25
Ago
2010

Andrew Keen e i privilegi della classe creativa

L’Aspen Forum del Technology Policy Institute si è chiuso con un discorso di Andrew Keen, personaggio di cui ignoravo l’esistenza fino ad oggi  ma il cui libro è stato anche tradotto in italiano. Colpa mia non averlo né visto né letto, e se qualcuno invece l’ha fatto m’interesserebbe molto sapere che ne pensa.

Keen è un personaggio singolare, che alza la bandiera della “cultura del secondo novecento” (in Italia diremmo: post-sessantottina) sostenendo che si tratti del massimo prodotto di sempre della creatività umana. Prodotto che egli legge come in buona misura frutto di un “eco-sistema culturale” che ha consentito ai “creativi” (cinematografari, scrittori, musicanti) di trarre abbondante soddisfazione dal proprio lavoro. Di qui, parte con una filippica contro Internet, che di quella cultura sarebbe l’assassino. Sostanzialmente: lo sviluppo della rete avrebbe segnato una svolta ideologica per cui la qualità nella produzione culturale (si tratti di una rivista o di un CD) non dovrebbe essere più considerata degna di remunerazione monetaria. Questo ingenera una estrema “democratizzazione” della cultura, per cui tutto, non avendo prezzo, ha lo stesso valore: zero. Quei modelli di business che puntavano sulla costituzione di “piattaforme per la condivisione di contenuti” sperando di potere poi remunerare gli autori attraverso la pubblicità (un modello di per sé non certo nuovo: pensate alla televisione commerciale) sarebbero per Keen già obsolete, e in realtà sarebbero state sin dall’inizio votate al fallimento. Perché? Perché, banalizzo, “la qualità si paga”.

È un discorso affascinante anche se di dubbia consistenza. In prima battuta, a me possono piacere molto sia Bob Dylan che Saul Bellow e Philip Roth, ma prima di sostenere che i loro siano prodotti culturali intrinsecamente superiori a, chessò, Richard Strauss o Edvard Grieg piuttosto che Stendhal e Vittorio Alfieri ci penserei non due ma mille volte. Società diverse, in momenti diversi, hanno “pagato” gli artisti, i filosofi, i giornalisti, i musicisti in modo molto diverso. E siccome le preferenze sono individuali, ciascuno di loro può avere una diversa idea della moneta con cui desidera essere pagato.

C’è però un elemento di verità, o perlomeno a me sembra, nel discorso di Keen. Soprattutto grazie ad Amazon (Kindle) e a Apple (iPod/iTunes e giornali/iPad) si stanno affermando su Internet anche soluzioni per cui “la qualità si paga”. Questo vuol dire che tutto ciò che non è a pagamento fa schifo, oppure sia destinato a scomparire, perché dal momento che tutti hanno a disposizione tempo in quantità limitata lo dedicheranno solo ai contenuti “premium” per cui sborsano fior di quattrini? O, ancora, ciò che è gratuito sarà ridotto al rango di “assaggino”, per indurre all’acquisto, per esempio, di file audio o video?

Forse la faccenda è un po’ più complessa. Mi pare evidente che, con buona pace dei discografici, non esiste alcun tabù sociale che metta alla pari il donwnload illegale (com’era del resto ieri, con le videocassette copiate) con il furto. Mi pare altrettanto evidente che, con buona pace dei tecnofili, il libro va bene così com’è, non c’è bisogno di trasformarlo in una sorta di raccolta di link, e iniziative come il Kindle abbiano successo proprio perché ci consentono di procurarci in modo più pratico i cari vecchi libri.

Internet ci ha stupiti sin qui, e ci stupirà negli anni a venire. Non sarà tutta gratis, non sarà tutta a pagamento. I contenuti gratuiti, spiega Keen, danno l’impressione che “tutti siano uguali”, avvantaggiano il dilettante rispetto al reputato professionista delle arti e delle lettere. Ma siccome anche per leggere questo blog uno spende del tempo, davvero pensiamo che i lettori non sappiano giudicare e filtrare da sé i contenuti, investendo come meglio credono tempo e denaro?

È curioso che un “autoritario di sinistra”, come si definisce Keen, pensi che solo un prezzo in moneta possa rendere giustizia al valore di un’opera dell’ingegno – soprattutto perché, in tutta evidenza, anche al di fuori di Internet (pensiamo a libri o cd) i prezzi non riflettono solamente il “valore intrinseco” dell’opera, eterna chimera degli apologeti della “classe creativa”.

PS: Seth Godin sceglie di pubblicare in proprio sul web. La qualità che si paga, o la disintermediazione degli editori?

