27
Ago
2010

Il nuovo patto sociale di Marchionne

Sergio Marchionne ieri ha conquistato il Meeting di Rimini. Come il giorno precedente Emma Marcegaglia, si è guardato bene dal cadere nella trappola di chi sulla vicenda Fiat-Melfi alza i toni per alzare polveroni. Ha usato sobrietà e misura, l’uomo che porta la nuova Fiat di John Elkann alla sfida mondiale attraverso l’America. Con il pieno  sostegno non solo dell’azienda che guida ma – c’è almeno da sperarlo – di tutta l’industria italiana, ha lanciato un fermo appello a chiunque nella società italiana comprenda che è tempo di usare grande responsabilità, di scelte rapide ed efficaci, e di regole nuove che le consentano nell’interesse di tutti: delle aziende, dei lavoratori, del Paese intero. E’ un Marchonne molto diverso da quello che, tra 2005 e 2007, piaceva alla sinistra perché “socialdemocratico”. E che torna invece al suo credo illustrato due anni prima di assumere la guida Fiat all’Harvard Business Review, quando il suo unico faro era lo shareholder value. E’ un vero e proprio nuovo patto sociale, quello che Marchionne e il presidente di Confindustria hanno perorato a Rimini. E’ il contrario di quella specie di rozza imposizione, unilaterale e autoritaria, che Fiom e sinistra antagonista attribuiscono al nuovo corso dell’azienda leader della manifattura italiana, e a tutti coloro che insieme a lei indicano nel rapido decollo dei Paesi emergenti il treno della crescita sul quale o ci attrezziamo a salire subito, oppure per anni e anni resteremo confinati a un crescita ancor più stagnante di quella del decennio precrisi.

La premessa per comprendere meglio in che cosa consista, questo nuovo patto sociale, è la comprensione della nuova globalizzazione con cui siamo alle prese. Il mondo post crisi vede leader mondiale della produzione industriale la Cina e non più gli Stati Uniti. Vede l’intera costa occidentale del Pacifico, da Vietnam e Thailandia a Corea del Sud e Indonesia, non più sotto l’orbita economica e politica degli States, ma di Pechino, che ha agganciato l’export asiatico alla soddisfazione dei propri consumi interni, destinati a crescere vorticosamente sostituendo la tossicchiante domanda americana.

Chi era critico della globalizzazione anglosassone, resta ancor più critico anche di questa neoglobalizzazione a guida asiatica. Gode di vasto consenso, infatti, la tesi secondo la quale (vedi ultimi interventi di Luciano Gallino ed Eugenio Scalfari, su Repubblica) tentare di assicurarsi quote crescenti di quei mercati, che vedranno centinaia di milioni di neoconsumatori affacciarsi a bisogni crescenti, comporti una concorrenza al ribasso dei costi e dei diritti dei lavoratori dei Paesi avanzati. Come a dire che se la Fiat punta a diventare un gigante mondiale bisogna fermarla, perché se ci riesce significa che gli operai di Pomigliano, Melfi e Mirafiori saranno costretti alle basse paghe e agli zero diritti degli operai cinesi.

E’ una tesi popolare, abilmente insufflata da quel pezzo di sindacato e di sinistra che continua a guardare alla storia attraverso lo specchietto retrovisore. E le lenti della nostalgia, dei mitici anni in cui bandiere rosse e consensi a milioni tra gli operai facevano pensare che la fabbrica fosse finalmente nelle mani giuste, cioè quelle degli sfruttati in lotta naturale contro gli odiati e famigerati “padroni”.

Senonché, si tratta di una tesi completamente falsa. L’intera storia della globalizzazione, dalla prima rivoluzione industriale manchesteriana e dall’applicazione della legge dei rendimenti comparati e della specializzazione del lavoro, è fatta di Paesi che si affermano e restano per lungo tempo leader, anche nell’espansione dei mercati ad aree a più basso costo del lavoro. Purché naturalmente quei Paesi avanzati non dimentichino che devono preservare due condizioni. La prima è che devono avere una struttura produttiva flessibile, in grado di rispondere rapidamente alla mutata domanda internazionale. La seconda è che devono restare titolari di tecnologie di prodotto e processo, gestionali, commerciali e distributive, capaci di preservare  la leadership nella parte più elevata del valore aggiunto, quella che i Paesi emergenti metteranno più tempo a raggiungere. E’ grazie a questa leadership, che si realizzano utili tali da continuare a sostenere redditi elevati tantod elle inmprese, che dei loro dipendenti. Così facendo la Gran Bretagna preservò la sua egemonia nell’Ottocento, e gli Stati Uniti la loro nel Novecento e fino alla grande crisi attuale. La differenza rispetto al passato è che semmai i Paesi meno avanzati oggi sono assai più rapidi di un tempo, nel dover concedere aumenti salariali e dei diritti: persino la Cina comunista, registra negli ultimi sei mesi aumenti retributivi tra il 15% e il 25% nel più della propria manifattura.

