17
Ago
2010

L’altruismo, il mercato, l’obiezione cattolica e Adam Smith

David Schindler è una figura essenziale nell’ermeneutica cattolica dei nostri tempi, e dai primi anni Ottanta – quando era già direttore della versione americana di Communio, una catena internazionale di riviste teologiche alla cui idea fondativa avevano congiuntamente lavorato Hans Urs von Balthasar, Joseph Ratzinger ed Henri de Lubac – con le sue opere e i suoi corsi in primarie università statunitensi ha potentemente contribuito ad affinare il pensiero cristiano su temi come il rapporto tra l’uomo e la tecnica, la persona e lo Stato, la comunità e il mercato.Nel suo Ordering Love, pubblicato da Eerdmans pochi mesi fa e anticipato in italiano dal Sussidiario, affronta tra gli altri un tema centrale per noi liberisti. Quello della compatibilità etica tra mercato e altruismo, tra individuo e “bene degli altri”. È un tema sul quale i cattolici in passato hanno avversato il mercato. Prima di trovare una nuova sintesi evolutiva delle precedenti posizioni, per me del tutto condivisibile e in alcuni passaggi a ben leggerli oserei  direi anche coraggiosa rispetto ai tempi che viviamo, nel magistero di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI. Ma vediamo di spiegarci.Il tema che Schindler affronta si riferisce al più classico e noto tra i classici e noti passaggi della Ricchezza delle nazioni di Adam Smith: «Non é dalla generosità del macellaio, del birraio o del fornaio che noi possiamo sperare di ottenere il nostro pranzo, ma dalla valutazione che essi fanno dei propri interessi» in cui colui che viene considerato il fondatore della moderna scienza economica in quanto tale, oltre che conseguentemente della teoria del libero mercato e dei suoi vantaggi, svolge un punto essenziale: il rapporto tra inclinazione individuale all’utile per sé, ed effetto concatenato che ciò determina spontaneamente in utile per gli altri e per la comunità, al solo patto naturalmente che tale meccanismo venga lasciato funzionare senza improprie interferenze sui prezzi che ne alterino funzionamento ed esito.

È “il” dilemma dei dilemmi, per chi in chiave teorica affronti il problema della maggiore efficienza del mercato abbracciando una prospettiva classica e neoclassica – in termini di scuole economiche – rispetto a chi invece antepone – da David Ricardo in poi, variamente declinato nel tempo a seconda dei suoi discepoli che potremmo impropriamente definire più “di destra” o “di sinistra” – il problema del valore come condizione prioritaria per l’allocazione e il rendimento dei diversi fattori della produzione.

Ma il testo di Schindler non è una dissertazione di teoria economica. Va al punto della questione con un linguaggio piano, affrontandola con l’occhio alla dottrina sociale della Chiesa. E poiché Schindler sceglie di evitare ogni argomento da economista, rappresenta le obiezioni a Smith nella loro versione più diretta e immediata. Prima obiezione: l’affectio sui del macellaio e del birraio non è egoismo irriducibilmente antitetico all’amore per l’altro? Seconda obiezione: la virtù del mercato come definita da Smith, non mette al centro di tutto l’utile da realizzare come fine ultimo, invece dell’effetto che esso produce sia a chi lo realizza sia agli altri? Terza obiezione: ma se il libero mercato realizza meglio di ogni altro sistema la libertà dell’uomo, non è che la libertà in esso finisce però circoscritta a nozioni di egoismo e strumentalità tecnica, una sorta di tirannia del profitto che inibisce alla libertà ogni orizzonte di bene comune? Quarta obiezione: la libertà iperindividuale e “tecnica” del mercato liberale non finisce dunque per essere negazione di ogni idea stessa di Dio? Le risposte che Schindler avanza sono funzionali in realtà a rispondere all’ultimo interrogativo, quello che più gli preme: esiste un’alternativa?

Personalmente, ritengo la pedagogia economica di Schindler molto utile, proprio perché affronta le obiezioni al liberismo di Smith nella loro versione più rozza e meno mediata. Insomma, dà voce proprio agli argomenti che ricorrono nelle teste e sulla bocca di chi è convinto che il libero mercato sia una sorta di giungla dove vige la legge del più forte, e in cui una spietata selezione naturale tende a far prevalere le ragioni del capitale su quelle del lavoro e della sua dignità.

In realtà, non è così nelle opere di Smith. E su questo bastano poche righe a ricordarlo, anche se postulano studio e cognizioni di storia dell’economia. Soprattutto, – ma questo è molto più delicato – non è così nella realtà. Anche se il discorso si fa qui più difficile, perché l’analisi della realtà è terreno scivoloso in quanto ciascuna scuola pretende di vedervi cose diverse. E dunque io posso solo dire a quali condizioni non è così nella realtà, ma dal mio punto di vista.

Che Smith e la sua scuola non abbiano mai pensato davvero a ciò a cui la riduzione in vulgata del loro pensiero li riduce – e cioè una sorta di fiducia cieca nella superiore bontà della famosa “mano invisibile” del mercato, espressione che in tutta L’Indagine sulla Ricchezza delle Nazioni ricorre una sola volta! – è smentito dall’intera parabola personale di Smith. Era un allievo di Hutcheson, filosofo morale cristianissimo che approfondiva proprio le virtù altruistiche come distinte dalle egoistiche e come fondatrici della coscienza morale. E Smith stesso subentrò in cattedra proprio ad Hutcheson, scrivendo la Teoria dei Sentimenti Morali – epitome dei suoi corsi di Etica a Glasgow – ben 17 anni prima della Ricchezza delle Nazioni. Non è qui il caso di approfondire, ma per Smith solo la nozione della “simpatia” – come capacità di immedesimarsi negli altri per dar loro e ottenerne soddisfazione e stima – era il fondamento attraverso il quale il libero mercato poteva funzionare e dare i suoi frutti. Distinta e distante da ogni idea di egoismo sopraffattore. Il filone “morale” di una libertà di mercato che si fonda sulla interazione e cooperazione altruistica misurata da liberi prezzi per realizzare il profitto sarà il fondamento vero del liberalismo ottocentesco britannico nella sua versione “sociale” di John Stuart Mill e del suo On Liberty. Se ne distingueranno invece gli empiristi seguaci di David Hume e gli utilitaristi puri alla Bentham, oltre che tutte le scuole che da Ricardo desumeranno – sbagliando, a mio avviso – che il valore prescinde dalla libertà e la incatena a sopraffazioni obbligate.

Se si tiene presente tutto ciò, e cioè ciò che concretamente Smith e i suoi discepoli e seguaci scrissero davvero, le risposte ai primi quattro interrogativi posti da Schindler dovrebbero essere ben diverse da quelle che egli dà. Basta aver letto ad esempio – rimanendo in ambito di stretta ortodossia cattolica – le opere di Michael Novak o di Padre Sirico – due tra i maggiori teologi artefici della piena riconciliazione tra cattolicesimo e libero mercato nell’ambito nordamericano – per rispondere dunque che no, l’altruismo non è affatto assente dal libero mercato, che esso non mette il solo utile al centro di tutto, che la libertà in esso non è schiava della tecnica, e che non di conseguenza affatto nemico della fede in Dio.

Tuttavia, capisco bene che Schindler batta invece una strada diversa. Quella di riconoscere la fondatezza a molte delle obiezioni antimercato, per giungere comunque a concludere che il cristiano debba vivere nel libero mercato giovandosi dei suoi frutti storici ed economici, ma ponendo al centro di tutto una nuova antropologia, e cioè l’idea stessa dell’uomo come misura di ogni negozio economico, dell’allocazione dei fattori della produzione e della ripartizione – da ogni singola impresa fino alla scala planetaria – dei suoi utili.

