pescecani di Wall Street, li si ammorbidisce con la canzone comune del patriottismo e dell’onore e li si porta in piazza a cantare a favore di quella politica che per anni ha ridotti gli stessi ad essere dei poveracci. Una politica trasversale che colpisce tanto a dex quando a sx, ma che gioca sulla miseria (40 milioni) e addossando la colpa dello sfacelo alle politiche di Obama, senza tener conto che i veri sostenitori del Tea Party sono gli stessi che hanno messo Bush Jr. e i suoi accoliti nella situazione di rovinare quel poco di utile ed attivo che c’era nella civiltà occidentale.
    Il gioco è fatto centinaia di migliaia di frustrati, poveracci, gente delusa pronta a prendere parte alla solita nenia canzonatoria delle litanie protestanti dilaganti e sempre attive in quella terra martoriata da falsità esistenziali come abbiamo avuto modo anche noi, italiani, di assaporare.

    Il loro motto “Restoring Honor” è lo schiaffo peggiore che possano ricevere quei poveri sfruttati perché annunciato da una Sara Palin, da un Glen Bek e dal Rabbino Lapin oltre che da John Hagee.
    Daniel Lapin è un ebreo rabbino che tiene dei corsi sul talmudismo ai senatori di Washington, amico di Abramoff un lobbista che negli anni di Bush jr seppe distrarre del denaro a favore di una fondazione ebraica “Toward Tradition”; J. Glee, miliardario, un predicatore contro la prostituta della chiesa cattolica fondatore di una organizzazione “Christians United for Israel”. La manifestazioni oceanica è stata quindi fionanziata da R. Murdock, dal Jerusalem Post e dai fratelli Koch noti miliardari, al pari di Gates se non di più, il cui padre Fred Koch, combatte aspramente negli anni 60 la presidenza Kennedy, del quale sappiamo la fine.

    Questa è la pletora degli organizzatori del Tea Party e noi, come al solito, ci soffermiamo a guardare il luccichio delle parate e come delle allodole veniamo accecati dagli specchietti di richiamo di una manifestazione che di sociale, umano e cristiano non ha nulla se non gli interessi multimiliardari degli organizzatori.

  3. Un commento a caldo mi sento di darlo già con un semplice post qui.
    Come segreteria organizzativa del Tea Party, ti assicuro Bill che i mezzi con cui il movimento è nato sono decisamente semplici, frutto di un carattere spontaneo e di partecipazione di base.
    E questi mezzi sono stati sufficienti a creare un primo movimento di opinione, a trovare prime adesioni, sia di gente semplice che più rilevante, e a evitare che qualsiasi sigla politica mettesse il cappello sul Tea Party . Se vai a vedere tra i partner sul sito trovi il PLI e Rete LIberal che sono sigle meno “governative” di quanto Luca faccia pensare. Capezzone non è il portavoce del movimento come non lo è nessuno degli ospiti dei primi incontri, effettivamente, sì, un po’ troppo seduti e meno attivi, osservazione questa che riconosco a Luca Fusari e che anche noi avevamo notato come dato da correggere.
    Non è intenzione del Tea Party Italia, ricreare un movimento sosia o parallelo o satellite del Movimento Libertario. Non servirebbe!
    E se gli uni e gli altri impiegano modi diversi è per un fatto strutturale che non serve criticare a vicenda.
    Che si punti il dito sull’ospite sgradito, senza analizzare l’evoluzione dei Tea Party è un pò fazioso, perchè non si ricorda che tra tutti gli ospiti previsti era in netta minoranza. Che Antonio Martino era in agenda e non è certo un carrierista, e che anche Carlo Stagnaro era assente giustificato.

  4. MassimoF.

    L’articolo è molto bello, e l’unico appunto che si può trovare è che al di là di tutto, mantiene una certa fiducia non tanto sull’importazione dei tea party in italia, ma sulla possibilità di far crescere il movimento libertario anche quì da noi. Ecco, su questo ,credo non dobbiamo illuderci. Un movimento che nasce spontaneamente in un paese, lo fà perchè all’interno della cultura di quel paese vi è un bacino di utenza percettivo al messaggio del movimento. Gli stati uniti di Thomas Jefferson sono un paese nato dalla cultura politica liberale delle idee di Locke, dal mito della frontiera, dalla fuga dagli stati oppressivi europei.L’idea di libertà è l’idea stessa fondativa del paese. Se noi guardiamo invece all’italia, vediamo un paese con una costituzione scritta da cattolici sociali assieme ai “bravi” di Stalin capeggiati dal suo sgherro nel Comintern , Togliatti. Vediamo un paese diviso tra cattolici statalisti e marxisti di ritorno. In questo paese la libertà non solo non si sà cosè, ma nemmeno interessa saperlo. Last but not least, in questo paese il mercato è considerato più o meno da tutti , se non un’istituzione da combattere , almeno da controllare il più possibile. Quindi, riassumendo , non vedo spazi di crescita per il movimento antistatalista, purtroppo.

  5. come italo-americana trovo molto precisa l’osservazione sui commentatori italici dagli USA che in generale mi sembrano “gli asini in mezzo ai suoni” e mi danno l’impressione che non escano mai dall’ufficio limitandosi a tradurre (a volte con piedi) i giornali USA.
    Sono molto d’accordo con le considerazioni di Massimo F. aggiungendo che alla base delle libertà americane ci sono anche i venti anni di guerra civile inglese dopo la decapitazione di Carlo I Stuart, e infatti la chiusa dell’articolo con la citazione di Jefferson parla di “sangue dei patrioti e dei tiranni”, cosa impossibile in una società divisa per ragioni razziali e spesso di solo campanile.
    Gli italici di oggi sono ancora i polli di quel cacasotto di Renzo Tramaglino, si becanno tra loro mentre i preti, i comunisti e le bande di affaristi senza soldi e senza idee li spennano continuamente.

