Ferragosto, Sartori mio ti riconosco

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Da alcuni anni, il professor Giovanni Sartori approfitta della penuria estiva di notizie per farsi pubblicare sempre lo stesso articolo, sempre nel giorno di Ferragosto, e sempre sul Corriere della sera. Sarà forse perché un 15 agosto così freddo e così brutto non lo si vedeva da tempi immemorabili, ma quest’anno – accanto al consueto rosario catastrofista – Sartori dice una cosa nuova e giusta.

Prima di dare credito a Sartori per questa inattesa deviazione rispetto alla norma, però, vale la pena evidenziare almeno due errori da matita blu presenti nel sermone. Il primo:

[Il clima sta cambiando] Ma molti governi, Italia in testa, non fanno nulla per creare un’opinione “verde” né per affrontare seriamente il problema del collasso ecologico. [corsivo aggiunto]

Non voglio, qui, discutere l’esistenza del collasso ecologico (lo farò tra poche righe). Voglio invece concentrarmi sulle parole in corsivo perché mi sembrano false dal punto di vista descrittivo e pericolose da quello prescrittivo. False, perché se c’è un tema su cui tutti i governi, compreso quello italiano, investono risorse in comunicazione ed “educazione” (oltre che formazione nelle scuole), è proprio quello del clima. Ci sarebbe, semmai, da mettere il naso nella qualità dell’informazione fornita (anche attraverso il servizio pubblico radiotelevisivo, specie nelle sue declinazioni più allarmiste e/o peracottare) ma non mi sembra che ci sia un deficit di “informazione”. Lo dimostra, per esempio, l’ultima rilevazione Eurobarometro sul tema, secondo cui il 47 per cento degli europei e il 32 per cento degli italiani considerano il riscaldamento globale uno dei problemi più seri che il mondo si trovi ad affrontare (entrambi in netto calo rispetto alle rilevazioni precedenti, principalmente a causa della crisi che ha determinato una revisione delle priorità). Se gli italiani e gli europei temono tanto il riscaldamento globale, è a causa sia della propaganda delle organizzazioni verdi, sia della propaganda pubblica di governi e organizzazioni internazionali. Quindi, Sartori dice una bischerata. Ma il problema vero è che io non credo che i governi dovrebbero formare l’opinione pubblica: anche senza fare l’estremista liberista che sono, posso concedere che i governi debbano occuparsi dei beni pubblici, internalizzare le esternalità, garantire i diritti eccetera. Ma l’opinione pubblica dovrebbe formarsi liberamente: altrimenti, da qui al Minculpop il passo è breve (ieri la razza, oggi il clima: cambiano solo i pretesti per dare al governo il potere di dire alla gente ciò che deve pensare). Dunque, mi fa molto più paura il governo educatore del cambiamento del clima.

Il secondo errore da matita blu è questo:

La crisi economica è e resta grave, ma il problema della crescente invivibilità del nostro pianeta è molto, molto più grave.

Crescente invivibilità?? Non so dove Sartori “inviva” (credo in un attico newyorkese), ma dalle mie parti (ok, la Liguria è una zona fortunata) il mondo è vivibile – oggi più di ieri, e ieri più dell’altroieri. Tutti i dati, del resto, suggeriscono che le cose stiano così. Lo suggeriscono in particolare due dati, che Sartori conosce molto bene perché ci ha “scritto” un libro. Il primo dato è quello sulla popolazione globale, che è cresciuta da 2,5 miliardi di esseri umani nel1950 a 7 miliardi oggi, e continuerà a crescere  – si stima – fino a circa 9 miliardi nel 2050. Se una popolazione cresce, è anche perché l’ambiente in cui vive è migliore (rispetto alle sue esigenze), più ospitale e meno tossico. Cosa, peraltro, confermata dal secondo dato: l’aspettativa di vita alla nascita, a livello medio globale, è cresciuta da 54 anni nel1960 a 71 nel 2008 (in Italia, rispettivamente, da da 72 a 84). In quale senso del termine un pianeta nel quale si verificano queste tendenze è caratterizzato da una “crescente invivibilità”?

Sartori scrive poi due cose quanto meno bizzarre: anzitutto abbandona clamorosamente l’energia eolica (“è fiorita quasi soltanto perché fonte di tangenti e di intrallazzi” ed è “largamente un imbroglio“), che è bizzarro perché l’eolico – in condizioni di adeguata ventosità – è la meno patacca tra le fonti rinnovabili (al netto dell’idroelettrico). Ma a Sartori – è chiaro dalle edizioni precedenti della sua omelia – non interessa garantire uno sviluppo sostenibile: Sartori pensa che siamo troppi e consumiamo troppo, e dunque non si fa troppi problemi su come compensare gli eventuali sacrifici ecologici. Poi usa Bjorn Lomborg pro domo sua, attribuendogli una conversione inesistente (da “negazionista” a tiepidamente interventista) perché Lomborg non ha mai negato l’esistenza del cambiamento climatico né il ruolo dell’uomo, ma ha sempre sostenuto (e lo fa ancora adesso) l’opportunità di non spendere tonnellate di soldi nelle politiche che piacciono a Sartori.

Comunque, dicevo, Sartori conclude il pezzo dicendo una cosa molto giusta, e questo gli va riconosciuto. Il ragionamento è che le varie profezie su questo o quel disastro si rivelano sistematicamente fallaci perché pretendono di avere una precisione di cui non disponiamo. Per Sartori, possiamo individuare delle tendenze (quelle che individua lui sono peraltro sbagliate, come sull’esaurimento delle risorse, ma questo è un altro discorso) ma non fissare delle date fine-di-mondo. Tuttavia, l’opinione pubblica è sensibile proprio a queste ultime, quindi – secondo Sartori – c’è una sorta di trade off tra l’onestà nella comunicazione scientifica e l’efficacia nel raggiungere gli obiettivi politici a essa collegati (già sentito?). Dunque,

predire scadenze è sbagliato; ma non farlo rende la predizione inefficace. Come uscire da questo circolo vizioso? Non lo so.

Ecco: “non lo so” sono le tre parole più corrette dell’articolo. Solo, andrebbero generalizzate.

Update 10:18 AM: testo corretto secondo il rilievo di LucaF. Grazie Luca!

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