Su questa conclusione, che è ciò che conta, sono d’accordo. E l’ho ripetuto in innumerevoli incontri dedicati, nell’ultimo anno, alla Caritas in Veritate di Benedetto XVI. Ve ne ripropongo solo alcuni brani, che orientano anche il dibattito italiano in queste difficili settimane in cui tutti parliamo di Fiat, produttività e delocalizzazione. Il Papa nell’Enciclica usa parole coraggiose, quando analizza una delle funzioni più centrali per un’economia solida e capace di generare giusto benessere: l’investimento. “Investire ha sempre un significato morale oltre che economico”, afferma l’Enciclica. Continua, al Paragrafo 40: “non c’è motivo per negare che un certo capitale possa fare del bene, se investito all’estero piuttosto che in patria. Bisogna evitare che il motivo per l’impiego delle risorse finanziarie sia speculativo e ceda alla tentazione di ricercare solo profitto a breve termine, e non anche la sostenibilità dell’impresa a lungo termine”. Molti politici, oggi, non avrebbero il coraggio di difendere in maniera tanto rigorosa l’efficacia e il dovere di investimenti anche all’estero, per affrontare meglio la concorrenza ed estendere i mercati. Che lo abbia fatto il Papa nell’Enciclica, è stato per me motivo di vera e propria ammirazione.

Quanto all’idea stessa di mercato, rispetto a tutti coloro che dal settembre 2008 hanno riprovato a dire che la colpa della crisi era del mercato in quanto tale, invece che di regole sbagliate date al mercato, l’Enciclica ha efficacemente e autorevolmente corretto il tiro. “ Il mercato – è l’incipit del Paragrafo 35 dell’Enciclica – se c’è fiducia reciproca e generalizzata, è l’istituzione economica che permette l’incontro tra le persone, in quanto operatori economici che utilizzano il contratto come regola dei loro rapporti e che scambiano beni e servizi tra loro fungibili, per soddisfare i loro bisogni e desideri” “ La società – leggo dal paragrafo 36 – non deve proteggersi dal mercato, come se lo sviluppo di quest’ultimo comportasse ipso facto la morte di rapporti autenticamente umani. E’vero che il mercato può essere orientato in modo negativo, ma non perché questa sia la sua natura, bensì perché una certa ideologia lo può indirizzare in tal senso”. Coerentemente a questa visione, Benedetto XVI scrive che “il profitto è utile se, in quanto mezzo, è orientato ad un fine che gli fornisca un senso tanto sul come produrlo quanto sul come utilizzarlo”.

Lasciatemi dire che, in un Paese e in dibattito pubblico italiano in cui spesso mercato e profitto continuano a registrare ostilità e avversione spesso del tutto pregiudiziale, l’equilibrio e la saggezza delle parole del Pontefice costituiscono una lezione per molti. Una lezione sulla quale sarebbe bene che riflettessero, tutti coloro grazie ai cui errori le imprese italiane continuano a doversi misurare con una realtà fatta di eccessiva inframmettenza pubblica, di tasse alte che gravano sul lavoro impiegato e che penalizzano investimenti e nuove tecnologie, di vincoli amministrativi asfissianti. L’Italia è ancor oggi troppo spesso caratterizzata da improprie economie di relazioni che falsano ogni nozione di mercato, di libera concorrenza e di assoluta trasparenza per vincere gare come per aggiudicarsi lavori. Tutto questo mortifica le prospettive di crescita, penalizza le imprese, è un vero e proprio schiaffo alla dignità non solo di chi le guida, ma di tutti coloro che vi lavorano.

Come scrive Schindler, le virtù civiche e il rispetto della legge, la tenuta dei vincoli familiari e quindi la capacità della famiglia di trasferire i legami tradizionali alle nuove generazioni e comportamenti sociali improntati a moralità e a civismo, i legami di reciprocità nella società civile, la buona amministrazione nelle istituzioni producono effetti anche economici di notevole entità, dentro e fuori l’impresa.

L’impresa non è mai l’unica protagonista dei propri successi, né l’unica colpevole dei propri insuccessi. Ma, nel dire questo, è di grande rilievo che l’Enciclica abbia mostrato quanto sia ormai superata la vecchia idea calvinista, quella secondo l’avversione della Chiesa cattolica per i beni terreni spiegasse un suo pregiudizio anticapitalista. Benedetto XVI E Giovanni Paolo II prima di lui sostengono la crescita, rafforzandola con indicatori dello sviluppo umano come propongono tanti liberali come Amartya Sen (sui quali ho più dubbi, quando in mani di antrisviluppisti diventano negazioni dei presupposti stessi della crescita e a favore di teorie alla Latouche, ma è altro paio di maniche). E riprendono la Teoria dei sentimenti morali di Adam Smith, chiedendo un mercato in cui regole e princìpi pongano un limite alla finanza per la finanza. È semmai proprio il mondo calvinista, quello che aveva dimenticato le buone regole di Adam Smith sulla fiducia e le regole da preservare, ad averci di fatto – NON voglio dire per concatenazione dottrinaria della libera interpretazione del Libro e per salvezza da Dio a prescindere dalle opere – ma comunque ad averci di fatto, oggettivamente regalato gli eccessi della finanza strutturata.

L’etica come fondamento dell’impresa e del libero mercato non è una scelta che discenda dal solo fatto che sia giusta. Non serve solo a preservare meglio la comunità d’interessi che vive all’interno delle aziende. L’etica è un fondamento dell’impresa anche perché contribuisce a produrre migliori utili. Essa rafforza il presupposto basilare senza del quale non c’è libero mercato. Il libero mercato non è la lotta di tutti contro tutti in cui vince il più forte. È una gara entro un solido quadro di regole, nella quale deve primeggiare non il più forte ma il più bravo. Ed è un monito che deve valere in tutti gli ambiti del mercato. A cominciare dalla finanza da cui questa crisi è partita.

L’etica, la centralità dell’uomo nell’economia alla quale Schindler tutti invita, è un moltiplicatore economico, non solo un comandamento morale.

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34 Responses

  1. Io credo che nessun liberale o libertario abbia mai detto che dobbiamo prenderci per il collo a vicenda e non guardare in faccia a nessuno. Questo è solo un luogo comune.
    Il primato della capacità del singolo di far valere le proprie capacità e venir quindi remunerato di conseguenza non contrasta con niente di ciò che è “sympathy”, perché il mercato è fatto di persone, e ogni persona si porta dietro il proprio bagaglio etico che comporta limiti di azione o risposte particolari a sollecitazioni particolari. La “composizione” degli apporti, meramente finanziari e pure morali, di ognuno crea una aggregazione di cui il mercato è una espressione, e di cui un’economia è espressione ancora più vasta. Se esiste una pulsione “etica” di tipo “amorevole” verso alcuni soggetti questa viene preservata perché entra essa stessa nella composizione generale.
    Se no sembra che un liberale non abbia madre o fratelli…

    Credo che molti scambino il termine “etica” e “morale” per “solidarietà a priori” e “comunione del tutto”, per cui se si parla di etica si parla di cedere il mio a te, e quindi tutto ciò che è redistribuzione è etico.

    Credo anche io che la famosa proposizione di Smith sia stata letta in generale male, perché non dice di per sé che si deve essere avidi, ma che la correttezza verso il terzo permette ritorni migliori (che è un po’ il finale di Giannino: l’etica è un moltiplicatore).
    D’altra parte, cosa c’è di così “non etico” nel sapere che operando economicamente al meglio verso un terzo (come il macellaio con i suoi clienti) si viene remunerati meglio che truffandolo? Perché è più etico che io perda parte del mio risultato solo per il fatto che devo essere generoso con te che non hai fatto niente? Il liberismo permette a me di valutare se quel che chiedi in virtù di un senso etico ha una qualche ragione secondo la mia “morale”, e se assecondare il trasferimento e in qual misura; il liberismo non mi impedisce assolutamente comportamenti che per qualcuno sono “etici” ma lascia a me la scelta di farli.