  6. Luca Fusari

    @ Bill
    Ciao Bill, hai ragione, il problema non è legato essenzialmente ai Tea Party Italia o alla ripresa di tale meccanismo spontaneo dal basso nel nostro Paese, quanto semmai dalla possibilità/rischio che tale meccanismo possa venir frainteso nelle sue finalità d’obbiettivo dalla politica italiana, riproducendo delle incomprensioni o quantomeno delle facili forme di accomodamento di ruolo in termini elettorali, con un consequenziale svilimento delle stesse istanze inizialmente rappresentate.
    Sicuramente come ho scritto, l’attivismo divulgativo e la doverosa opera di sensibilizzazione culturale in materia economica e di libertà personali deve essere compito dei volontari organizzatori partecipanti ai Tea Party italiani, valutando le possibilità e i limiti congiunturali e situazionali del caso italiano rispetto a quello americano.

  7. Luca Fusari

    @ Saba
    Ciao Saba so che tu sei una delle responsabili dei Tea Party italiani ho letto il tuo commento e mi pare che tu stia valutando come una critica il mio articolo rivolto ai Tea Party nonostante questo tenda piuttosto a trattare solo in seconda battuta la questione italiana e certamente ponendo delle questioni generali che anche tu hai riconosciuto e in parte condividi.
    Il fatto che si discuta e che si esprimano dei giudizi non deve necessariamente essere un dato negativo, anzi come tu stesso hai ben scritto ciò può essere utile per migliorare e ottimizzare la realizzazione e l’organizzazione degli eventi senza per questo scadere in accuse e in prolungati misunderstanding.
    Ti devo però far notare come tra le molte sigle o associazioni politiche sponsor aderenti al cartello Tea Party Italia vi siano anche associazioni come Generazione Italia e Libertiamo che certamente non è un mistero fanno riferimento a determinati settori politici e istituzionali dell’attuale maggioranza di governo.
    Ed è evidente come GI o Libertiamo hanno e abbiano avuto certamente sino ad ora un peso e un influenza (oltrechè un possibile seguito) rispetto al PLI o allo stesso ML superiore.
    Ciò è legittimo e certamente è legato alla funzione e al ruolo politico attivo che rivestono rispetto alle istanze più libertarie apartitiche o a contenitori politici poco noti nonostante il loro storico passato.
    Il punto è ovviamente rendersi conto come la strategia-tattica sin qui praticata seguendo sin da Prato i suggerimenti di tali soggetti, non sia proficua o vantaggiosa per le finalità e le impostazioni di Tea Party Italia e per un tea party in generale.
    Allo stesso modo anche Napoli Liberal mi sembra organizzazione che si richiama al PDL campano (posso anche sbagliarmi ma guardando il loro sito sembrerebbe così).
    Con questo non dico che non ci si possa confrontare con loro o con il centrodestra (pur riconoscendone i limiti culturali, politici rappresentati anche dai suoi esponenti), quanto semmai puntualizzare e separare i momenti di tale confronto con quelli della protesta, evitando di privilegiare la prima opzione anzichè la seconda.
    Se alcuni sponsor stanno stanno seguendo più o meno volitivamente delle ragioni legate derivanti dalle risse interne ai partiti di maggioranza degli ultimi mesi, tali questioni non dovrebbe gravare anche sui Tea Party e sullo scopo intrisecamente differente da quello del Palazzo.
    Se tali sponsor stanno seguendo una loro evoluzione politica chiaramente partitica, è bene che gli organizzatori dei Tea Party ne discutano e tendano a considerarlo attentamente dato che tale evoluzione di tali sponsor potrebbero creare una possibile involontaria (quanto in concreto nefasta) pubblicità o implicita strumentalizzazione con una analoga ricaduta negativa d’immagine circa la funzionalità e lo scopo sin qui seguito dai Tea Party italiani oltre che nel loro divenire.
    Questo come capirai danneggia più i Tea Party Italia come credibilità e autonomia di soggetto che questi stessi sponsor.
    Come ha ricordato anche Bill di circoli, movimenti, club, squadre o sindacati politici e partitici in Italia nè esistono in quantità ed appare evidente che scrivere ciò non voglia dire mettere in dubbio l’onorabilità degli organizzatori dei Tea Party italiani, quanto semmai porre delle situazioni o degli scenari politici futuri che potrebbero accadere e su cui sarebbe bene iniziare a riflettere più attentamente.
    Penso che l’organizzazione dei Tea Party italiani debba fare il punto della situazione al suo interno in maniera specifica dato che da questa dipende molto il futuro e l’evoluzione di Tea Party Italia e dei suoi obbiettivi nel loro significato e funzione.
    I Tea Party americani nascono anzitutto e imprescindibilmente in primo luogo come un momento di protesta contro le tasse e contro il Governo che le impone e solo in alcuni casi e in seconda battuta un momento di proposta e di dibattito.
    In Italia questo secondo momento non è realizzabile a livello di organizzazione e lobbying politica in quanto a differenza della situazione americana l’Italia non presenta a mio avviso i requisiti culturali, strutturali, politici e organizzativi per la sua realizzazioni (in primo luogo a livello di classe politica disponibile non certo liberista e libertaria e di legge elettorale vigente) di sistema.
    Penso che si debba rispettare la posizione di alcuni sponsor aderenti ai Tea Party Italia e ai singoli eventi se reputano di seguire come soggetti autonomi e indipendenti la strada della politica ufficiale come obbiettivo parlamentare e di consenso per produrre riforme, questo nonostante molti libertari e osservatori esterni aderenti e sponsor dei Tea Party Italia non ne condividano come logica e strategia.
    Le mosse strategiche per indurre un reale cambiamento rispetto al quindicennio sin qui vissuto sono ben altre che l’ennesima sigla di Palazzo.
