13
Ago
2010

Considerazioni (generali) sul prezzo del grano

Il prezzo del grano sta aumentando. Un bushel (kg 26,601) è stato quotato ieri alla borsa di Chicago a 7,24 dollari, e le conseguenze si cominciano ad avvertire anche dalle nostre parti. La borsa merci di Bologna quotava una settimana fa il buono mercantile a 18,70 euro al quintale, ed è probabile che dopo ferragosto il prezzo continuerà a salire per adeguarsi alle quotazioni statunitensi. D’altronde molti commercianti, sentendo puzza di impennate e memori dell’estate di tre anni fa, stanno acquistando frumento tenero e duro sul campo a prezzi che già superano di 2 o 3 euro al quintale la quotazione di Bologna. Non credo che ci sia niente di allarmante. In genere in tempo di raccolti il prezzo scende, mentre oggi sale. Di grano ce ne è poco, quindi costa di più. Un po’ di più, non tanto di più da giustificare allarmismi. Ma penso che sia interessante osservare lo storico a un anno del frumento tenero per arivare a qualche considerazione generale.

Il prezzo del grano (anche oggi) non è sufficiente, almeno non è sufficiente per le aziende agricole europee, generalmente di piccole dimensioni e quindi con costi produttivi troppo elevati. Più che preoccuparsi per la quotazione attuale, sarebbe stato più serio preoccuparsi per la quotazione dell’estate scorsa, quando un quintale di frumento è arrivato a costare meno di 14 euro al quintale, e quando molte aziende hanno deciso di non riseminare. Perché oltre che la flessione congiunturale dell’export russo, dovuto ad incendi e siccità, ad incidere sull’aumento del prezzo dei cereali è stata la flessione imponente delle semine di tutti i cereali.

Il prezzo del grano, prevedibilmente, continuerà a salire, come succede ogni volta che si riscontra una penuria di prodotto in questa stagione, ma non molti verranno invogliati a tornare a seminare, a meno che non si coglierà l’occasione per liberalizzare il settore agricolo consentendo, sussidi o non sussidi (io preferirei non sussidi, ma è una battaglia, presumo, persa in partenza) di restituire spazio agli agricoltori per fare impresa e giocare un ruolo di protagonisti sul mercato.

La debolezza degli agricoltori italiani ed europei risiede nelle dimensioni delle loro aziende, che rende loro impossibile lo stoccaggio dei prodotti (unica risposta possibile ad una flessione dei prezzi), e che impone loro dei costi unitari eccessivi, per esempio sulle attrezzature (ogni agricoltore, per coltivare 20 ettari, acquista un trattore che ormai, per caratteristiche e prestazioni, ne potrebbe lavorare comodamente 200 e più) e sulla manodopera. Una dimensione aziendale tanto parcellizzata impedisce la diversificazione delle produzioni, checché ne dicano i sostenitori dell’agricoltura paesaggistica e della biodiversità condita di disincentivi alla produzione: solo una azienda delle dimensioni adeguate può sopportare il costo delle attrezzature necessarie per diversificare il “portafoglio” di colture, e garantire biodiversità (quella vera) e tutela del territorio (quella vera, che non è certo fatta di campi abbandonati e improduttivi).

Eppure ancora oggi, nelle stanze e nei corridoi di Bruxelles, ci si pone il problema di come continuare a puntellare questo precario e mortificante status quo, e l’idea che una rinascita dell’agricoltura possa arrivare dagli stessi agricoltori lasciati liberi di ingrandirsi, accorparsi, associarsi, o soccombere è ancora lontana da venire. Ma sono proprio i sussidi a rendere inarrivabili i prezzi dei terreni, e le modalità della loro erogazione, legate al titolo di possesso dei terreni stessi, ad essere un robusto disincentivo all’accorpamento fondiario.

In un certo senso è come se al tempo della “green revolution” avremmo preteso, per qualche oscura ragione, che il nostro sistema agricolo avrebbe dovuto continuare a basarsi sulla mezzadria. All’epoca, quando la maggior parte degli agricoltori abbandonava l’allevamento per dedicarsi alla cerealicoltura, i campi si univano e si ingrandivano per lasciare spazio di manovra alle nuove attrezzature, l’impatto della chimica faceva impennare le produzioni e la meccanizzazione falcidiava la manodopera impiegata in agricoltura nessuno era in grado dire ciò che sarebbe successo “dopo”, ma non troppi, fortunatamente si sono posti il problema. A nessuno è venuto in mente di proibire l’uso dei fertilizzanti chimici come oggi avviene per gli Ogm, a nessuno è venuto in mente che una maggiore produttività potesse in qualche modo significare minore competitività.

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2 Responses

  1. Gentile dottor Masini, Le darei un bacio. Sono d’accordo con tutto quello che ha scritto, perciò quello che scriverò non è una contestazione. Vorrei solo far presente un aspetto che in genere mi sembra trascurato.

    Essere imprenditori è qualcosa che in buona parte si impara, si può imparare, fino a un certo punto; ma occorre qualcuno che te lo insegni e un ambito in cui imparare. Io di solito dico che ci vuole un’educazione. A me sembra che questa educazione sia mancata quasi del tutto in sessant’anni di politica agricola comune.

    Ora, non è facile dire chi avrebbe dovuto insegnare ai nostri agricoltori ad essere imprenditori. Io comunque non penso che fosse innanzitutto compito della Pac.

    I sussidi non aiutano molto in questo compito educativo: questa è un’evidenza storica. Se però (come io ipotizzo) l’educazione è compito di altri che la politica agricola comune, allora non mi pare credibile che, eliminando i sussidi in un colpo solo, si avrebbe l’effetto desiderato, vale a dire un comportamento imprenditoriale.
    Mi sembra un’aspettativa ingiustificata.

    È diventato frequente sentir dire che i nostri agricoltori devono essere imprenditori ma nessuno mi ha mai risposto quando ho chiesto: chi glielo insegna?

  2. È il consueto approccio corporativo che produce il danno, opponendosi al sistema di mercato. In Europa – ed ancor piú in Italia, dove storicamente manca proprio la cultura adatta – non si vuol capire quanto sia costosa l’inefficienza che cosi si ottiene. E quanto questi costi, poi, vengano caricati sulla collettività sotto forma d’imposizione fiscale, la quale comporta anche un pesante contributo d’intermediazione per foraggiare l’amata casta (e gli ovvi problemi di corruzione).

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