    Credo che per qualcuno il problema sia che non sia etica piuttosto la libertà di scelta, pertanto chiedendo (o auspicando) l’imposizione del proprio superiore senso etico. Ma l’imposizione è “etica”?

  2. Francamente a differenza dell’entusiasmo di Oscar, non vedo nell’attuale Chiesa cattolica che dichiara come individualismo e capitalismo siano forme di egoismo, pericolose ben più del marxismo e cito qua:
    http://www.brunoleoni.it/nextpage.aspx?codice=8398
    e qua: http://qn.quotidiano.net/politica/2009/10/21/250492-vaticano_lavoro.shtml
    granchè da entusiasmarsi.
    Idem sul papello papale molto veltroniano che anche Lottieri in passato ha esaltato più del dovuto vedendo necessariamente e ottimisticamente il bicchiere “mezzo pieno” anche dove si è no era ad 1/4…. (ad essere “buoni cristiani” nei giudizi….!).
    Mi pare allora di vedere una dottrina socialista della Chiesa con evidenti conseguenze proprio sul piano politico “secolare” sulle decisioni prese dal nostro Stato, sin dal Ministero dell’economia italiano.
    Che poi Schindler voglia porre problematiche etiche su A. Smith circa l’egoismo o la correttezza etica morale francamente mi paiono punti irrilevanti e francamente estetici alla questione neoclassica e smithiana in merito alla questione del valore del lavoro e alla sua ossessiva quantificazione che certamente ha poi avuto elementi derivanti anche nel marxismo e che è stata distrutta dalla scuola austrica sin dagli esordi con Eugen von Böhm-Bawerk.
    Su questo penso che Schindler e compagnia tedesca dimostrino il loro ritardo nozionistico sulla questione e farebbero bene a leggere invece le critiche di Rothbard e della scuola austrica circa i limiti della neoclassica e della retorica della mano invisibile all’atto pratico visto che l’interventismo utilitarista economico da parte dello Stato (non smentito dai neoclassici in alcuni ambiti, si pensi alle infrastrutture) nel tentativo di risanare e mantenere competitive le proprie aziende nazionali (la ricchezza nazionale) alla fine ha prodotto di fatto il corporativismo autarchico e dirigista del XX secolo (seppur in termini ermeneuticamente di riflesso indiretto) danneggiando con le “buone intenzioni” l’economia non soltanto interna alla Nazione.
    Rothbard su Bentham scrisse il saggio: “Jeremy Bentham: The Utilitarian as Big Brother” che mi pare dica tutto, su S. Mill consiglio il seguente articolo: http://defenseofcapitalism.blogspot.com/2009/10/john-stuart-mill-and-dangers-to-liberty.html
    Concordo con Leonardo IHC sulla vera questione della libertà di scelta rispetto ad una visione etica o moralmente corretta dato che il diritto ad essere egoisti è una libera scelta prasseologica comportamentale che non necessariamente incide negativamente sul risultato finale della vendita del prodotto e sulla condotta di mercato.
    L’etica non basta per determinarla, dipende a quali aggettivi o sostantivi accompagna.

    Post: Curiosamente i fautori del libero arbitrio teologico tendono a dimenticarselo quando si tratta di riportare tale principio della dottrina controriformata cattolica all’ambito di scelte e azioni individuali del loro fedeli.
    Evidentemente è solo un caso non un etica voluta… 😉
    Ciao da LucaF.

  3. michele penzani

    L’articolo, a mio parere, è stupendo. Ed al di là di analisi, etiche e riflessive negli insegnamenti di Adam Smith, credo che essi permeano quell’ “automatismo” negli equilibri sociali cui evolvono gli scambi tra gli uomini. Credere nell’intuizione di un intrinseca natura dell’esigenza umana allo scambio, come parte dell’interazione, spicca su ogni diffidente approccio che riconduce pessimisticamente a concetti di “lotta” tra gli individui o similari, nonchè ad un semplice utilitarismo benthamiano. I collegamenti, poi, all’enciclica “Caritas in Veritate” dell’attuale pontefice, per chi, oltre ad essere credente, possiede un approccio ottimistico e positivo verso il libero mercato, non possono che lasciare un “sazio” sorriso sulle labbra.

  4. azimut72

    @Giannino
    Mi aggrego a Michele Penzani. Credo anch’io che sia un articolo splendido. Grazie.

    Mi sia consentito fare due riflessioni.

    1) Se si leggono i Vangeli appaiono evidenti due tematiche fondamentali. Una è l’accorato disprezzo dell’ipocrisia (sarebbe un tema lungo da affrontare ma non è questo il momento). L’altro tema è il donare se stessi per l’altro.
    Gesù testimonia con la sua vita che la vera via alla felicità è l’annullamento di se stessi al servizio dell’altro. E’ una via difficile e impervia perchè in contrasto con gli istinti dell’uomo. Paradossalmente è la via più razionale, perchè solo un’intensa introspezione e definizione dei propri reali bisogni può condurre al completo sacrificio di se stessi per il prossimo (ecco quindi la sacralità della Famiglia come microcosmo in cui si realizzano determinati “impulsi”….ed ecco anche il valore assoluto dell’Amore fino a diventare Agape…).
    Come conseguenza, è mia opinione che esista una contraddizione incolmabile tra il concetto di ricerca del proprio utile e l’insegnamento evangelico.
    Ma la Chiesa sa che l’insegnamento evangelico è un insegnamento contrario agli istinti di base dell’essere umano, istinti che sono più portati all’egoismo (di sopravvivenza, aggiungo io) piuttosto che al dono di se stessi.
    Si spiegherebbe così la conclusione di Schindler che, riprendendo il passaggio del suo articolo, sosterrrebbe che “il cristiano debba vivere nel libero mercato giovandosi dei suoi frutti storici ed economici, ma ponendo al centro di tutto una nuova antropologia, e cioè l’idea stessa dell’uomo come misura di ogni negozio economico”.
    E in questo senso, dare delle regole al mercato e farle rispettare aiuterebbe molto ad avvicinare il “cristiano” a raggiungere la salvezza….

    2) Il primo testo di Ratzinger che ho avuto modo di leggere è stata l’Enciclica “Deus Caritas est”. Fulminante!!
    Vedrà…il tempo sarà galantuomo…tra qualche anno, questo Papa così bistrattato da una certa vulgata assurgerà ad assoluto gigante del pensiero occidentale di questa epoca storica. I testi sono lì a dimostrarlo.

    azimut72

  5. davide

    vorrei fare prima una domanda : ” è il mercato che può influenzare l’uomo o l’uomo che può influenzare il mercato?”.
    ora invece voglio fare un’osservazione: ” io sono azionista, a me del lungo periodo, della sostenibilità, della giustizia sociale non importa niente, io voglio semplicemente che il mio capitale abbia un ritorno e lo voglio consistente non nel lungo periodo, ma già dal prossimo dividendo, altrimenti per me possiamo anche cambiare management.”
    torno a fare una domanda:” come si comporteranno i managers?”
    grazie per l’attenzione.