    Penso che molti libertari e amici dei Tea Party Italia vogliano da parte degli organizzatori dell’evento, una chiara distinzione non solo di comunicato ma fattuale e pratica tra tali logiche attivamente politiche (che a mio parere tendono molto ad essere promozionali ed autoreferenti nel tentativo di sfruttare il fenomeno dei consumatori del tè italiani anche a danno degli stessi sforzi e buonafede degli organizzatori) e la logica che dovrebbe guidare l’adesione al Tea Party e il suo autonomo funzionamento d’obbiettivo.
    Questo senza che il Tea Party diventi un soggetto sosia del ML o suo sottoposto, ma che anzi sviluppi le proprie peculiari e distintive caratteristiche pur trovando in questo e in altri soggetti apolitici una sponda più sicura e affidabile di sponsor attualmente responsabili del mancato taglio della spesa pubblica e della pressione fiscale.
    E’ semmai l’unione o fusione di tali scelte e istanze proprie con quelle esterne alla logica dei Tea Party a livello di piattaforma di adesioni seguite autonomamente in chiave identitaria e politica o neopartitiche da parte di alcuni soggetti (basti pensare alle sigle sponsor che già oggi si riconoscono a FLI) che rischiano di creare alla lunga possibili confusioni identitarie circa la natura dei due differenti soggetti con annessi possibili fraintendimenti e sospetti circa la coerenza e l’obbiettività di tali progetti Tea Party.
    Anche l’invito al confronto di forze partitiche di sinistra filo-obamiane italiane sin dalle prossime tappe Tea Party italiane non è certo un modo americano e un buon viatico per promuoversi come soggetto autonomo dai partiti con una chiara identità conservatrice fiscale e libertaria-liberista e liberale.
    E’ necessario porre una chiara presa di posizione dell’intera organizzazione dei Tea Party Italia circa l’istanza o disegno su cui lavorare e formare il Tea Party in Italia per il futuro, tenendo presente l’autonomia della protesta e della funzione tea party anche rispetto alle alterne vicende recenti o future (anche in chiave elettorale) del centrodestra politico italiano.
    Se è vero come è vero che i Tea Party Italia non vuole essere piattaforma di un partito o di supporto alla politica di palazzo in chiave consociata, appare evidente come le istanze liberiste e libertarie apolitiche siano più compatibili e coerentemente rappresentate da soggetti, think tank o associazioni come il Movimento Libertario non aventi mire politiche o partitiche nè dirette nè indirette, anzichè appellarsi ad interlocutori/soggetti politici o partitici intenti a rinnovare antiche promesse o verso soggetti che a causa della loro recente formazione sono intenti più a costruirsi una loro seducente quanto ammaliante profilo liberista e liberale di facciata a scopo elettorale prossimo venturo, sotto la quale nascondere un ircocervo di tendenze vecchie e nostalgiche.
    Il Tea Party deve evidentemente mostrare prima la propria anima contestataria anzichè cercare un impossibile, quanto irrealizzabile mediazione esterna tra questa piattaforma e i politici del Palazzo (seguendo quanto sta avvenendo con alcuni Tea Party americani).
    Se il Tea Party si mostra accondiscendente verso queste “volpi”, l’intera organizzazione si rivela un bluff e il Tea Party assumerà sin da subito i connotati di una “tigre senza artigli” agli occhi sia dei simpatizzanti che della Casta, e certamente non sarà difficile per quest’ultima imbrigliare o neutralizzare i Tea party a vecchie logiche.
    Ovviamente le mie sono considerazioni alla luce di quanto sino ad ora ho visto o non visto nei Tea party italiani e certamente queste riflessioni possono favorire un dibattito e un auspicato rafforzamento e rilancio dell’iniziativa del tè in vista dell’autunno.
    Affinché si possa andare incontro attivamente e proficuamente nel migliore dei modi alle richieste e agli interessi potenziali di chi produce e paga le tasse ed è propenso a sostenere tali eventi bisogna allora partire dalla divulgazione e dalla sensibilizzazione culturale (cosa che i politici e la politica non fa se non come propaganda neolinguistica orwelliana funzionale ad una lobotizzante croce su una scheda elettorale).
    Bisognerebbe allora porre una attenta riqualificazione interna in merito agli equilibri interni tra le componenti aderenti ai Tea Party Italia sin qui portati avanti sia come aderenze che come strategia-tattica complessiva.
    Tenendo conto anche dell’evoluzione politica esterna ai Tea Party che ha caratterizzato e sta caratterizzando alcune sigle inizialmente aderenti come sponsor a tali eventi e che rischiano di delegittimare o monopolizzare entro le loro proprie finalità l’intero cartello di associazioni aderenti ai Tea Party Italia.
    Quindi il rischio vero non è un Tea Party Italia sosia del ML ma un Tea Party Italia sosia o appendice di FLI o PDL.
    Evitando strumentali e sommatori calcoli politicanti interni anche a partire dagli sponsor aderenti quale metodo per giungere alla determinazione
    degli obbiettivi condivisi di adesione, sulla strategia e sulle prospettive da realizzare per il futuro come organizzazione da tutte le sue componenti.
    Gli organizzatori dovrebbero coordinare gli sponsor aderenti ai Tea Party Italia evitando possibili convergenze o preferenze verso determinati sponsor aderenti di carattere istituzionale rispetto a quelli non istituzionali e quindi evitando di seguire di intermediazione politica funzionali a tali sponsor partitici rispetto a quelli apolitici.
    Dinamizzare il movimento Tea Party nella pratica e nella sensibilizzazione è quantomai necessario e per far ciò bisogna separare la fase delle priorità e degli obbiettivi essenziali del movimento dei Tea Party italiano (la protesta anti-fisco) da quelle dei singoli movimenti aderenti o dialoganti.
    Un saluto.

