Napolitano, la CEI e la produttività

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Scusate, ma sulla vicenda Fiat-Melfi non sono d’accordo né con l’intervento del Capo dello Stato, né con il giudizio dell’arcivescovo presidente della commissione CEI per i problemi sociali e del lavoro. Mi sembrano da segnalare positivamente il Corriere della sera, che ha titolato giustamente “Napolitanto critica la Fiat”, il segretario della Uil Angeletti, che ha detto chiaro che in una vertenza giudiziaria tra privati il Capo dello Stato non dovrebbe entrrare per nulla, e il ministro Gelmini che in tutto il governo ha detto chiario “sto con Marchionne”.  Il Presidente della Repubblica mi sembra da elogiare molto per l’invito a superare lo scontro e a discutere con pacatezza del futuro delle relazioni industriali, visto che ha riconosciuto che la competizione internazionale è “aspra”. Ma mi sembra però da condannare risolutamente, per la sua scelta di entrare a gamba tesa in una vicenda nella quale menziona solo i ricorsi del sidnacato contro la Fiat, e non quelli della Fiat contro i tre licenziati. In questo modo, il segnale che viene dal Quirinale è che  il magistrato del lavoro, che nel giudizio d’urgenza ex articolo 28 dello Statuto si limita a una delibazione sul presunto fumus antisinacale della misura aziendale senza entrare nel merito delle cuircostanze di fatto, dovrà di fronte al ricorso Fiat dare ragione ai licenziati. Il Quirinale tace, sui ricorsi pendenti Fiat e sull’azione penale intentata dall’azienda per danno improprio. In altre parole – come riconosce persino oggi Tito Boeri su Repubblica, in un articolo pure che è aspramente conro la Fiat nelle sue conclusioni – dovrebbe passare il principio per il quale chiunque sciopera può bloccare una linea di produzione ledendo il diritto dei colleghi a non scioperare, e danneggiando l’impresa. E’ un errore gravissimo, senza precedenti nella storia istituzionale italiana. Politici e imprenditori e sindacalisti e giornalisti seri avrebbero dovuto insorgere con durezza. A questa stessa conclusione portano le parole pronunciate  da mons. Giancarlo Maria Bregantini, arcivescovo di Campobasso-Boiano e presidente della Commissione episcopale per i problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace. Mons. Bregantini ha affermato che la Fiat “lede i diritti delle persone”, perché  “riduce tutto a una questione di carattere economico-finanziario”. Ignoro se abbia parlato a titolo personale o a nome della CEI, ma la carica che ricopre impegna l’intera Chiesa italiana. Che dunque si schiera a favore del blocco delle fabbriche travestito da legittimo diritto di sciopero, e per la via giudiziaria al blocco, una volta che sindacati minoritari perdono nelle urne , come è accaduto a Pomigliano. Mi sembra francamente pazzesco.

Forse è il caso di riflettere su due numeri, per capire quanto seria sia la questione dell’innalzamento della produttività da realizzare nel nostro Paese. Noi come italiani e come europei non abbiamo tanto un problema di produttività oraria a parità di qualifiche e mansioni, rispetto per esempio agli USA. Dagli anni Ottanta l’America ci ha strabattuto in produttività – a parte che per il più massiccio uso di tecnologie ITC – per due ragioni: lavoravano molti più americani che europei sul totale della popolazione in età da lavoro, e lavoravano per più ore e giorni e settimane l’anno, rispetto agli europei.  Nel 1997, sul totale della popolazione tra i 15 e i 64 anni, lavorava il 73,5% degli americani, rispetto al 58,5% come media allora degli attuali Paesi dell’euroarea, quando in Italia la percentuale era del 51,3%, in Francia del 59,6%, in Germania del 63,7%.

A fine dicembre 2009, dunque incorporando gli effetti della crisi, la terribile disoccupazione americana  ha abbassato il tasso di partecipazione per la prima volta da decenni ben sotto il 70%, al 67,6% per la precisione. La media dell’euroarea si è molto avvicinata agli USA, arrivando al 64,7%. Ma è una media che incorpora Paesi come la Germania al 70.9% (attenzione, nel 2009 è salita la partecipazione rispetto al 2008 malgrado la crisi, a conferma di quanto sia robusto economicamente quel Paese), la Francia al 64,2%. E l’Italia resta a uno sconsolante 57,5%. Abbiamo ancora più di 13 punti pieni percentuali di partecipazione al mercato del lavoro da recuperare, rispetto alla Germania leader europea. E’ per questo che servono regole diverse,  i 18 turni, e straordinari senza scioperi contrattati da sindacati che si rendano conto di come va il mondo oggi, e di che cosa dobbiamo metterci in condizione tutti di fare per vicnere la sfida e difendere la manifattura italiana, la base per l’occupazione di oggi e di domani, il traino della crescita italiana attraverso l’export.

Questi 13 punti invece è come se non esistessero, per tutti coloro che invocano il lavoro per decreto legge o per decreto di un giudice. Mi dispiace, ma non avrei mai pensato che Chiesa e Quirinale potressero rivelarsi così irresponsabili, da incoraggiare chi chiude gli occhi di fronte alla realtà e  invoca il diritto a bloccare le fabbriche.

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