  6. @Azimut72
    1) i vangeli sono l’espressione del costruttivismo situazionale del cristianesimo storicamente post-Cristo a stretto contatto con la politica, lo Stato e il potere sin dal Concilio di Nicea.
    Trovare in questo qualcosa di poco ipocrita e di non contradditorio è davvero arduo….
    2) Il tempo giudica un Papa solo per le questioni strettamente inerenti la credibilità e la sopravvivenza della fede e del suo numero di sostenitori rispetto al suo predecessore.
    In questo non mi pare che ci sia molto da esaltarsi.
    Inoltre se questi voleva fare il teologo filosofo poteva benissimo farlo senza diventare papa (ma non mi sembra fosse quella la sua vera finalità…).
    Certo il “gigante” che scopiazza dal pensiero filosofico tedesco degli ultimi 3 secoli riciclando a propria immagine i contenuti anche palesemente contrari alla sua funzione e credo…
    Se diventerà “gigante” sarà semmai l’ulteriore dimostrazione della crisi del pensiero occidentale e della carenza di persone che sanno usare la testa consapevolmente nel giudicare oltre le teorie anche la coerenza dei fatti.
    D’altronde siamo in un periodo di crisi anche culturale e i media pompano i personaggi noti e da copertina o di potere come divinità, quindi “nulla di nuovo sotto il sole” visto di chi si tratta….
    Saluti da LucaF.

  7. @LucaF.
    leggendo “l’abuso della ragione” di hayek si trovano i primissimi passi verso il socialismo a partire da Saint Simon. Lui e Comte erano di questa opinione “in un mondo perfettamente ordinato non c’è spazio per la libertà di scelta individuale”. Il punto è che se si ritiene di possedere la “verità” (tecnica o morale che sia) e questa non è già universalmente riconosciuta e adottata, per la sua realizzazione è necessaria l’imposizione. Se si è consci della “relatività” o “soggettività” ad esempio della morale, si accetta quella degli altri e si lascia che si sviluppi, quindi si lascia il primato alla libertà individuale. Credo che la discussione parta da queste concezioni.

  8. davide :vorrei fare prima una domanda : ” è il mercato che può influenzare l’uomo o l’uomo che può influenzare il mercato?”.ora invece voglio fare un’osservazione: ” io sono azionista, a me del lungo periodo, della sostenibilità, della giustizia sociale non importa niente, io voglio semplicemente che il mio capitale abbia un ritorno e lo voglio consistente non nel lungo periodo, ma già dal prossimo dividendo, altrimenti per me possiamo anche cambiare management.”torno a fare una domanda:” come si comporteranno i managers?”grazie per l’attenzione.

    I manager si comporteranno di conseguenza; il manager è un dipendente, speciale quanto si vuole ma un dipendente.
    A parte il problema della determinazione in termini assoluti del ritorno (tu in realtà ragioni sempre in termini relativi: in un mondo di rendimenti allo 0,5% un 1% sembra uno sproposito) che ha effetto sul tipo di azione che i manager dovranno svolgere, tu puoi benissimo operare (o far operare) in modo dissennato e strappare un 10% annuo; se tale livello è insostenibile o per la struttura produttiva o per i ritorni di (cattiva) reputazione che comportano le azioni intraprese (così di torna all’etica), la tua quota perderà valore, quindi quel che hai guadagnato a breve lo perdi in valore capitale che (che svolge la funzione dell’ottica di lungo) che non potrai recuperare.
    Se tieni ai tuoi soldi o non puoi essere troppo miope, oppure hai trovato a chi sblolognare la patata prima che si veda che è marcia, ma in quel caso rischi la tua reputazione particolare e quindi la possibilità di affari futuri.
    L’unica possibilità di perdurare a far questi danni in spregio al costo di reputazione (e di capitale) è avere un ombrello politico o statale.

  9. @davide
    comunque il mercato non esiste (“il mercato ‘un esiste, il mercato esiste solo nelle vostre menti bahate” direbbe il Conte Uguccione), il mercato sono gli uomini che ci sono dentro e le azioni che compiono; il mercato non è un organismo a se stante come la società non esiste come essere vivente con la sua testa, è sempre una composizione di soggetti individuali distinti.
    Che poi gli uomini si influenzino a vicenda è normale, siamo animali sociali, e l’ordine spontaneo o il coordinamento inconsapevole o come lo vuoi chiamare sono permessi proprio da queste influenze reciproche.

  10. azimut72

    @LucaF.
    1) E’ sostanzialmente vero ciò che scrivi benchè non così lineare. Ma siccometra le migliori letture della mia vita ci sono i Vangeli, ufficiali e non, la sostanza del messaggio evangelico non cambia; cosa che ci fa supporre che Cristo (…o la Setta che lo ha “ideato”) abbia effettivamente predicato ciò che ci è stato tramandato.
    Il fatto che Gesù sia stato omossessuale, oppure sposato con la Maddalena, oppure che abbia avuto fratelli, o che sia resuscitato, o che la Chiesa abbia deciso il celibato dei preti a tavolino, o etc. etc. , nulla toglie alla sostanza evangelica (e, personalmente, preferisco lasciare questi argomenti a Dan Brown).
    Una sostanza notevole perchè sorge da un mente (o gruppo di menti) con un pensiero laterale mostruoso. Si pensi per esempio a ciò che Cristo ha rappresentato per l’idea si Schiavitù in un mondo che la considerava una commodity.
    Da qui potrebbe partire una discussione infinita sugli influssi dello Stoicismo e di altre filosofie dell’area indiana ma lasciamo stare….
    Ciò che voglio sostenere è che, pur “distillata”, la sostanza del messaggio evangelico è quella dei Vangeli canonici…piaccia o non piaccia…
    2) La grandezza di un Papa si valuta da molti parametri, anche quelli che hai spiegato tu ma non solo. Tra i Papi ci sono stati guerrieri, filosofi, artisti e perfino…donnaioli e peccatori (non necessariamente i peggiori Papi della storia). Per esempio c’è l’obiettivo di tramandare il messaggio evangelico nel tempo anche andando contro il pensiero dominante. E in questo io trovo Papa Ratzinger un grande (opinione personale, ovviamente).
    Si tenga presente che i Papi, per la storia stessa della Chiesa, sanno una grande verità. Il pensiero dominante di oggi non è detto che sia il pensiero dominante di domani…compreso il pensiero Calvinista cui l’articolo di Giannino.

    azimut72

  11. @ Leonardo IHC
    Che Hayek fosse miniarchicamente (più di M. Friedman sicuramente) liberaldemocratico è evidente, d’altrocanto il suo utilitarismo evolutivo è stato condannato (a mio parere più per le motivazioni da te riportate oltre a quelle di una diversificazione dal giusnaturalismo ultratomistico dell’ultimo Rothbard in particolare) da alcuni austriaci anche su Mises.org in termini troppo sbrigativi e talvolta fraintendendone il significato hayekiano.
    Detto questo concordo con te nel dire che l’abuso della ragione è quella di voler computare (non solo giudicare) anche ciò che è soggettivamente altro e altrui per il suo bene.
    L’errore positivista-hegeliano del socialismo scientifico deriva sempre dalla valutazione di una soggettività senza limiti e senza riconoscimenti per quella altrui, (questo ovviamente al di là di Hayek).
    La religione tende molto spesso a voler guardare al “bene comune” anteponendo lo scopo di tale bene nel difensivistico tentativo di ridurne o regolarne la sua portata ai soli aspetti sussistenziali tali da permettere una codificata prassi comportamentale lecita.
    Anche in questo si collega con le tesi di fondo di Schindler riportate nell’articolo.
    La verità comunque non viene posta dal mercato in sè per sè quanto piuttosto dai suoi critici e da taluni personaggi che si ritengono divinamente illuminati trascendentalmente.
    D’altrocanto sono quelli che pur nel loro palese relativismo (anche religioso al suo interno e storiograficamente parlando) si pongono l’inutile compito di porre una oggettività soggettivamente valida e percepita da tutti a partire dal loro punto di vista.
    E questo è inaccettabile almeno da un punto di vista liberale e libertario mainsteam.
    Concordo con te quindi con il concetto della soggettività individuale entro uno scambio libero e consenziente di opinioni e idee.
    Di fatto il mercato è l’incontro di prodotti e servizi diversi, tra differenti soggetti.
    Se ci fosse uguaglianza o omologazione di ragioni, individui, beni e servizi scambiati non ci sarebbe neppure il mercato ma a questo punto mi pare fin troppo evidente l’inutilità e la problematica di tal esito da troppi ancora esaltato nonostante quel che ha già scritto Mises.
    Sicuramente la discussione deve restare aperta sul mercato delle opinioni e delle idee da dibattere senza preconcetti a priori, ma mi pare anche evidente come la discussione debba focalizzare e focalizzarsi palesemente sulle vere questioni che si celano dietro a tali sofismi: spontaneità di una società libera di decidere nel mercato o sua pianificazione eterodiretta da morali o etiche prestabilite (finanche in termini religiosi di assistenzialismo)?.
    Appare evidente senza nascondersi dietro principi dogmatici laddove proprio non se ne reputa l’evidenza il mio parere argomentativo di fondo sulla questione concorde con il tuo.
    Ciao da LucaF.