  8. Luca Fusari

    @ Bill
    Ciao, hai ragione, il problema non è legato essenzialmente ai Tea Party Italia o alla ripresa di tale meccanismo americano spontaneista dal basso nel nostro Paese, quanto semmai dalla possibilità/rischio che tale meccanismo possa venir frainteso nelle sue finalità d’obbiettivo dalla politica italiana, riproducendo delle incomprensioni o quantomeno delle facili forme di accomodamento di ruolo in termini elettorali con un consequenziale svilimento delle stesse istanze inizialmente rappresentate.
    Sicuramente come ho scritto, l’attivismo divulgativo e la doverosa opera di sensibilizzazione culturale in materia economica e di libertà personali deve essere compito dei volontari organizzatori partecipanti ai Tea Party italiani, valutando le possibilità e i limiti congiunturali e situazionali del caso italiano rispetto a quello americano.
    Un saluto

  9. stefano tagliavini

    @MassimoF.
    Ho letto attentamente il suo intervento e vorrei porre alla sua attenzione una considerazione relativa alla nostra costituzione.
    Alla fine della seconda guerra mondiale il nostro paese usciva da una guerra civile e da un guerra di resistenza nei confronti della Germania nazista che ci aveva invaso.
    La nostra Costituzione è senza dubbio il frutto di una complessa attività di ricerca e volendo anche di compromesso tra le diverse anime che rappresentavano il paese di quell’epoca. Una costituzione non breve, lunga e rigida secondo il tecnicismo giuridico. Attuata nel tempo sia sotto il profilo formale, come le autonomie regionali, sia sotto il profilo dei contnuti con una attenta interpretazione da parte della Corte Costituzionale anche se a volte criticabile.
    Lo statalismo parassitario al quale fa riferimento lei, se non ho preso un abbaglio, non mi sembra addebitabile alla nostra Costituzione e all’idea di paese che potevano avere i membri della costituente. Mi pare, piuttosto, il risultato di una politica che non ha saputo costruire nel tempo , un’effettiva unità sociale, economica e culturale in tutto il territorio nazionale. Certo, la storia del nostro paese ci ha insegnato che le differenze tra città, paesi e territori è nel nostro dna, ma questo non doveva impedire di realizzare un paese unito al suo interno, coeso nel rimuovere quelle cause che sono all’origine della divisione economica e sociale. Recentemente la Corte dei Conti ha sottolineato gli sprechi della nostra Pubblica Amministrazione evidenziando la mancanza di un etica da parte dei dipendenti pubblici. La Corte ha parlato di una vera mancanza di responsabilità da parte di chi è al servizio dei cittadini. Tipico atteggiamento che ha contraddistinto il nostro paese e che è presente anche oggi. Mi viene in mente un articolo di un giornale italiano che raccontando di uno sciopero dei dipendenti pubblici avvenuto molti anni fa in Francia, rimarcava come da noi si scioperava contro lo Stato e la sua inefficienza mentre a Parigi si scioperava per lo Stato, per mantenere un sistema pubblico efficiente.
    E’ probabile che lo statlismo sia dipeso dalla politica e negli anni della prima Repubblica dalla divisione che cita lei, ma l’efficienza di un servizio pubblico dipende non solo dalla politica, ma dalla capacità di amministratori pubblici e dalle persone che la compongono. D’altra parte se così non fosse non avremmo quel divario che non è solo economico tra nord e sud.
    Io credo che in Italia a forza di parlare della politica e dei suoi difetti ci siamo pericolosamente deresponsabilizzati. Non solo, ma abbiamo trascurato un fatto che non mi sembra secondario, ovvero che la qualità della politica promana da quella del suo paese.
    Abbiamo sempre vissuto al di sopra dei nostri mezzi e abbiamo navigato spesso a vista. Se a tutto questo mettiamo la mancanza di una vera unità nazionale, io credo che il destino di questo paese sia ineluttabilmente votato al declino.
    Io non ho una soluzione del problema, ma sicuramente qualsiasi ricetta passa attraverso un percorso di crescita culturale che sappia coniugare sviluppo economico e sociale, qualità del consenso che produca qualità del gruppo dirigente. Le dvisioni tra una parte politica e un altra devono tovare un limite invalicabile in quello sprito unitario che c’è nella costituzione. Pensare di essere di essere più furbi di altri e approffitarsene come avviene in certe parti del nostro paese, produce solo un danno a se stessi.