Ma perché la struttura produttiva sia flessibile e contemporaneamente capace di concentrarsi sull’affinamento e l’innovazione delle tecnologie, occorrono anche regole condivise capaci di rendere possibili queste innovazioni continue. A volte, come nel caso Fiat in Italia, innovazioni di forte discontinuità, visto lo stato di fortissima difficoltà dell’azienda quando Marchionne la prese in mano.

Ma il nuovo patto sociale indicato da Marchionne e Marcegaglia offre ai lavoratori più retribuzione netta e meno tassata, non meno. Oltre a rappresentare l’unica strada oggi possibile per difendere la base occupazione attuale, e per estenderla ulteriormente in futuro. Certo, trattare stabilimento per stabilimento e azienda per azienda le nuove condizioni di miglior utilizzo degli impianti attraverso turni, orari e straordinari, in cambio non solo di più retribuzione ma altresì di 20 miliardi di investimenti, implica l’addio ai vecchi riti e miti della contrattazione centralizzata e iperpoliticizzata.

Ma è di questo che c’è bisogno, nel mondo nuovo. Concretezza, rigore, reciproco vantaggio tra capitale e lavoro. Il nuovo patto sociale manda in soffitta i rottami ideologici della contrapposizione di classe. Non si fonda più sul collettivismo corporativo. Ma sull’utile comune e condiviso di una nuova responsabilità sociale. Che guarda al miglioramento del benessere e dei consumi di miliardi di individui nel mondo come a una possibilità per tutti, non come a una minaccia.

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14 Responses

  1. Massimiliano

    Complimenti Direttore, analisi perfettamente condivisa ma resta il dubbio che, oltre alle buone intenzioni, le parti sociali e la politica non vogliano poi cambiare un sistema che consente una gestione clientelare ed ideologica del consenso.
    Sempre meglio avere 1000000 di operai scontenti ed incazzati che ti portino il voto in cambio di briciole.

  2. MassimoF.

    Caro Oscar, il suo articolo è chiarissimo e per quanto mi riguarda condivisibilissimo, ma purtroppo parte dal presupposto di avere come contradittorio persone che si comportano in modo razionale e che non si fanno influenzare dalla cultura nella quale sono cresciute e vivono. Così non è. Quindi, è purtroppo facilissimo prevedere che le sue saranno parole non ascoltate , ma anzi criticate. Rimane il fatto che comunque lei fà benissimo a dirle queste cose, se non altro per provarci a cambiare un paese, che economicamente ,adesso e per molto tempo ancora è morto.

  3. CARO OSCAR,IO NON SONO UN ECONOMISTA NE TANTOMENO UN POLITICO,SONO UN LAVORATORE CHE RIESCE ULTIMAMENTE,SOLO, A FARE LA SPESA.SE IL DISCORSODEL SIGNOR MARCHIONNI SI BASA SOLO SULLA PRODUZIONE,IO CREDO CHE I LAVORATORI SIANO DACCORDO DI LAVORARE DI PIU’.MA NON CAPISCOA CHE COSA SI RIFERISCE IL SIGNOR MARCHIONNI QUANDO DICE CHE NON SI VUOLE IL CAMBIAMENTO,VUOLE DIRE FORSE CHE PREFERISCE LA SERBIA ALL’ITALIA? FORSE PERCHE’IN SERBIA UN OPERAIO PERCEPISCE SOLO 400 EURO AL MESE?MA CARO OSCAR,E’ CON QUESTO SISTEMA CHE MARCHIONNI PENSA DI SANARE L’ECONOMIA IN ITALIA? IO CREDO CHE LE AUTO SIA I SERBI CHE I POLACCHI NON RIUSCIRANNO A COMPRARE UNA 500 A 15000 EURO CON UNO STIPENDIO DI 400 EURO.PENSO PROPRIO CHE TU ABBIA CAPITO COSA VOGLIO DIRE.PENSO CHE I LAVORATORI IN QUESTO PAESE SIANI IL CARDINE DELL’ECONOMIA,DA UN PO DI TEMPO LE COLPE DI TUTTO SONO DEI LAVORATORI IN GENERE,SBAGLIATO SENZA IMPIEGO E LAVORO IL PAESE NON ESISTE,SECONDO ME BISOGNA INCENTIVARE IL LAVORO AFFINCHE I CONSUMI RIPRENDANO A SALIRE E LE VARIE PRODUZIONI INCOMINCINO A PRODURRE DI PIU’ PER DARE PIU’ LAVORO. TI FACCIO UN ESEMPIO UN AMICO AVEVA 8 DIPENDENTI ,PRODUCEVA ORTAGGI VARI,E’ UN AMICO D’INFANZIA,HA LICENZIATO 5 DIPENDENTI PERCHE’ NON RIESCE A VENDERE QUELLO CHE PRODUCE,PERO’ MI DICEVA ,IL GUADAGNO E’ RADDOPPIATO,ANCHE PERCHE’ I PREZZI AL CONSUMO SONO AUMENTATI DI DIECI VOLTE. CREDO CHE TU ABBIA CAPITO PERFETTAMENTE COSA VOGLIO DIRE. UN ABBRACCIO FABRIZIO.