  12. @ Azimut72

    1) Io non ho detto che i vangeli (canonici o non) non siano da leggerli, ma semmai da interpretarli alla luce del costruttivismo autoprodotto dalla Chiesa, da pensatori e filosofi del cristianesimo post-Cristo nei suoi ultimi 2000 anni alla ricerca e ideazione del messaggio di Cristo.
    Francamente Cristo ufficialmente non ha lasciato scritto nulla di economia (moltiplicazioni keynesiane miracolistiche a parte 😉 ) tutto ciò che sappiamo deriva da vangeli scritti 4 secoli dopo e poi successivamente modificati nei vari secoli a seconda degli interessi della Chiesa cattolica e poi protestante (vedi periodo riforma-controriforma).
    Che poi Cristo sia esistito o meno io non pongo giudizio dato che l’aspetto originario mi interessa poco rispetto a quello fenomenico, anche se faccio notare come la sua divinizzazione in quanto fondatore e vittima sia avvenuta da parte dei suoi seguaci a posteriori più o meno in buona fede, questo ermeneuticamente è chiaro e accettato dalla teologia critica e dalla critica biblica anche tedesca da 2 secoli senza bisogno di tirar in ballo questioni come Dan Brown o compagnia cantando.
    Un teologo svedese mette anche in dubbio la crocifissione: http://www.giornalettismo.com/archives/69994/%EF%BB%BFe-gesu-fosse-morto-sulla-croce/
    per la serie le radici….
    Sulle interpretazioni poi del cristianesimo e del suo messaggio certamente vi sono stati usi distorti e molto discutibili (in primis da parte della Chiesa come tu stesso riconosci e da parte delle varie sette cattoliche e non), detto questo mi pare evidente come il cristianesimo non debba certificare con il proprio bollino di qualità il mercato e ogni attività umana dato che non siamo una società teocratica o talebana.
    Il messaggio evangelico dei canonici comunque non è il messaggio di Cristo (al pari di quelli del mar Morto) questo mi pare evidente filologicamente, dato che questo è andato perduto con la sua morte.
    Questo fa si che il Vangelo vada letto e interpretato tenendo conto delle sue necessità istituzionali legate ai vari detentori di copyright….

    2) Posso concordare con te sulla questione ovviamente dal punto di vista cronachistico anche se ritengo dal punto teorico, culturale e pratico questo Papa non molto differente dai suoi tanti predecessori.
    C’è poi da vedere (in Italia in particolare) quale sia il pensiero dominante e in cosa differisca da quello del pontefice….
    Poi ovviamente io rispetto la tua opinione personale anche se avrai capito non la condivido.
    Ma infatti è la Chiesa che attribuisce tautologicamente al proprio leader politico-religioso tale verità suprema, c’è da vedere poi se tale verità come ha già scritto Leonardo IHC venga ad essere compatibile con la libera convivenza delle altrui verità (e se permetti di Papa c’è n’è uno solo alla volta e tutti gli altri mica possono essere al contempo “illuminati” come lui!! 😉 ).
    Che il calvinismo (o piuttosto il weberismo) abbia dimenticato il capitalismo e il concetto di libero mercato può essere vero ma certamente molto dipende dal fatto che le idee economiche non siano più indispensabili per i gruppi religiosi cattolici (e non) per autopromuoversi e sostenersi a fronte della società globalizzata e dell’economia come disciplina autonoma.
    Non a caso i gruppi religiosi protestanti (luterano-evangelici) al pari dei cattolici hanno preferito dedicarsi a tematiche bioetiche e meramente di appartenenza identitaria anche sul piano politico (non distinguendo il piano della convizione soggettiva propria da quello della vita pubblica in società).
    Gli effetti nefasti li abbiamo visti anche nell’ultimo decennio Oltreoceano.
    Ciao da LucaF.

  13. davide

    @Leonardo, IHC
    Leonardo, concordo pienamente con te per quanto riguarda il mercato, che io chiamerei lo specchio dei rapporti umani, proprio per questo mi pare improbabile che 5 e passa miliardi di interessi personali possano convergere in un unico punto di equilibrio, poichè ogni persona ha interessi, bisogni e senso di libertà differente da qualsiasi altra persona, come si dice, ogni testa è un piccolo mondo, quindi credo che il mercato non possa essere pienamente efficiente agli occhi di tutti gli individui, così come non lo può essere con l’intervento statale volto a condizionarlo. A questo punto mi proporrei una domanda essenziale, cosa massimizza di più il benessere sociale, “l’autoregolazione” del meccanismo di mercato (la c.d. mano invisibile) o un’intervento statale mirato a questo?
    Per quanto riguarda invece il discorso sul managment miope, in caso estremo, posso concordare con te, ma non sempre chi opera in maniera scorretta agli occhi del consumatore di beni/servizi, vede svalutare sul mercato le proprie azioni. L’indole umana tende all’adattamento, dopo gli scandali Nike e altre società che sfruttavano ad esempio il lavoro sottopagato, ad oggi giorno ciò nn ci scandalizza più, non solo nike rimane un colosso, capace di fatturare cifre da capogiro, ma ha indotto anche la concorrenza a praticare la stessa prassi. Ponendo l’ipotesi di A.Smith come vera, cioè il produttore tende per massimizzare i propri profitti ad offrire ciò che il consumatore vuole, siamo sicuri che ciò che il consumatore vuole sia socialmente ed economicamente compatibile con un aumento del benessere nel lungo periodo?
    grazie ciao.