  10. Luca Fusari

    @ MassimoF.
    Ciao Massimo ti ringrazio anzitutto per i complimenti in merito all’articolo, ovviamente concordo con te e sul finale dell’articolo non mi sono fatto molte illusioni, ma questo mio pessimismo non dipende dalla fattibilità o dalla riproducibilità del fenomeno Tea Party americano in Italia quanto piuttosto sulla possibilità che questo possa essere di per sè risolutivo o rivoluzionario per cambiare lo status mentale del sistema Italia.
    Ovviamente io vedo il Tea Party come l’evoluzione del concetto di antistatalismo libertario e di un movimento o partito libertario anche rispetto alla storia recente statunitense e ai suoi epigoni e modelli.
    Naturalmente come ho cercato di illustrare nel mio articolo questa mia opinione personale non è purtroppo nè la verità nè l’unica e valida considerazione da porre a margine della questione Tea Party e della sua complessa fenomenicità ed evoluzione (o involuzione) recente made in Usa.
    Ribadisco anche in questo commento come il Tea party italiano sia necessariamente legato a logiche e strategie di finalità differenti dal Movimento Libertario così pure dal rapporto che si è instaurato tra Ron Paul e i tea party suoi sostenitori negli ultimi anni.
    Allo stesso tempo penso che riprodurre in Italia quanto Fox News, Beck, Palin o Rove ambiscono a fare negli Usa nei confronti di alcune sigle Tea Party, significhi ridurre il Tea Party a parte-componente del teatrino politico attuale tale fenomeno anzitutto culturale e di principio.
    Per certi versi temo che tale strategia interlocutoria possa riprodurre analoghe forme di appiattimento politico paragonabili a quelle del “popolo viola”, i girotondini o addirittura i “V day” di Beppe Grillo nella sinistra italiana.
    Questo ovviamente non significa che Tea Party Italia o Movimento Libertario non possano collaborare o avere alcuni punti di condivisione in comune sebbene sia chiaro e oggettivo come il Movimento Libertario tenda a proporre proposte estremamente più radicali di quelle del Tea Party Italia e quindi è evidente come il Tea Party Italia tenda a porsi su una linea culturale (oltrechè di rapporto con la politica) molto più moderata e miniarchica che anarcocapitalista.
    Comunque a mio parere in questa fase iniziale e certamente basilare le ricette e le idee antistataliste e libertarie del ML devono essere lette e interpretate non per il loro contenuto finalistico “massimo” ma per il background formale condiviso sul quale anche lo stesso Tea Party Italia fa riferimento in quanto movimento che si vuole identificare entro l’aspetto liberalconservatore e miniarchico.
    Certamente tali aspetti trovano una sponda più credibile e condivisa in termini funzionali anche alla protesta, più in una associazione come il Movimento Libertario rispetto a interlocutori transpartitici di Palazzo e Casta.
    La questione è eminentemente culturale e anche il Tea Party Italia deve farsene carico con la necessità di porre in atto una attenta revisione e valutazione interna sull’organizzazione Tea Party Italia sia sui compiti, sui meriti, sugli intenti e le strategie utili da adoperare e realizzare nei tea party italiani come contenuti reputati necessari da porre.
    Non in funzione a quanto Beck, la Fox o i Tea Party Patriots stanno compiendo negli Usa, quanto semmai a causa dell’incapacità della politica italiana e del centrodestra italiano ad essere credibile interlocutore di tali proposte e fondamentali questioni economiche e di libertà individuali.
    Qui non c’è da porre solo un disagio interno al conservatorismo e liberalismo italiano circa i deficit o le manchevolezze della “destra” italiana in merito all’organizzazione o gestione interna del PDL e di riflesso al rispetto del programma di governo nei confronto dei loro elettori.
    I Tea Party americani è evidente non sono focalizzati sul rispetto di una agenda di governo, e certamente l’agenda di Berlusconi e Tremonti è più obamiana che conservatrice, questo a prescindere dallo stato confusionale interno al GOP.
    Presumo che molti aderenti o simpatizzanti ai Tea party italiani siano lontanissimi da tali finalità di puntilgliosità e pignoleria politologica e francamente ritengo che molti si siano ormai resi irrimediabilmente conto come la politica incarnata anche da questo italico centrodestra sia nel suo complesso per svariate ragioni parte del problema complessivo e del fallimento che attanaglia e attanaglierà in futuro il nostro Paese.
    Penso anche che molti di questi aderenti o simpatizzanti non mirino come loro prioritario o principale scopo di adesione ai Tea Party Italia di compiere nè una riformulazione di persone nè una ricostruzione del centrodestra politico-partitico in Italia o una intesa atta a favorire “nuovi patti della crostata” di coalizione.
    Questo non deve essere l’obiettivo dei Tea Party italiani se il loro scopo è apartitico e culturale come si dichiara essere.
    Lo scopo semmai dovrebbe essere quello della riformulazione e costruzione di una sensibilità e di una cultura della libertà in Italia finora assente.
    L’Italia checché se ne dica è un paese di cattocomunista collettivista e statalista, ergo l’Italia è putroppo un paese di sinistra (anche quando non nè è governato direttamente da questa) in tutti i suoi principali referenti identitari.
    Non a caso tutti i governi del Novecento hanno compiuto un opera di statalizzazione e socializzazione del Paese a varie tinte e sfumature che rientrano nel grande album-spettro della sinistra.
    Quindi quoto pienamente la tua disamina.
    L’Italia non è purtroppo una right nation (e certamente per “right nation” non intendo nè la new right neocon di Buckley o quella decennale di Rove-Bush Jr. nè la “christian nation” invocata sul palco del Lincoln memorial dai foxiani e dalla Palin).
    L’Italia non ha prima ancora che nelle sue leggi, nei suoi partiti o nelle sue leggi finanziarie; nei suoi tanti individui contribuenti la consapevolezza di cosa siano i diritti negativi naturali, la libertà e il rispetto della proprietà privata individuale.
    Purtroppo come alcuni fatti di cronaca anche qua riportati su questo blog hanno dimostrato, questi principi non sono le parole d’ordine della società italiana (a differenza di quella americana).
    Queste parole d’ordine dovrebbero essere ciò che un movimento Tea Party in Italia dovrebbe sforzarsi di veicolare e farsi carico con i volenterosi suoi aderenti volontari volitivamente ispirati verso tali principi.
    Non certo Capezzone e il suo breviario del “governo del fare”….
    Il Movimento Libertario da parte sua cerca di veicolare e promuovere tali principi e questioni di libertà ovviamente da un suo autonomo punto di vista anarcocapitalista e di libertarianismo puro.
    Capisco che il Tea party sia formato anche da persone con sensibilità liberalconservatrici o miniarchiche ma questo non significa che tali questioni non siano comuni ad entrambi i soggetti e che tale opera di divulgazione non possa essere portata avanti virtuosamente con proposte e collaborazione miranti all’accrescimento culturale e informativo anche da parte dei tea partier organizzatori verso i loro partecipanti in termini bidirezionali, arrivando a porre oltre che un ascolto delle istanze e suggerimenti del pubblico anche porre un proprio metodo divulgativo chiaro, semplice ed efficace incentrato su esempi concreti e su idee e principi autenticamente libertari e conservatori fiscali riconoscibili e comuni ad entrambe le piattaforme (privi anche qua di influenze politiche e partitiche) da divulgare con vari mezzi e strumenti (cd masterizzati, con ebook in PDF, depliant informativi, lucidi in powerpoint da illustrare al pubblico,…) tale da incrementare e sviluppare un opera di formazione e di diffusione anche fuori dalla rete seppur non necessariamente condividendo in toto le finalità e i metodi dell’anarcocapitalismo, del libertarianismo o del Movimento Libertario.
    Non facendo questo e non rendendosi conto della situazione vigente politicamente in Italia, si rischia solo di costruire possibili pindarici sviluppi a partire dall’assenza di tali mancanti fondamenta nella società.
    Ciò significherebbe costruire solo “castelli di sabbia o per aria” che rischiano di non bypassare le cause dei problemi italiani (la politica e i partiti) non focalizzando gli enormi problemi politici-economici e culturali di questo paese e le loro possibili soluzioni di libero mercato , di meno spesa pubblica e di meno tasse come viatici per un vero cambio di passo del Paese.
    Un saluto

