Crescere di più, non frottole politiche

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Le prossime settimane di agosto saranno decisive, per capire se il governo riuscirà  davvero stringere un patto di legislatura con la neonata componente guidata dall’onorevole Fini. In queste settimane, bisogna augurarsi che gli organi d’informazione e la maggioranza degli osservatori economici del nostro Paese sappiano levare una voce decisa, una voce che richiami la politica alla responsabilità.  C’è una priorità, che non è né  l’incomprensione personale tra Fini e Berlusconi.  Né la volontà del  premier  di un’intesa che non faccia sconti, e che comprenda innanzitutto la sempiterna giustizia: dove tanto per cambiare l’errore è stato di non occuparsi della riforma dell’ordinamento ma di ciò che serviva nei processi. E’ l’economia, la grande dimenticata. L’attenzione va richiamata sulla necessità di consolidare la ripresa. Spero che media e osservartori lo capiscano. E’ la priorità delle priorità. Mentre la politica sembra come persuasa che ormai gli andamenti economici siano del tutto indipendenti da quel che essa può fare, dopo che si è comunque evitato – ed è un merito, comunque la si pensi per il resto sul governo – che spesa pubblica e deficit finissero fuori controllo, trascinando anche l’Italia nella crisi dell’eurodebito. Al contrario, non è affatto così. Basta richiamare un dato di fatto, per comprendere come proprio ora la politica dovrebbe pensare a uno sforzo straordinario.

Nel secondo trimestre l’Italia ha consolidato la sua ripresa, con un aumento dello 0,4% del PIL sul trimestre e un più 1,1% su base annuale. La disoccupazione ha invertito il suo segno, non aumenta più ed è scesa di qualche decimale, all’8,4%. In Europa c’è chi sta molto peggio, dalla Grecia alla Spagna. Ma l’Italia è il secondo Paese manifatturiero ed esportatore in Europa dopo la Germania, ed è alla Germania che noi dobbiamo guardare. Orbene la Germania ha preso a crescere nel secondo trimestre a un ritmo praticamente doppio del nostro. Significa che le imprese tedesche stanno riposizionandosi sui mercati che “tirano”, a cominciare dall’Asia e dalla Cina, più rapidamente di noi, e per questo fanno il pieno di ordini. Il governo tedesco è in crisi nei sondaggi popolari peggio di quello italiano, visto che l’83% dei tedeschi si è dichiarato ieri insoddisfatto della Merkel, ma in realtà tiene malgrado al Bundesrat abbia perso la maggioranza. Tiene perché ha fatto l’esatto contrario di ciò che quasi sempre preferiscono i governi, di fronte a una seria crisi economica. I tedeschi hanno sopravvalutato il loro deficit pubblico tendenziale, e sottostimato la crescita reale. Non sarà un sistema ortodosso, ma è più virtuoso del suo contrario.

Proprio per questo, il governo italiano non può considerare la politica economica come un tema secondario. Servirebbero scelte rapide e aggiuntive. Questa volta non sul versante della finanza pubblica: l’impegno su quel capitolo può limitarsi a un’intesa blindata perché la finanziaria del prossimo autunno consista solo di tre articoli e tre tabelle, senza ridiscutere saldi e tagli della manovra biennale appena approvata, ma semmai rendendoli ancora più stringenti. Quel che serve oggi, da parte della politica, è uno sforzo straordinario per consentire alle imprese di collocarsi più dinamicamente nella ripresa mondiale. Servono cioè iniziative rapide per rispondere a tre obiettivi: più capitale, più produttività, più occupati.

Per dare più equity alle imprese leader sull’export, si può e si deve rendere immediatamente operativo il Fondo per la capitalizzazione delle piccole e medie aziende che era stato convenuto tra imprese e governo ormai un anno fa, ma che non è decollato. Se ci sono problemi per l’autorizzazione necessaria da parte di Bankitalia, forse è perché il modello su cui hanno trattato  banche e Tesoro rischia di apparire più una scelta di risulta a favore di soggetti a cui le banche negano capitale, che un vero veicolo di mercato capace di scegliere i soggetti che razionalmente e internazionalmente è più utile sostenere, per i prodotti e le tecnologie di cui dispongono. Ma è un nodo da sciogliere anche a ferragosto se necessario, perché dal primo settembre il Fondo sia finalmente operativo e il più rapido possibile nelle sue procedure e decisioni.

Quanto alla produttività, occorre un’operazione-verità. Dalle grandi crisi, escono prima e più forti le economie che consentono alle imprese la più rapida e decisa ristrutturazione, per rispondere meglio al mutare della domanda. Ristrutturare significa investire, ma anche rivedere le piane organiche dei dipendenti in eccesso. Invece, non solo in Italia ma persino negli Stati Uniti, la politica preferisce non affermare questa elementare verità e si fa mettere sotto da coloro che dicono che finché non si torna alla piena occupazione allora la ripresa è finta, e riguarda solo il capitale. Nell’Italia di oggi, dove a distanza di 20-22 mesi preferiamo tenere i cassintegrati in deroga nell’illusione che torneranno tutti a lavorare dove stavano, bisognerebbe autorizzare le imprese che non hanno prospettiva di riassorbirli a recedere. La parola d’ordine dovrebbe essere “una-dieci-cento Pomigliano”. Non “Pomigliano è solo un’eccezione”.

Dopodiché si potrebbe giustamente dire: ma che costo sociale comporterebbe, questa politica economica straordinaria fatta d capitale e produttività alla tedesca? E’ la stessa domanda alla quale ha risposto da par suo Edmund Phelps sul New York Times tre giorni fa. Si riferiva agli USA di Obama, dove la ripresa promessa dai keynesiani al potere stenta malgrado il deficit pubblico stellare. E faceva l’esempio di Singapore, la frontiera più avznaata del libero mercato.  Ma quel che ha proposto vale anche per l’Italia. Meglio, molto meglio, un piano governativo di detassazione aggiuntiva per chi assume in altre imprese i disoccupati strutturali vittime della crisi, piuttosto che tenerli in cassa integrazione impedendo alle imprese di ristrutturare.

Sono solo tre esempi, non ho alcuna pretesa – né alcuna voglia, a dire il vero, perché è buona regola che ciascuno risponda del suo, e il tempo mi sembra e spero voglia avvicinarsi – di sostituirmi al ministro Tremonti , a Berlusconi e all’intero governo. Ma se la politica oggi perde di vista che l’economia mondiale corre e punisce i distratti, non ci sarà raffinata alchimia personale capace di evitare che l’Italia cresca meno di quel che potrebbe e dovrebbe.

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