  14. @davide
    Chiaramente io ti offro le “mie” soluzioni; per quanto austrofilo militante mi guardo bene a farmi portavoce della scuola.
    Anzitutto c’è un problema nella definizione di equilibrio: non puoi intenderlo come soddisfazione di tutti i tuoi singoli bisogni, perché le risorse sono scarse quindi mai sarai in quell’equilibiro, e se le risorse non fossero scarse non esisterebbe l’economia e noi non saremmo qui a parlarne (sembra un po’ il principio antropico di Hawkings ma è così).
    Allora l’equilibrio è la soddisfazione di quel che puoi ottenere date le tue risorse e dati i prezzi (o sacrifici in generale) vigenti. Sei in equilibrio se puoi definire lo sforzo che sei disposto a sostenere e, se esiste una offerta coerente con quello, realizzare lo scambio. Se tu fossi disposto a pagare tot, ma un vincolo ad esempio legale ti impone di NON scambiare o di scambiare a un prezzo maggiore, allora non sei in equilibrio ma sei soggetto a violenza.
    La risposta su chi possa portare meglio a un “equilibrio” di sei miliardi di persone è lì dentro.
    Ti sottolineo inoltre che lo Stato stesso è un frutto delle vostre menti bahate, come direbbe sempre il filosofo uguccione, perché lo Stato (apparato, non territorio o società) non è un ente astratto e “divino” ma è sempre fatto di persone, quindi avresti sempre e comunque persone dalla conoscenza e capacità limitate a decidere su altri. Che questo sia superiore a persone che decidono sulla loro pelle ciò che è più vantaggioso di loro mi pare, chiaramente, da escludere. Io non credo agli illuminati.
    Essendo tutti fallibili, non vedo come un qualsiasi Governo possa fallire meno di me, visto che IO solo ho la sensibilità del mio essere.

    Riguardo la tua ultima domanda, equivale a dire che il mondo è fatto di idioti che non sanno cosa fare della propria vita, che non hanno capacità di comprendere il proprio bene. Se hai questa visione dell’umanità, chiaramente sposi una posizione statale-paternalistica. Io invece ti chiedo, ma sei sicuro che tanta gente sia così alineata e incapace di natura, o forse perché viene da un mondo in cui è sempre esistito un ente che ha pensato qualcosa per loro e li ha deresponsabilizzati? Gli stessi imprenditori sono stati deresponsabilizzati perché non hanno pagato il prezzo delle loro azioni (se un Governo tappa i tuoi buchi in bilancio e non dice che sei stato un direttore idiota ma solo che è tutta colpa di una speculazione che viene da Marte, tu non pagherai mai i tuoi danni)? così rispondo alla tua seconda domanda.

  15. luca d.

    eterno conflitto tra fede e ragione? tra profitto e beneficienza? Ognono guardi al prorio orticello e poi vada col suo raccolto sul “mercato”…..

  16. davide

    @Leonardo, IHC
    Non credo che la gente sia idiota, semplicemente prendo per dato di fatto che il tempo sia limitato, non posso avere una perfetta informazione e controllo su tutto neanche volendolo, perciò devo adattarmi ad alcune situazioni ed è da qui che nasce lo spirito di adattamento dell’uomo.
    Perciò dato il mio vincolo di bilancio e i prezzi, mi adatto a comprare le scarpe anche se fatte sfruttando i minori, alimentando sempre di più la disparità e non l’euguaglianza, alimentando i profitti di una società che non opera con senso sociale.
    Non ho scritto che l’equilibrio è il soddisfacimento di tutti i bisogni, ma non credo che debba neanche essere visto in sola ottica microeconomica come la scelta ottima tra il vincolo di bilancio e i prezzi, anche perchè una scelta di pareto efficiente coincide solo per puro caso con una scelta di ottimo sociale, la somma dei singoli soddisfacimenti in poche parole non massimizza il benessere sociale.
    Non ho scritto che l’equilibrio è il soddisfacimento di tutti i bisogni, anche perchè per me non esiste nessun equilibrio professato da modelli di verosomiglianza, esiste solo una causa e un effetto che genera un’altra causa e un altro effetto etc etc….
    Nasco in un paese povero, cucio scarpe per 3 cent che indosserà una persona dei paesi avanzati, tutto qua…(causa-effetto), perciò non c’è nessun premio per il migliore in ottica darwiniana, ma solo il premio per chi parte in condizione migliore.
    E’ qui che nasce l’esigenza di porre delle uguaglianze alla base, quale migliore libertà se non partire in condizioni paritetiche? quale peggior costrizione del volere e non potere? Il non potere non sorge solo da costrizioni legali,gli stessi operatori privati in posizione di dominio a non volere una concorrenza perfetta..le collusioni sui prezzi, sulla qualità produttiva etc etc nascono dallo stato? o sono barriere all’entrata poste da chi vi opera liberamente? io vorrei produrre scarpe per far concorrenza alla nike, e ipotizzando che potessi avere in italia chi me le produce a 3 cent, sarei in grado di concorrere con la nike e ci sarebbe un libero mercato di capitali con la volontà di finanziare le mie spese in pubblicità per almeno pareggiare quelle della nike partita in condizione di vantaggio?

  17. davide

    @davide
    scusa ero andato a cena, cmq per finire, non credo che chi riponga speranze in un intervento statale, possa essere chiamato “bahato”…è uguale a chi ripone speranze in modelli di verosomiglianza che interpretano il mondo come un piano cartesiano.

    grazie per l’attenzione.

  18. @davide
    proprio per tutte le cose che hai detto, non è possibile pensare che se gli uomini di per sé sbagliano, una imposizione di uomini su uomini invece risolva gli errori. COme ti ho detto, non credo agli “illuminati” e la tua limitatezza è la limitatezza stessa di un burocrate.

    Il fatto che tu compri scarpe fatte sfruttando i minori è indice che alla fine, a te, di quei minori che non vedi non interessa molto, anche perché tu in realtà non puoi farci niente, e in fondo tu remuneri una loro attività (più o meno, è un altro discorso che dipende da quanto tu valuti quel lavoro) senza la quale sarebbero morti di fame (ok, non comprare quelle scarpe, e lasciali morire di fame, così saranno tutti ugualmente morti come lo saremo noi tra un po’ più tempo… non mi pare una gran soluzione e sicuramente neppure a te). Sia chiaro, non sto giudicando, ma solo cercando di indovinare un pensiero e estremizzarlo a fini di esposizione.
    In tutto questo non c’è niente e nessuno che ti impedisca di mandare a loro donazioni, o cercare chi vende scarpe a prezzi più alti dicendo (tutto da dimostrare) che è commercio equo e solidale e di più andrà ai bambini o ai loro genitori che così non li fanno lavorare. La mia (e non solo) idea di “microeconomia” passa dai prezzi e dal bilancio per il fatto che lì dentro esiste già la composizione di posizioni morali, ed è evidente che nel complesso è più stringente per l’asia poter far lavorare i bambini e per te comprarti le scarpe a quel prezzo piuttosto che alzare il prezzo e risolvere una questione morale. E ripeto, nessuno ti vieta di fare donazioni e far la tua parte nell’equilibrio etico mondiale; tra l’altro è ben risaputo in economia che il tuo stato di benessere non è strettamente individualistico ma dipende dal tipo di ambiente che hai intorno (essere opulenti in mezzo ai disgraziati non è piacevole, a parte per i malati di mente, quindi esiste una naturale tendenza a far elevare chi ci circonda a livelli accettabili rispetto al proprio, nonostante ognuno abbia una tendenza a star meglio se è in posizione relativamente elevata nel contesto; un’economia di mercato liberale non è disumana, è fondata sull’umano).
    Oppure fai eliminare dallo Stato le barriere all’entrata e fai produrre scarpe etice a 3 cent in Italia, così i bambini del bangladesh non avranno più da lavorare (e da mangiare). La logistica è importante, se nasci in mezzo ad un deserto non è colpa tua, ma nemmeno di nessun altro. Ti si stringe il cuore? Puoi trasferire i tuoi soldi.