  11. MassimoF.

    @ Stefano Tagliavini: Come avrà certamente notato nel mio post precedente , il mio discorso verteva sul fatto che da noi un qualsiasi movimento libertario non avrà mai nessun seguito , e tra i vari esempi ho citato la costituzione. Lei dice che questa invece è si perfettibile ma sostanzialmente va bene così. Io se permette dissento. La nostra costituzione dal punto di vista liberale , tale non lo è compiutamente. Se vuole le citerò alcuni articoli: art.1, la repubblica è fondata sul lavoro. Il lavoro è un fattore della produzione. E’ come se l’arabia saudita scrivesse che è una repubblica fondata sul petrolio, cosa vera , ma che nulla centra con una costituzione. Art. 3: E’ compito della repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale ……. Questo articolo legittima qualsiasi intervento nell’economia , anche il più intrusivo, senza il minimo rispetto per gli interessi legittimamente costituiti. Gli art. 35,36,37,38, sono semplicemente socialisti.Possiamo scriverli in uno statuto dei lavoratori, ma non certo in una costituzione. Art. 41: questo articolo è totalmente illiberale. Stabilisce che è lo stato che deve dirigere l’economia e che ha poteri illimitati. Se permette mi fermo qui, anche se gli articoli economici arrivano al 47 , senza considerare tutti gli altri. Credo che questo basti a dimostrare come se è vero che la nostra costituzione non è stata applicata coerentemente e che l’abuso che i politici e molti dipendenti della pubblica amministrazione hanno fatto della macchina statale ha contribuito all’inefficienza della nostra economia, è anche vero che la nostra costituzione non è compiutamente liberale , ma anzi vede nei liberi rapporti economici un problema che và regolato. Il problema che però io volevo sottolineare è un’altro , ovvero che quello che non và è la nostra cultura, ovvero quell’insieme di schemi che ogni persona impiega per interpretare la realtà. I nostri schemi o sono cattolici o sono marxisti. Ma entrambi non sono liberali , anche se a gradi e temi diversi .Un movimento libertario non potrà mai affermarsi in un paese così.

  12. Troppe parole e poco sangue. Facciamolo scorrere in una bella guerra contro l’Agenzia delle Entrate (ad esempio, niente canone Rai per il 2011) e vediamo poi quante sigle politiche continuano ad aderire al Tea Party Italia!!!

  13. Nicole Kelly

    @Massimo F. ha ragione, la costituzione italiana non è per niente democratica e quindi non perfettibile.
    E non è necessario andare a focalizzarsi sugli articoli che riguardano l’economia “nei particolari”, atteso che l’articolo fondante della libertà, “anche” quella economica, è la libertà di parola, cui la costituzionee dedica un articolo che è il massimo della doppiezza sabaudo-clericale-comunista, dove si dice che la stampa è libera “però soggetta ad autorizzazioni”.
    Insomma siamo alla libertà di parola “a sovranità limitata”.
    E se ci si mette che i giornali prendono i soldi dallo stato…..

  14. Luca Fusari

    @ Nicole Kelly e MassimoF.

    E’ palese fin dal primo articolo che la costituzione italiana sia pessima, purtroppo non c’è mai fine alle cose pessime e se la politica e gli attuali partiti la modificassero la peggiorerebbero solamente laddove non serve senza minimamente riformare quanto di pessimo e di sabaudo-clericale-comunista (per citare Nicole Kelly su cui finalmente concordo) è già stato posto in passato.
    Appare evidente che un movimento libertario italiano non avrebbe molto da appellarsi al conservatorismo costituzional-miniarchico e libertario di Ron Paul e dei Padri Fondatori.
    Qui la tattica non a caso è anarcocapitalista da parte del Movimento Libertario e certamente non politico-partitica ma divulgativa in termini culturali e di principi
    Per il resto concordo con la vostra disamina.
    Un saluto a tutti e due.

  15. Luca Fusari

    @ Adamo Smith
    Pensa quelle di Mazzerelli se le mi ti sembrano troppo fumose…. 😉
    Io comunque sono per metodi nonviolenti gandhiani anche in merito all’agenzia delle entrate, canone Rai e sostituto d’imposta.
    La rivolta fiscale è disobbedienza civile e legittima difesa dal fisco.
    Temo però che se tu aspetti simil azioni o posizioni da Mazzerelli e dal suo Tea Party Italia per come lo concepisce, dovrai aspettare ancora a lungo visto che le priorità dialogiche e teoretiche con la Casta vengono prima di qualsiasi azione pratica….
    Anzi è già tanto che non ti scomunichi qua in seduta stante per aver accostato il suo link al tuo nickname. 😀
    Certamente il Movimento Libertario benchè aderisca al Tea Party Italia è certamente sulla tua lunghezza d’onda seppur dal punto di vista gandhiano.
    Ciao.