  4. Alessandro

    Quello che sostiene Marchionne e che lei direttore ci spiega benissimo è un cambiamento “rivoluzionario” non solo del mondo del capitale ma soprattutto di quello del lavoro. Una sorta di economia sociale del mercato e del lavoro con positivi accenti liberali. Una certa parte del sindacato non accetta questo solo per motivi ideologici perchè perderebbe potere, anzi peggio, deve fare la fatica di ripensarsi in modo intelligente. Cisl e Uil questo lo hanno capito e infatti non sono pregiudizialmente ostili se mai propositivi e desiderosi di esserne protagonisti…il resto “sindacale” è sotto gli occhi di tutti.Staremo a vedere

  5. Giuseppe

    “Ma il nuovo patto sociale indicato da Marchionne e Marcegaglia offre ai lavoratori più retribuzione netta e meno tassata, non meno.”

    Tradotto: lavorare di piu’ (come impegno e come numero di ore), essere pagati al lordo uguale (o forse un filino meno) e sperare che un fisco più leggero compensi la perdita di retribuzione oraria.

    Non nego la necessità economica di questi cambiamenti, ma presentarli addirittura come positivi per i lavoratori mi sembra un poco capzioso; sarebbe molto più corretto dire chiaramente “o mangiate la minestra o saltate dalla finestra”.

  6. Luca Segafreddo

    Sono sempre stato scettico nei confronti delle politiche degli Agnelli referenti a FIAT, per non parlare della qualità delle auto prodotte, in quanto lor signori bellamente trasformavano in nazionali problemi che erano puramente aziendali, sfruttando le dimensioni dell’azienda ed il rischio d’impatto sociale in seguito ad eventuali tagli o chiusure. Non si può nascondere che la cura Marchionne funzioni, come del resto non si può negare che qualcosa di “rivoluzionario” nel nostro sistema industriale e nel paese in genere lo si debba fare e di corsa. L’unico dubbio che ho, si tratta di una sensazione strana, come se mi sfuggisse ancora qualcosa, è che non riesco a cogliere come questo patto sociale possa essere spalmato alle piccole e medie aziende che caratterizzano il tessuto industriale della mia regione, in Veneto, visto come già si lavora qui.
    Chiaro che nel sindacato i più non avranno dormito in questi giorni, che comincino a pensare che sono superati? Non accadrà mai che gli operai comincino ad aprire gli occhi e s’accorgano che i soldi della tessera è meglio che li spendano per sè stessi?

  7. Riccardo

    Non giudico Marchionne e la sua strategia, ma penso che In Italia, ed in molti altri paesi (correggetemi se sbaglio) il PIL procapite si sia addirittura ridotto nei primi dieci anni di questo secolo: questo mi sembra molto più di un campanello di allarme, e mi sembra che non sia stata la CGIL a governare in questi dieci anni, ma certe idee pseudoliberali

  8. MassimoF.

    @Riccardo: sbagli completamente. Nei seguenti paesi il pil pro capite nei primi 10 anni di questo secolo è cresciuto sia negli stati uniti, che in europa, giusto per rimanere tra i paesi ocse. I tassi sono stati diversi, perchè anche l’italia è cresciuta, ma non certo al livello dei migliori. Guarda caso, i paesi più virtuosi sono quelli che più hanno aperto i loro mercati , a partire da quello del lavoro, e che più hanno frenato la spesa pubblica. Quindi , sono cresciuti i paesi che con vigore hanno fatto il contrario di quanto propugnato dalla Cgil. Per quanto riguarda l’italia, avere un governo che si dice liberista, non vuol dire che questo governo lo sia realmente. Negli ultimi 10 anni in italia le tasse sono anche se leggermente , aumentate, e la spesa pubblica è aumentata agli stessi ritmi del passato. Quindi , per concludere , il problema non è il troppo liberismo, ma il troppo poco liberismo. P.S.: l’unico paese che negli ultimi 20 anni non è cresciuto è il Giappone, che guarda caso col liberismo ha poco a che vedere.