    A parte tutto questo, non mi pare troppo corretto ragionare di una posizione morale generale per poi andare a premere su un tasto preciso, per quanto doloroso individualmente, che non riguarda tutta l’economia che ne esce ma giusto una sua parte. Se c’è un problema particolare c’è una soluzione particolare, fai una donazione, tu che sei nato in Italia.
    Per il resto c’è moltissimo che nasce dallo Stato, da un ente che può politicamente decidere in base ad un diritto pubblico che è superiore a quello privato. I componenti dello Stato apparato per primi, o come mezzo di altri poteri, deviano la composizione spontanea di diritti e morale alzando barriere di vari generi (mai pensato che la PAC è un ottimo modo di non far sorgere una autonoma agricoltura in Africa?). C’è uno Stato anche lì dove lavorano i bambini sai? Il problema potresti non essere tu che compri in Italia, ma molto più in loco.

  19. davide :@davidescusa ero andato a cena, cmq per finire, non credo che chi riponga speranze in un intervento statale, possa essere chiamato “bahato”…è uguale a chi ripone speranze in modelli di verosomiglianza che interpretano il mondo come un piano cartesiano.
    grazie per l’attenzione.

    non hai capito la battuta, era la citazione da un comico. stava per dire che lo Stato alla fine è fatto di persone e lì si torna sempre. se vuoi ti cito un DJ che ha detto una cosa simile magari è più elegante (“si dice che la musica elettronica non ha cuore perché fatta dalle macchine, ma dietro le macchine c’è sempre un uomo”) oppure un proverbio francese (“puoi sederti per terra o su un trono, ma ti siederai sempre sul culo”) e speriamo che Giannino non censuri l’ultima parola.

    ciao dott.

  20. LucaF. :@ Azimut72
    è la Chiesa che attribuisce tautologicamente al proprio leader politico-religioso tale verità suprema, c’è da vedere poi se tale verità come ha già scritto Leonardo IHC venga ad essere compatibile con la libera convivenza delle altrui verità (e se permetti di Papa c’è n’è uno solo alla volta e tutti gli altri mica possono essere al contempo “illuminati” come lui!! ).

    “l’umanità, eccetto una singola unica ed insignificante eccezione, è fatta di altri”

  21. davide

    @Leonardo, IHC
    Mi spiace poi scoprire però che evidenze empiriche mostrano che i paesi meno propensi a donare siano quelli più liberali, sarà perchè la gente è già sommersa di debiti? 🙂
    Cmq al di là di tutto io non sono un sostenitore dell’intervento statale a prescindere, così come non lo reputo sbagliato a prescidere, chiaramente la Pac è una politica errata che penalizza i paesi arretrati. (ricordiamo però che politiche simili ci sono anche nel Nafta, nn è che siamo solo noi europei i cattivoni).
    Dire che quei bambini sarebbero morti di fame, presuppone certezze, che io non ho, mi piace vedere il benessere non solo euguagliato alla ricchezza, ma alle opportunità che un individuo ha. Perciò per aumentare il benessere in tali paesi si sarebbe potuto fare meglio, tali bambini non hanno molte opportunità, forse addirittura meno di quando si praticava il baratto e la produzione artigianale.
    Nella microec. vi potrà essere una componente morale, ma questa, tornando alla discussione originaria, non rappresenta l’ottimo sociale.
    (paradosso di Sen?!?).

  22. @davide
    be’ certezze per certezze, tu hai la certezza che una pianificazione risolva, io no, siamo pari eh eh eh
    sulla parità di opportunità non posso non essere d’accordo, il problema è che non la fai tu in Italia questa parità verso un bambino del bangladesh, che si trova nella situazione in cui si trovavano i nostri nonni o bisnonni. sono stati di evoluzione. Puoi dargli certo una mano, non te lo vieta nessuno; io contesto che il tuo desiderio personale sia legge, tutto qui.
    lo status di “occidentale” non è venuto fuori dal nulla, abbiamo passato un discreto medioevo e una discreta miseria anche noi. Farà male sapere che c’è gente così indietro, ma ripeto che la società come la viviamo e più la sogniamo non è nata dal nulla.

    Io sinceramente non conosco nulla come un “paese liberale”, questa me la devi spiegare. Posso dirti che negli ultimi anni l’europa e gli USA hanno mandato meno aiuti all’Africa, e l’Africa in coincidenza ha cominciato a sollevarsi. Prova a pensare a questo paradosso.

    p.s.: anche gli scamPi non sono male 🙂

  23. davide

    @Leonardo, IHC
    Sta diventando la storia infinita. 🙂
    Non credo che sia proprio un paradosso il fatto che diminuiti gli aiuti, l’africa inizi a risollevarsi, più che altro perchè la storia non è proprio così…
    Gran parte dei paesi Africani es. più eclatenti Congo, Etiopia, Nigeria e la stessa sudafrica, contrassero debiti vs l’occidente con Governi non eletti democraticamente, dove dittatori e governanti non spesero tale denaro in istruzione, sanità, infrastrutture, essenziali per lo sviluppo, ma solo per arricchimento personale, la conseguenza naturalmente fu esattamente l’opposto di quello che ci si aspettava, NESSUNO SVILUPPO E DEBITO IN CAPO AI CITTADINI. Tali debiti detti Illegittimi, furono contratti da governatori colpevoli quanto i prestatori, che conoscevano benissimo la situazione, ma davanti alla possibilità di guadagno non si guarda in faccia a nessuno, ricordando che in caso di default di uno stato, c’è sempre il FMI che subentra a garantire il creditore (no moral harzard x i prestatori) e non per aiutare il paese, anzi imponendo esso misure restrittive che portano a recessioni ancora più gravi.
    La soluzione sarebbe semplice, cioè non rendere obbligatoria la restituzione di tali debiti, così si eviterebbero situazioni del genere o per lo meno si potrebbero stablire linee guida x valutare l’accettabilità del prestito: si per prestiti con fini sociali (istruzione es) no per fini immorali (finanziamento a dittatori che permettono estrazione di diamanti a paesi occidentali).
    fortunatamente nel 2005 al g-8 in scozia si stabilì dopo tante pressioni da parte di alcuni movimenti (es. giubileo 2000) la cancellazione dei debiti di 18 paesi, tra cui 14 africani, ed ecco che per magia la condizione africana iniziò a migliorare (nessun paradosso).
    Scusami se ho parlato di paesi liberali riferendomi agli Usa, non avevo capito che per te solo un modello perfettamento allineato con la scuola austrica è degno di essere chiamato liberale, cmq io ho usato il termine “più liberali” il che presuppone un termine relativo, non assoluto, e credo che dire che gli Usa siano più liberali della svezia non sia poi così una blasfemia, fatto sta che gli gli Usa sono all’ultimo posto per le donazioni ai paesi poveri (0,19% del pil) la svezia al primo (0,99% del pil).
    Il problema perciò non risiede nell’aiuto, ma nella forma dell’aiuto, un semplice trasferimento non a titolo oneroso, avrebbe portato sicuramente benefici, a patto che tali f.di venissero usati per lo sviluppo e non per scopi di particolari gruppi di interesse.
    Dire poi che la condizione dei bambini in bangladesh sia uguale a quella dei nostri nonni, mi pare un pochino azzardato, potranno esserci aspetti simili, ma non uguali (es.loro non hanno nessun piano marshall), noto che il buon liberale non perde mai il vizietto di analizzare le situazioni aggregando i fenomeni :-).
    Io non ho la certezza che la pianificazione risolva tutto, ho semplicemente la certezza che il libero mercato non funziona (Herbert Scarf).

  24. davide

    @Leonardo, IHC
    no ci mancherebbe, io semplicemnte esprimo un mio parere, non ho la bacchetta magica ne la presunzione che il mio pensiero debba essere legge, cercavo solo di scamBiare (:-)) delle opinioni tutto qua.