  16. Onestamente non capisco la differenza (gandhiana?) tra inscenare cortei, proteste o manifestazioni contro l’Agenzia delle Entrate o il mancato (e deliberato) pagamento di un’ imposta ingiusta. Come penso sia difficile pensare che se Equitalia succhia il sangue ai contribuenti, i cittadini non possano (o debbano) incidere nella carne di uno Stato ingordo e pericoloso.
    In ogni caso, e qui prendo le parti di persone che non conosco ma che difendo in nome della libertà di opinione, il mio nick name è entrato nel circuito a luglio, così come la mia proposta di non pagare il canone Rai 2011, e nessuno mi ha tacitato, nè limitato, nè messo da parte, anzi…

  17. @Fusari.Scusami se non mi sono qualificata.
    Perdonami se non ho ancora letto il tuo post per intero. Sulla prima consideazione: Generazione Italia non è più tra i banner, in quanto strettamente politico e portale di un patito nascente. Però è vero che loro continuano a guardare ai Tea Party. (peraltro con un link sbagliato)

  18. Luca Fusari

    @ Saba

    Ciao, fa nulla figuriamoci l’importante (come ha sottolineato Oscar nel suo incipit all’articolo) è dibattere apertamente senza reverenziali timori o paura di critiche.
    Scusami invece per la erronea citazione di Generazione Italia tra gli sponsor, ovviamente io mi riferivo alla situazione antecedente alla vostra decisione non avendo visionato di recente gli sponsor ancora aderenti sul vostro sito in funzione dei continui sviluppi politici.
    Ti faccio presente come anche Libertiamo dell’onorevole Della Vedova ex membro PDL e ora portavoce di Fini-FLI, sia associazione politica affiliata all nascente neopartito FLI e richiamantesi palesemente nei suoi articoli pubblicati sul loro portale a tale soggetto politico e al suo fondatore quale soggetto identitario con cui sviluppare politicamente le loro idee.
    Ciao.

  19. Luca Fusari

    @ Adamo Smith

    Ho sottolineato il termine “gandhiano” dato che lei ha parlato di “bella guerra” contro l’Agenzia delle tasse, il che implica assalti o uso della violenza.
    Appare del tutto evidente come la sua frase fosse da lei utilizzata in termini nonviolenti ma puramente retorici puntualizzato ciò appare evidente come i cortei e le proteste contro le tasse e manifestazioni contro Equitalia fanno già parte certamente della corretta pressi condivisa dai libertari e dal Movimento Libertario, spero solo che questa divenga parte anche del Tea Party Italia nel prossimo futuro.
    La resistenza fiscale (o evasione) è ovviamente una pratica individuale che certamente impegna l’individuo ad assumersi in proprio il rischio di tale sua scelta o condotta, vista anche la sporadicità del fenomeno.
    Con questo non dico che i libertari non possano ben vedere tale opzione (figuriamoci esiste pure un libro “Elogio dell’evasore fiscale” scritto proprio da Leonardo Facco del ML dove non si invita all’evasione ma si spiega le ragioni teoriche di tale scelta) quanto piuttosto appare a tutti chiara come tale strategia sia poco fattibilmente realizzabile o applicabile sui grandi numeri come rivolta fiscale di massa se prima almeno non si pone un adeguata opera di divulgazione e di comprensione del suo significato fenomenico o non si realizza una qualche forma di coordinamento condiviso tra possibili aderenti a tale forme di protesta.
    La mia nei tuoi confronti era una battuta scherzosa (vedi smile a corredo del mio commento) in virtù della reazione di altri interlocutori su questo sito in altri articoli circa tali argomenti, mi scuso con te se ho dato l’impressione di prenderti in giro, ma non era mia intenzione e non volevo mica criticare te, il tuo nickname o contestare le tue opinioni, anzi…
    Ciao

  20. stefano tagliavini

    Mi sono riletto la Costituzione laddove disciplina i rapporti economici e francamente non ho trovato gli elementi di un disegno politico di matrice socialista. L’art. 41 stabilisce che i controlli devono garantire una funzione sociale dell’attività economica pubblica e privata. Tutto questo è contrario all’anarco capitalismo, lo capisco benissimo, ma bisogna tenere conto di alcune cose. In nessun paese dell’Europa si è affermato un modello economico incentrato solo sull’iniziativa privata e con un totale disimpegno dello Stato sia dall’economia che dal sistema sociale creato per proteggere le classi più deboli e garantire una convivenza sociale pacifica. I paesi dove il benessere ha raggiunto livelli elevati sono anche quelli che hanno sviluppato un livello di welfare invidiabile.
    Lo sviluppo economico in uno stato civile dev’essere accompagnato da un sistema di servizi per la persona che mette al centro l’uomo e la sua dignità e non solo la sua libertà economica. Chi ritiene che le tasse siano un esproprio o un furto secondo me sbaglia e dovrebbe spiegare come si finanzia la pubblica amministrazione che dev’essere efficiente ma che è irrinunciabile dal punto di vista dei servizi che deve offrire. Il settore dei pubblici servizi ha permesso di offrire posti di lavoro che ad un certo punto l’industria non era più in grado di dare. Se questi servizi non sono coerenti con l’entità dell’imposizione fiscale non credo che la soluzione sia la sua eliminazione. La scuola , gli ospedali, i servizi pubblici di trasporto si finanziano con le tasse, altre soluzioni non ci sono. Eliminare questi servizi – negli anni ottanta qualcuno nel mondo occidentale voleva eliminare i costi della pubblica istruzione per avere più risorse per le armi – significherebbe impedire a un paese di ottenere uno sviluppo economico e sociale soddisfacente, salvo affermare che lo Stato dovrebbe scomparire e la forma di democrazia che si dovrebbe instaurare sarebbe incentrata sul dio denaro, favorendo solo chi lo possiede ed emarginando i più deboli, come accade negli USA dove chi non possiede una copertura assicurativa è lasciato in balia di se stesso.
    Vorrei sottolineare il capitalismo e le dottrine economiche che non vogliono alcun intervento dello Stato in economia, hanno avuto una crisi d’identità proprio quando è caduto il comunismo, ovvero quando è mancato il nemico contro il quale combattere. In quel momento storico sono arrivate le domande sul futuro del capitalismo. Con la crisi del 2008 abbiamo assistito alla chiamata dello Stato in soccorso del libero mercato: cosa avremmo dovuto fare? Lasciare fallire le banche con i nostri risparmi? Chiudere le aziende con migliaia di lavoratori? Poteva essere una soluzione, rimaneva il problema della gestione del conflitto sociale. Io credo che tra un idea di economia di stampo socialista e quella dove ognuno può fare quello che vuole in assenza totale di un Stato e di una valida rete di protezione sociale, ci può stare un modello che sia in grado di soddisfare le esigenze di un iniziativa economica libera senza rinunciare alle istanze sociali delle classi più deboli e di uno Stato civile, dove le tasse sono sostenibili e non sono considerate un furto perchè i servizi offerti sono efficienti e in grado di soddisfare tutti i bisogni dei cittadini.