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2 Responses

  1. Corrado

    Mah…e dove lo mettiamo ad esempio Linux o i creative commons (Walter Santagata ha organizzato una conferenza qualche mese fa a Torino) o le piattaforme opensource? Non tutto è a pagamento su intenet (per fortuna!). E gratis alle volte non è segno di scarsa qualità, ma anche di “originalità” o di un modo di pensare che alle volte sembra non seguire le regole di mercato (per fortuna!)
    On the other hand, la Apple, per citarne una, ha sempre avuto invece dei sistemi non compatibili con gli altri (direi quasi dei closed source) sviluppati dagli ingegneri informatici Apple: anche le macchine non sono assemblate e quindi sono più affidabili e i programmi sono sempre quelli per cui girano meglio e non si devono adattare su altri supporti (come Microsoft ad esempio).
    Scelta che, per entrare nel merito della Mela, le ha dato il dominio e il controllo assoluto del proprio mercato, che fa poi strapagare (giustamente), facendo operazioni di marketing invidiabili.
    Per cui ci sono posizioni antitetiche e non ne esiste una sola. E ricordiamo che senza creatività, spesso, non c’è innovazione. E che spesso la creatività su internet è anche gratis.

  2. Gianni M.

    Premetto due conti tratti dal mio caso personale.

    Dopo un breve periodo di esperienza sulle BBS (chi se le ricorda?) e bollette Telecom piuttosto pesanti per traffico interurbano feci il mio primo contratto con un provider internet locale nel 1996. Il costo era di 300.000 lire annue, più il tempo di collegamento della chiamata locale che intascava Telecom.
    Era un po’ caro per l’epoca, ma mi si aprì un mondo nuovo ancora poco frequentato. Si aveva l’impressione di essere pionieri. Impressione destinata a svanire in pochi anni.

    Il frutto maggiore di questa prima frequentazione sul web è stata l’amicizia con un giovane laureando in matematica dell’Università di Manila, conosciuto partecipando a una mailing list americana di analisi matematica. Negli anni abbiamo fornito in collaborazione soluzioni (alcune pubblicate) a una nota rivista di problemi matematici canadese.
    Negli anni il mio amico filippino si è laureato, è diventato assistente e poi professore in quella università. Ha assunto la guida della squadra olimpica di matematica e in uno dei suoi periodi sabbatici annuali capitò in Italia dove fu mio ospite per alcuni giorni, prima di raggiungere l’università che lo ospitava.

    Recentemente ho scoperto che grazie a lui il mio numero di Erdős ( http://it.wikipedia.org/wiki/Numero_di_Erd%C5%91s ) è uguale a 4.
    ( Io ho pubblicato articoli con il mio amico filippino – Lui ha pubblicato con il suo relatore di tesi a Singapore – Il suo relatore ha pubblicato con un professore cinese – Quest’ultimo ha pubblicato con Paul Erdős. 4 passaggi: non è da tutti!).
    __

    Dal ’96 non mi è mai mancato un collegamento quotidiano con internet. Ho speso soldi in acquisti online, ho prodotto servizi, per esempio collaborando con Liber Liber, riproducendo testi fuori diritti di autore. Sì perché la proprietà intellettuale decade passati 70 anni dalla morte dell’autore (o di autore e traduttore).
    Se vi interessano per esempio le opere di Galileo, lì ci sono. Ho contribuito a riprodurle assieme ad altri volontari sparsi per l’Italia. Alla fine della fatica ci siamo incontrati e conosciuti tutti di persona festeggiando con un ottimo pranzo in un ristorante sull’isola del lago di Iseo, dove uno di noi abitava.

    Non è solo scambio di oggetti virtuali quello che può fornire internet.

    In ogni caso questi “oggetti” soddisfano, nel senso più fisico e materiale del termine, solo due dei nostri sensi: udito e vista, e quest’ultima solo in forma bidimensionale, per ora.
    Forse possiamo taroccare qualche brano musicale, qualche film e qualche libro, ma non possiamo taroccare merci che hanno una massa.

    La fruizione di un qualche beneficio altrimenti acquistabile con denaro (un CD, un DVD, un Libro), gratis o a poco prezzo è una delle forme più riduttive dell’utilizzo di questo strumento che ha generato una rivoluzione di cui non ci rendiamo ancora conto pienamente nonostante ci si sia dentro. La crisi mondiale che viviamo non sarebbe stata possibile in questi termini senza la comunicazione globale attivata dal web.

    Gli esempi della mia esperienza che ho descritto sono per testimoniare la funzione della rete come strumento di nuove situazioni umane e di conoscenza del mondo in cui viviamo.

    Proviamo un poco a leggere le testate dei giornali online del resto del mondo e ci meraviglieremo di quanto siano assenti e marginali le beghe politiche che hanno inondato questa nostra estate.

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