  25. Quanto siamo fortunati noi ad avere dei governi democratici e statalisti ma al contempo “neoliberisti selvaggi”, i quali però non ci fanno crescere economicamente come Paese da 40 anni, e che cedono l’onere (fiscale) dello “sviluppo” direttamente ai cittadini (da sfruttar.. ops pagare!).
    Ma soprattutto che per armonia interna non ci fanno rimpiangere le dittature africane e asiatiche da operetta!!!…. 😉
    Siamo proprio fortunati!!!. 😀 😉
    Ciao da LucaF.

  26. @davide
    … quella della cancellazione del debito africano è un cabaret; ogni anno i debiti vengono svalutati, e ogni tot anni vengono cancellati come inesigibili, e si riparte da capo (chiaramente ci sono altri scambi sotto, figuriamoci). Bono & C. ci sono saltati sopra e ora si vantano di aver smosso il mondo… si sono solo messi davanti a un treno che già andava da solo e i politici ne hanno approfittato per farsi un’immagine.
    Va da sé che concedere prestiti e poi non richiederli per inesigibilità è proprio quel che vuoi tu: una donazione (un debito senza obbligo di restituzione è una contraddizione di termini, faccio finta di non aver letto). Quindi è già stato fatto, e risultati nisba. Che poi i soldi siano stati spesi male poco ci piove… ma poco ci piove pure che sono gli Stati ad averli spesi male, non i privati (perché lo Stato-apparato è fatto comunque di persone).

    Sì per me di liberale c’è veramente poco. Dire che gli USA sono “più” liberali della Svezia non so quanto sia vero al momento, gli USA stanno veramente recuperando molto e certo non solo a causa del Moro di Washington. Ma dire “io di più” “io di meno” è un po’ sciocco, dai. Ma vuoi dirmi che l’Italia è un Paese liberale? Un Paese dove il Comune impone al barbiere di non aprire di lunedì? Dai che non ci credi nemmeno tu che stai nel paese della Fiat, dai…

    Sugli aiuti USA non so che dirti, ma essendo gli USA il maggior contribuente del FMI e avendo il FMI buttato soldi (male quanto vuoi) qua e là per “salvare” i poveri, forse forse andrebbe fatto un conto complessivo, non credi?
    Cmq il miglior piano Marshall per l’Asia è stato permettere loro di lavorare per noi ciccioni, così in pochi anni hanno raddoppiato l’alimentazione. C’è tanta strada da fare ancora, tanti morti di fame nelle campagne (ma prima erano di più) ma il mondo non finisce nel 2012 (smetti di guardare Voyager!). 😀

  27. Alessandro Rossi

    Due precisazion su Smith e un commento:
    1) La metafora della “mano invisibile” appare “solo” una volta ne La ricchezza delle nazioni ma è presente anche nella Teoria dei sentimenti morali e nei Saggi Filosofici. Come lo spieghiamo questo? Non è affrettato derubricarla a immagine soltanto marginale del suo pensiero? Non è affrettato minimizzarne la forza ermeneutica per una corretta comprensione del pensiero smithiano?
    2) La mano invisibile non è l’espressione simbolica della fiducia cieca nella capacità autoregolativa del mercato ma il suo esatto contrario: è l’espressione simbolica dello scetticismo circa le capacità di conoscenza e gestione del mercato da parte di un qualsivoglia governante o legislatore.

    Quanto alle critiche sempre risorgenti, in ambito cristiano, non tanto o non solo al pensiero di Smith, quanto al mercato in genere, si tratta dell’eterna lotta dei “cattolici razionalisti” contro i sostenitori del primato della libertà e della volontarietà della fede. L’economia non c’entra: è una disputa tutta teologica.

  28. MassimoF.

    Scusate se mi intrometto nel discorso , ma credo possa essere utile specificare alcune cose. Innanzitutto, la mano invisibile non è altro che l’applicazione all’economia della legge dell’evoluzione. Così come ogni animale in natura si fà gli affari propri egoisticamente e cerca di adattarsi al mondo esterno sempre in mutamento, e se non ci riesce , muore , così in economia i soggetti economici cercano di adattarsi al meglio perseguendo il loro personale profitto, se non ci riescono vengono eliminati dal sistema economico, e grazie a questo il sistema rimane sempre efficiente ( e cosa che i marxisti non hanno mai capito, con una curva del profitto orizzontale). Questo sistema , ha permesso alla natura , partendo letteralmente dal nulla di creare tutti gli animali fino al massimo livello di complessità rappresentato dall’uomo. Detto questo , credo ci siano due considerazioni che si possono trarre: 1) il grosso degli avversari storici della ” mano invisibile” non aveva e non ha minimamente compreso cos’è, e quindi l’opposizione devira da ignoranza ( sicuramente tutti i politici e giornalisti, il cui livello di conoscenze economiche medio è sostanzialmente ridicolo) 2)Soprattutto nel mondo cattolico, proprio questo accostamento con la legge dell’evoluzione crea molti problemi, in quanto ritenendo Dio il creatore ,da parte di alcuni non si vuole ammettere che la casualità possa invece rivaleggiare in modo vincente con la direzione del creatore; e , ovviamente il grosso problema dell’egoismo, che per una religione come quella cattolica che come diceva Nietzsche è “la religione degli schiavi” , rappresenta un boccone totalmente indigeribile. Ovviamente ritengo se non incompatibile il libero mercato con la religione cattolica, quantomento di difficile coesistenza. Spero di aver portato qualche utile spunto .

  29. @MassimoF.

    sul rapporto tra cristianesimo e liberalismo Novak e Tosato dicono il contrario di quanto riporti; il quandro deve essere molto composito. Tra l’altro Darwin è stato influenzato da Smith, pare, e non il contrario, però non è che in economia sopravviva il migliore (à la Darwin), bensì viene eliminato il non adatto.

  30. MassimoF.

    @Leonardo: innanzitutto mi riferivo al cattolicesimo. Poi , concordo che a livello teorico liberalismo e cristianesimo cattolico possano convivere, ma a livello pratico succede con molta difficoltà ( vedi la CEI e il caso Melfi). Per quanto riguarda il resto , temo tù non abbia letto con la dovuta attenzione quanto da mè scritto, poichè dicevo esattamente il contrario di quello che mi imputi. Su Smith e Darwin , volevo intendere il fatto che Smith ha avuto l’idea originaria, ma l’ha usata in economia ( mano invisibile ) e non l’hà modellizzata; Darwin, l’ha ripresa ( ovviamente, e sottolineo ,ovviamente, dopo, sapendo benissimo perlomeno le date di nascita dei due studiosi) e l’ha sistematizzata, anche se in un altro campo, rendendola capibile ai più. Sulla sopravvivenza, se leggi meglio quanto ho scritto vedrai che parlo esattamente di adattamento , e se permetti riporto la frase da mè scritta :”così in economia i soggetti economici cercano di adattarsi al meglio perseguendo il loro personale profitto”. Temo che se non ci capiamo tra persone ,che credo, la pensano allo stesso modo, sarà difficile convincere chi non la pensa come noi .

  31. Sulla prima parte mi sa che non avevo capito io. La parte su Darwin era per segnare la differenza particolare con l’approccio di smith, appunto che per uno sopravvive il migliore, mentre per l’altro viene eliminato il peggiore; sa un po’ di picca sulla forma, ma ha conseguenze nei ragionamenti, perché significa che sul mercato, a differenza che nella natura, restano regolarmente soggetti “marginali” su cui agiscono i movimenti economici spontanei oltre che le perturbazioni esterne (per cui qualcuno da marginale diventa sub-marginale, progetti sub-marginali diventano marginali quindi entrano sul mercato eccetera). Questo non confuta quanto hai scritto, evidenzia solo un tassello che per me meritava di venir riesposto.
    Cmq a volte le osservazioni servono anche a “confermare” o dimostrare accordo con quanto già detto.

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