  21. MassimoF.

    @Stefano Tagliavini : Sulla costituzione ribadisco quanto già scritto: gli articoli economici possono anche andar bene in uno statuto dei lavoratori , ma non in una costituzione. Per quanto riguarda quello che dici sul sostentamento dei servizi attraverso la tassazzione , mi spiace ma è l’esatto contrario di quello che dici. Servizi troppo ampi che costringono a tasse elevate , non contribuiscono minimamente alla crescita economica , ma anzi la frenano pesantemente. Tutta l’esperienza governativa mondiale degli ultimi 30 anni conferma questo. Ti porterò l’esempio della Svezia, quindi un paese che del welfare ha fatto la sua bandiera. Durante tutto il ‘900 i servizi e le tasse sono andati aumentando. Grazie alla efficienza dovuta all’apertura dei mercati ( liberismo ), la Svezia ha tenuto tassi di crescita economica positivi ancorchè calanti. Alla fine degli anni ’80 primi anni ’90, il paese è caduto però in una profonda recessione . La soluzione è stata quella di ridimensionare , anche se gradualmente il welfare del paese. Oggi la Svezia cresce e la tassazzione sui profitti delle imprese è ad esempio, ampiamente minore di quella italiana. Tutti i paesi sono stati costretti a ridurre il welfare, proprio perchè il suo sostentamento toglie risorse al settore privato produttivo per impiegarle nel settore pubblico, molto spesso oltre che improduttivo anche inutile. Se il welfare è troppo espanso ( e in italia è così ) và tagliato e con esso le tasse.

  22. stefano tagliavini

    La pressione fiscale 2008 nella Ue15
    48,9% Danimarca
    48,2% Svezia
    44,4% Belgio
    43,6% Francia
    43,3% Italia
    43,0% Finlandia
    41,9% Austria
    38,0% Olanda
    37,2% Spagna
    36,9% Lussemburgo
    36,6% Regno Unito
    36,6% Portogallo
    36,6% Germania

    la tassazione sulle società in Svezia è inferiore a quella italiana ma la differenza riguarda i dividendi che in Italia sono tassati al 12,5% mentre nei paesi dell’area UE sono tassati in media al 28% analogamente a quanto avviene in Svezia. La fonte di questi dati è la Commissione Europea e l’OCSE.
    Io rimango della mia opinione, la spesa pubblica deve garantire i servizi essenziali per coloro che non se li possono permettere, occorre evitare gli sprechi e puntando sull’efficienza.

  23. MassimoF.

    La tassazione delle società in italia è data senza considerare le tasse locali, dall ires e dall’irap. L’ires è al 28%, l’irap è circa al 4%.Quindi siamo al 32 % . In svezia la tassa è unica ed è al 28%. In danimarca se non ricordo male è al 25% e così anche negli altri paesi nordici. Rimarco il fatto che nel computo italiano non ci sono altre tasse locali. Per quanto riguarda la lista che hai dato, questa è generale , nel senso che è calcolata tenendo conto anche del sommerso, ma come tu sai il sommerso le tasse non le paga.Quindi , per chi paga le tasse la pressione è ben più alta, vicino al 50%. Inoltre visto che parliamo di chi deve investire in imprese , devi considerare le aliquote più alte , poichè se un investimento ha successo, finisci subito nello scaglione più alto. In totale la pressione sommando ires+irap+irpef, arriva al 60%, con punte al 70%. Vorrei inoltre farti notare che la tassazzione sui dividenti al 12,5% vale solo per le partecipazioni in capitale quotato inferiori al 2%. Un imprenditore normale , dovrà invece inserire il 50% dell’utile distribuito nella dichiarazione irpef, e quì l’aliquota è il 43%, e il resto viene tassato al 20%. Le plusvalenze di società quotate per partecipazioni superiori al 2% sono tassate al 27%. Ripeto, il problema è la troppa spesa pubblica e le troppe tasse.

  24. Nicole Kelly

    @Massimo F.
    In molti paesi anglosassoni, nordici e di loro derivazione, gli enti locali ricavano le loro entrate da imposte sugli immobili, cha pagano tutti e, di solito, indipendentemente dal reddito; il valore degli immobili viene periodicamente rivisto con metodi diversi, ma non certo sul valore catastale, mentre si cerca un valore di mercato.
    Non ho capito che c’entra l’IRES, che va allo Stato, con le imposte locali che poi in Italia si riducono all’ICI e all’IRAP.
    Le altre sono tasse, cioè corrispettivi di servizi, come la TARSU.

  25. MassimoF.

    Nicole Kelly: se legge bene i post precedenti vedrà che il discorso verteva sul livello di pressione fiscale complessivo che un soggetto imprenditoriale paga . Che poi le tasse vadano allo stato o agli enti locali, quello che conta è che il totale è troppo alto.

  26. Lidio

    Chi pretende normare la libertà è semplicemente deficiente di pensiero, cioè mancante di sperimentazione delle idee e dei loro concetti.

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