  9. Sergio

    Mi dispiace ma il post non è molto chiaro. Si dilunga nelle critiche ai conservatori (come molti dei commentari qui sopra), richiama in maniera rigorosa la storia economica (sempre molto utile, per carità). Ma sui contenuti, sui termini del patto, sulle parti contraenti (e sulle loro contrapposte strategie e interessi che potrebbero trovare un punto di equilibrio in un patto), sul ruolo concreto dello stato, tutt’al più vaghi accenni. Solo obiettivi generali. Così il “nuovo patto sociale” è solo un’etichetta o, nel migliore dei casi, una formula mobilitante per i riformisti (industriali, politici, sindacali). Come visione può essere utile. Il problema è che se non si scende un po’ nei particolari ognuno ci mette un po’ quello che vuole nella visione. è possibile definire almeno le compatibilità ed i confini di questo patto sociale?

  10. MassimoF.

    @Sergio: se leggi anche i post precedenti di Oscar sullo stesso argomento, vedrai che troverai le tue risposte.

  11. Riccardo

    @MassimoF.

    sicuramente ho esagerato nel dire che il pil procapite sia sceso,ma sicuramente in tutte le nazioni occidentali principali l’incremento di esso è rallentato notevolmente rispetto ai decenni precedenti, anche se il “doping” della leva del debito aveva dato un forte contributo all’aumento nei primi 5-6 anni di questo secolo.( e non so come sia andato il pil procapite reale)
    E’ evidente a tutti ormai la forte disparità di reddito procapite che esiste rispetto alla media, in Italia e in USA soprattutto,e da piu’ di venti anni la logica è sempre solo quella di aumentare le ore di lavoro e ridurre il costo del lavoro, oppure la delocalizzazione della produzione.
    Questa logica non mi sembra abbia contribuito ad aumentare il benessere e la ricchezza, soprattutto delle fasce più povere della popolazione
    Mi sembra interessante l’articolo di Raghuram Rajan, su news24, su “How Inequality Fueled the Crisis” in proposito

  12. MassimoF.

    @ Riccardo: premesso che pil e pil pro-capite, in salita , vanno appaiati, negli stati uniti e in inghilterra, il pil procapite è aumentato agli stessi ritmi che aveva negli anni migliori del secolo. In europa continentale varia e varia per l’appunto dal grado di statalismo di un paese. In Italia, questo è andato via via aumentando e il pil ha rallentato fino a fermarsi. La Francia , stà andando sulla strada italiana. La Germania è più distante e ha fatto riforme importanti, ma bisognerà vedere in futuro. Per quanto riguarda la disparità di reddito , hai portato l’esempio di USA e Italia. Ma l’italia negli ultimi 30 anni ha fatto il contrario degli stati uniti. Ha aumentato le tasse e la spesa pubblica ha continuato a salire. La differenzà è che mentre negli usa il reddito è comunque aumentato, da noi sono aumentate solo le disuguaglianze. Nessuna teoria economica seria , a parte l’interpretazione marxista della teoria keynesiana , ha come fondamento per il benessere dell’economia, la lotta alle disuguaglianze. Considerando che lo stesso Keynes riteneva che nel lungo periodo il sistema economico giusto fosse il liberismo, e considerando che vent’anni di non crescita italiana , mi sembrano un lungo perido, credo che la direzione giusta sia quella di meno stato, meno spese, meno tasse , meno regole, e aggiungo io , visto che questo è il post sulla fiat, meno sindacati.

  13. jjajajaj

    Caro Oscar, capisco che da bravo yesman inserito nei migliori salotti, devi dare ragione a Sergione ma non è affamando l’operaio che Fiat che risolverà i suoi problemi….

  14. ulisse

    Frode brevettale da Fiat. La tecnologia ibrida doppia frizione con motore elettrico nel mezzo è stata “mutuata” da un brevetto che la Fiat non ha mai voluto acquistare, ma soltanto spudoratamente copiare. Questa soluzione ibrida sarà un’architettura basica nel programma automobilistico elettrico e ibrido della Chrysler. Invito nel mio blog dove “vitalità” e disinvoltura dei progettisti Fiat appaiono in piena evidenza: http://propulsoreibridosimbiotico.blogspot.com/. Se le industrie possono permettersi impunemente di copiare le idee, in quanto per difenderle occorrono cause costosissime, a cosa servono i brevetti? Come difendere i diritti degli inventori privati? Come possono i nostri giovani trovare coraggio intellettuale se i potentati economici schiacciano i diritti dei singoli? Se vi accingete a richiedere un brevetto oppure proporlo ad un’azienda, la mia esperienza con la Fiat può esservi utile per muovervi con migliore circospezione. (Non è spam! Per favore, non bloccate questo post) Grazie e buon tempo a tutti! Ulisse Di Bartolomei

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